A forza di trivelle

di Alberto Gallina

trivelle

Foto: Campagna di Greenpeace “Turisti petroliferi”

Nel 1997, riferendosi alla democrazia, Giorgio Gaber affermava: “E’ nata così la famosa democrazia rappresentativa che, dopo alcune geniali modifiche, fa sì che tu deleghi un partito, che sceglie una coalizione, che sceglie un candidato, che tu non sai chi è, e che tu deleghi a rappresentarti per cinque anni”. Un quadro sommario della nebbia padana nella quale è affondata la nostra democrazia, che tanto trasparente e pulita non è mai stata, ma che negli ultimi vent’anni o più sembra avere smarrito il suo senso. E cioè, semplicemente, l’idea vecchia e ormai quasi ridicola che la partecipazione critica e attiva dei cittadini alla vita pubblica sia il pane quotidiano di un sistema che voglia portare l’aggettivo democratico.

La storica e tradizionale lentezza burocratica con cui si snoda l’iter legislativo – affinché tutte le parti in causa possano dire: abbiamo collaborato, oppure abbiamo impedito che… – è ormai puro teatrino della politica, che ha come risultato, se va bene, una brutta copia delle intenzioni originarie. Qui nasce l’abbandono e il disinteresse per la politica, che va poi evolvendosi in disgusto, repulsione e grillismi.

In mezzo alle insidiose curve della politica di palazzo, ci si imbatte ancora in quello che forse è l’ultimo pezzo di vera democrazia ancora esistente: il referendum. Una forma di partecipazione che spesso ha fatto emergere volontà e posizioni insospettabili, quasi a suggerire che i mutamenti della società civile siano spesso troppo avanzati rispetto alla coscienza dei governanti che dovrebbero rappresentarli. L’ultimo esempio è stato il “no” greco del luglio 2015, un voto contro le proposte di austerity europea e un urlo per dire che la democrazia non dovrebbe stare al servizio di un’economia finanziaria cinica e senza scrupoli.

Negli ultimi anni i referendum sono stati spesso accolti con scetticismo: frasi come “un altro referendum inutile”, “sono solo soldi buttati via”, “tanto non si raggiungerà mai il quorum”, si sono sentite frequentemente. Nonostante ciò, i referendum rappresentano un aspetto decisivo della storia e della democrazia italiana: quello sul divorzio nel 1974, quello sull’aborto del 1981, il primo sul nucleare del 1987 e più recentemente i quattro sì del 2011, furono grandi vittorie che mostrarono come, se chiamati in causa, gli italiani sappiano esprimersi su questioni pubbliche con fermezza, provocando smottamenti certamente non indifferenti. Proprio questa capacità è ciò che rende il referendum un’arma importante. Un’arma a doppio taglio, però: al suo rovescio si intravede il temutissimo quorum. In Italia, sei degli ultimi sette referendum non l’hanno superato, finendo per diventare il solito “buco nell’acqua”, come per il referendum del 2005 sulla famosa legge 40.

Il 17 aprile saremo nuovamente chiamati a dire sì per dire no e a dire no per dire si, ma la grande questione è se andranno a votare abbastanza persone. Con il consueto corollario: in questi mesi che ci accompagneranno al voto, si sta svolgendo una campagna di informazione adeguata? La verità è che il tema è molto rilevante poiché sono molti gli interessi in campo e, com’era prevedibile, vi è un tentativo di insabbiamento per far sì che questo referendum non abbia alcun effetto. Anche se le vicende – giudiziarie e non – delle ultime settimane stanno complicando lo schema.

Al fondo, il referendum sulle “trivelle” del 17 aprile propone di abrogare il comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), che tratta il rinnovo delle concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti marini entro le 12 miglia dalla costa, anche per giacimenti in essere o ancora sfruttabili. Più nel dettaglio, la legge che il referendum vorrebbe abrogare ha concesso i diritti di estrazione, dopo la fine dei primi mandati, fino a esaurimento del giacimento, quando la precedente norma in materia prevedeva proroghe quinquennali con la verifica del rispetto dei requisiti ambientali, ritenute evidentemente poco importanti. Una questione apparentemente secondaria, confinata a pochi e isolati casi, ma dai risvolti ben più rilevanti, che prendono direttamente in causa tematiche ambientali, la politica energetica, le strategie future della nostra società.

Una recente indagine compiuta da Greenpeace ha dimostrato come le trivelle presenti nell’Adriatico negli anni 2012, 2013 e 2014, seppur con valori altalenanti, non abbiano mai rispettato i limiti imposti dalla legge. I monitoraggi sono realizzati da ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente) con la committenza di ENI (sulla base di una apposita convenzione ENI-ISPRA). A seconda degli anni considerati, il 76% (2012), il 73,5% (2013) e il 79% (2014) delle piattaforme presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Questi parametri sono oltre i limiti per almeno due sostanze nel 67% degli impianti nei campioni analizzati nel 2012, nel 71% nel 2013 e nel 67% nel 2014. Uno scenario non proprio confortante.

