“A noi ci protegge l’alcol”. L’informazione ai tempi del coronavirus

di Andrea Muni

L’articolo è stato scritto il 23 febbraio, agli esordi della crisi legata al Corona-virus, quando lo Stato non aveva ancora preso alcun provvedimento per limitare il contagio. Non è mia intenzione criticare in alcun modo le misure eccezionali prese dal governo per limitare la pandemia (che, anzi, per quel poco che vale, approvo in pieno). Il mio desiderio era piuttosto quello di far riflettere sull’ipertrofia dell’informazione nelle nostre vite e nel nostro Paese in particolare. Un’ipertrofia che non fa bene né alla politica, né a noi cittadini, né all’informazione stessa. Infine, non credo che sottolineare il fatto (per ora ancora oggettivo) che le persone sotto i cinquant’anni abbiano poco da temere dal Corona-virus, significhi automaticamente esortare gli under-50 a fregarsene delle regole anti-contagio. Allo stesso tempo chi ha figli, e non solo, credo capisca bene quanto è importante (laddove possibile) limitare il contagio del panico, soprattutto nei giovani e giovanissimi, fermo restando che per senso civico (e per legge!) tutti devono seguire le misure previste dall’ultima ordinanza (Andrea Muni, 13/03/2020)

Credo sia veramente arrivato il momento di dire basta. Ma è possibile che nessuno parli del disastro, del vero e proprio crogiolo di isterie, che è diventata l’informazione ufficiale in questo Paese? Prendo solo un esempio, dal sito de La Repubblica, una testata che spesso è stata in prima fila contro “bufale” e “post-verità”. La Repubblica online domenica sera esordiva sulla propria home con una foto apocalittica da scenario post-atomico (con poliziotti che bloccano l’entrata a Vo’ Euganeo e un tramonto minaccioso che monta alle loro spalle), per proseguire poi con l’aggiornamento (minuto per minuto!) dei contagiati. Solo nella seconda carrellata di notizie, stemperata tra mille altre informazioni preoccupanti, si dava voce in un minuscolo articolo alle spiegazioni di un’esperta che diceva tutto quello che c’è da dire: si tratta di un’infezione che (fuori da Wuhan) al momento è poco più letale di un’influenza, almeno per le persone sotto i cinquant’anni.

Ma non è solo La Repubblica a fare così: giornali, radio, Tg, di destra e di sinistra. Questo è il vero problema. Cito La Repubblica solo perché, nonostante tutto, è ancora il primo sito di notizie che guardo (con poca fiducia, sarò sincero) quando si verificano i cosiddetti grandi eventi. Io faccio fatica a sopportare che la gente “intelligente”, la brava gente che “si informa”, se la prenda con i creduloni, con gli ignoranti, coi babbei che si lasciano isterizzare. Se la gente è così non è solo colpa della gente, ma anche e sopratutto di questo modo di fare informazione (per tacere di quello ormai dominante di fare cultura). Se questa è l’informazione “ufficiale” e “seria”, come stupirsi se poi la gente diventa sempre più credulona, sempre più incapace di dedicarsi a un minimo esercizio critico sul titillamento masturbatorio delle più basse passioni umane che non solo il web, ma anche i media tradizionali di ogni colore perseguono senza il minimo pudore. Non è internet il problema, il problema è l’informazione ufficiale. Lo stile delle fake news del web, a pensarci bene, non fa che scimmiottare la prosopopea, il binariasmo e il sensazionalismo dell’informazione ufficiale e della sua pretesa oggettività. Come diceva quella battuta, “è incredibile che ogni giorno succeda esattamente la quantità giusta di cose per riempire un giornale”. Davvero incredibile, così come è incredibile che ogni giorno ci sia sempre così tanto da dire, così tanto di cui parlare… anche quando non c’è nulla da dire. Non sarà che questa isteria “serve”, non sarà forse che per vendere bisogna sempre trovare qualcosa di “grosso” da raccontare? La risposta, come la domanda, è retorica.

Ma abbiamo anche degli (anti)eroi positivi, che resistono a tutto questo. Come il povero cristo al bar con gli amici a bere sprizzetti intervistato dalla giornalista di Antenna 3. La scena, per chi se la fosse persa, è diventata virale. Una “giornalista d’assalto” di un’emittente locale veneta va a chiedere commenti a caldo ai cittadini di Vo’ Euganeo, che si suppongono terrorizzati dalla scoperta di un morto causato in città dal coronavirus. La giornalista entra nel patio del bar dove trova tre muloni (“ragazzoni”, per i non triestini) che bevono spritz-aperol,  e inizia a far loro delle domande sul coronavirus, sperando di trovarli sconvolti dalla recente notizia. Ma il ragazzo intervistato le dice che loro non temono il coronavirus, perché tanto hanno l’alcol che li protegge. Al che l’intervistatrice si fa seria e inizia volutamente a terrorizzare il povero cristo dicendogli “Qui si muore! Non si scherza!”.