Tra i composti che superano con maggiore frequenza i valori definiti dagli Standard di Qualità Ambientale (o SQA, definiti nel DM 56/2009 e 260/2010) fanno parte alcuni metalli pesanti, principalmente cromo, nichel, piombo (e talvolta anche mercurio, cadmio e arsenico) e alcuni idrocarburi come fluorantene, benzo[b]fluorantene, benzo[k]fluorantene, benzo[a]pirene e la somma degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Alcune tra queste sostanze sono cancerogene e in grado di risalire la catena alimentare fino a raggiungere l’uomo, causandogli seri danni.
La relazione tra l’impatto dell’attività delle piattaforme e la catena alimentare emerge più chiaramente dall’analisi dei tessuti dei mitili prelevati presso le piattaforme. Gli inquinanti monitorati in riferimento agli SQA identificati per questi organismi, sono tre: mercurio, esaclorobenzene ed esaclorobutadiene. Di queste tre sostanze solo il mercurio viene abitualmente misurato nei mitili nel corso dei monitoraggi ambientali. I risultati mostrano che circa l’86% del totale dei campioni analizzati nel corso del triennio 2012-2014 superava il limite di concentrazione di mercurio identificato dagli SQA.

Per quel che riguarda gli altri metalli misurati nei tessuti dei mitili non esistono limiti specifici di legge che consentano una valutazione immediata dei livelli di contaminazione. Per verificare il possibile impatto ambientale delle attività offshore sull’accumulo di questi inquinanti è stato perciò effettuato un confronto con dati presenti nella letteratura scientifica specializzata. In particolare si sono confrontati i livelli di concentrazione di queste sostanze nei mitili impiegati per i monitoraggi delle piattaforme con i livelli di concentrazione rilevati in altre aree dell’Adriatico, estranee alle attività di estrazione di idrocarburi. I risultati mostrano che circa l’82% dei campioni di mitili raccolti nei pressi delle piattaforme presenta valori più alti di cadmio rispetto a quelli misurati nei campioni di riferimento; altrettanto accade per il selenio (77% circa) e lo zinco (63% circa).

Le conclusioni di questo rapporto sono chiare. Laddove esistano limiti di legge per la concentrazione di inquinanti, questi sono spesso superati dai sedimenti circostanti le trivelle. Pur con qualche oscillazione nei risultati, questa situazione si mantiene sostanzialmente costante di anno in anno. Non risultano però licenze ritirate, concessioni revocate o altre iniziative del Ministero dell’Ambiente volte a interrompere l’inquinamento evidenziato e a ripristinare la salubrità dei fondali. A cosa servono questi monitoraggi se non impongono adeguamenti e non prevedono sanzioni?

Al quadro ambientale critico e complesso si aggiunge il fatto che l’organo istituzionale (ISPRA) che deve vigilare sulla correttezza dei dati ambientali registrati in prossimità delle piattaforme offshore (e di conseguenza verificare la non sussistenza di pericoli per l’ambiente e gli ecosistemi marini), è anche quello che per conto di ENI realizza i monitoraggi. Insomma: il controllore è a libro paga del controllato. A questo segue un’inquietante ulteriore scoperta: delle oltre 130 piattaforme operanti in Italia, sono stati consegnati a Greenpeace solo i dati relativi ai piani di monitoraggio delle piattaforme attive in Adriatico che scaricano direttamente in mare, o iniettano/re-iniettano in profondità, le acque di produzione (34 in tutto). Delle restanti cento piattaforme operanti nei nostri mari, non si sa nulla.

I motivi per opporsi alle trivellazioni non si fermano qui. È importante riflettere su come il patrimonio paesaggistico, storico e artistico dell’Italia sia, oltre che un bene comune da preservare, anche una fonte di reddito indiscutibilmente superiore a qualsiasi possibile incasso dalle vendita di idrocarburi. Come si fa a non tenere in considerazione l’impatto di centinaia di piattaforme in mezzo al piccolo mare Adriatico? E cosa resterà di questo cimitero di ferro arrugginito una volta terminato il proprio lavoro di suzione? Difficile non ritenere questo scenario una terribile pubblicità per il turismo, che a dirla tutta ha a sua volta non poche questioni aperte con l’ambiente, nelle sue ricadute di cementificazioni senza scrupoli, disboscamenti senza ritegno e distruzione di ecosistemi, ancora tutti da valutare fino in fondo.

Non possiamo dimenticare inoltre che l’Italia è un Paese densamente popolato, a forte rischio idrogeologico e soggetto a frequenti eventi sismici. Ogni volta che la terra si scuote, ricominciano i dibattiti scientifici su quale ruolo possano avere le estrazioni di petrolio e le “reiniezioni” nei pozzi.

Un’ultima considerazione a riguardo: il 12 dicembre dello scorso anno si è svolta la conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici. Quanto questi incontri siano inutili e svolti solamente per poter mostrare delle teoriche buone intenzioni è noto, altrimenti non servirebbe incontrarsi ogni uno o due anni per redigere programmi sempre più severi e poi puntualmente ignorarli. In ogni caso dalla conferenza è emerso come ”il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta”. Tutto ciò, secondo i capi di stato riuniti, richiede “la massima cooperazione di tutti i paesi con l’obiettivo di accelerare la riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra”. Quindi, restando nell’ottica della conferenza, che senso avrebbe prolungare i permessi per le trivellazioni quando dovremmo ridurre se non addirittura smettere di sfruttare tali risorse?

Le trivellazioni sono inquinanti, pericolose e non dovrebbero più rientrare nei progetti della società italiana. La partecipazione e il “sì” a questo referendum sarebbero un rinnovato segnale del paese verso un cambiamento della sua politica energetica. Non certamente definitivo, ma almeno chiaro e partecipato. Un pezzo di democrazia sottratto alle politiche di sviluppo energetico alimentate a gas serra, e forse per una volta rivolto ad altri modelli.

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