Ormai l’arroganza dell’informazione sta raggiungendo apici inimmaginabili. Il ragazzo di Vo’ era lì al bar con gli amici, a guardarlo si direbbe dopo una giornata di lavoro, forse da operaio. A un certo punto arriva questa tizia che lo vuole terrorizzato dal coronavirus (perché altrimenti che servizio scarso farebbe lei!?), lui sdrammatizza più o meno consapevolmente con la battuta sull’alcol, e allora lei lo rimprovera, lo cazzia proprio. Non so se mi spiego, lei lo rimprovera! Questa scena ci mostra come al microscopio l’invisibile enorme funzione che l’informazione “ufficiale” svolge nel nostro Paese, nelle nostre vite. Quale? Letteralmente quella di dire alla gente cosa fare e cosa pensare. “Ti ho detto che c’è il virus cinese, spaventati! Cosa fai?! Sdrammatizzi? Bevi? No caro mio! Adesso ti spaventi! E se non sei già spaventato allora ti spavento io!”. Cioè, ma ci rendiamo conto che questo beveva una cosa al bar e quella è arrivata a dirgli “Spaventati!”, “Sei in pericolo di vita!”. È incredibile.

Io non ho parole. Qualcuno si potrebbe chiedere perché, perché l’informazione ufficiale, tradizionale, faccia così. Perché questo comportamento…? Io temo che la risposta sia abbastanza semplice. I giornalisti dicono, poiché gli viene insegnato, che la gente è attratta dalla sensazione. E dicono, in confidenza, che allora (entro certi limiti) fa parte del mestiere saper rivolgersi un po’ agli istinti delle persone (anche se, certo, entro limiti deontologici e professionali). Saper “strillare” bene aiuta a vendere più copie e a fare più clic, su questo non c’è dubbio. Anche se quello che mi preoccupa è il fatto che molti giornalisti non si accorgono di essere parte di questa isterizzazione di ogni discorso pubblico. Da quando la gente non ha più bisogno dei giornali per informarsi, ed essendosi abituata a questo instupidimento, è semplicemente accaduto che ha cominciato a trattare, a manipolare, le informazioni nel modo che già conosceva: quello sensazionalistico, preteso oggettivo e arrogante di giornali, dei talk show, dei Tg. Ovviamente non c’è niente di giusto in questo, ma il punto è capire le cause dei fenomeni, non limitarsi a battersi il petto rimpiangendo i bei tempi andati in cui si possedeva il monopolio dell’informazione. I giornalisti, per lo meno quelli che per decenni hanno contribuito a creare questo clima, hanno poco da lamentarsi se la gente poi nelle sue microbolle di pubblicità discorsiva non fa altro che scimmiottare questi atteggiamenti.

Con questo non voglio dire che non esistano bravi giornalisti, né intendo parlare male in maniera stupida e generalizzante di un’intera categoria. Quello che voglio fare è criticare il funzionamento burocratico del giornalismo, il suo aspetto più banale, quello che lo avvicina a un qualunque altro lavoro automatico, logoro, irriflesso. Amici giornalisti (che siate importanti o meno non importa, si può sempre fare qualcosa), vi prego, date il vostro piccolo o grande contributo per fermare tutto questo. Iniziate a guardare negli occhi la parte di responsibilità che il sistema dell’informazione e la sua burocrazia giocano in questa escalation di emotività esasperata, di isteria politica, di pensiero binario e oppositivo. Perché questi atteggiamenti non possono essere criticati quando sono “gli altri” ad assumerli, mentre quando lo fa L’informazione si trasformano misteriosamente e di colpo in qualcosa di “giustificato”. Cominciate, vi prego, a trasmettere anche voi un po’ di amore per la complessità, per i grigi, persino nella cronaca! Farebbe sicuramente tanto del bene a chi vi legge e vi ascolta, e ne farebbe tanto anche a voi stessi. Ci avete mai pensato che l’ironia non deve mai entrare nella comunicazione dei presunti fatti? Perché? Lasciamo la domanda in sospeso e andiamo a proteggerci dal virus sorseggiando una bella Corona, come ci ha insegnato il piccolo grande eroe senza nome della resistenza di Vo’, sperando che nessuno venga a romperci i Burioni.

3 Commenti

    • Cara Giuseppina, non mi pare di aver scritto da nessuna parte che le misure prese dal governo sono ingiustificate. Il mio pezzo (del 24 febbraio, quindi risalente ai primi casi in Italia) si riferisce al terrorismo prodotto in tutte le persone, in maniera indiscriminata, dall’informazione. Venendo a oggi, mi pare che i dati divulgati dicano ancora, in maniera chiara, che per le persone sotto i cinquant’anni mortalità e complicazioni legate al virus sono praticamente inesistenti. Se lei ha dei dati, e volesse condividerli, sull’età e le condizioni pregresse delle persone in terapia intensiva mi farebbe molto piacere vederli e provare a interpretarli insieme. Io li ho cercati, ma purtroppo senza successo. In ultimo luogo mi spiace se si è sentita offesa dal mio articolo, ma temo che l’abbia scambiato erroneamente per uno dei tanti articoli che definiscono “esagerate” le misure prese dalla politica per arginare l’epidemia e proteggere così principalmente la fascia più a rischio della popolazione (ossia gli over-60). Cosa questa che mi sono guardato bene dal fare, poiché, lo ripeto, trovo appropriate queste contromisure. Lei cosa pensa invece del modo in cui è stata gestita l’emergenza da parte dei media? Ha trovato appropriata la gestione mediatica della vicenda? La ringrazio in ogni caso di aver letto e commentato, mi farebbe piacere continuare la discussione nel merito.

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