Addio tristezza, buongiorno tristezza

di Ilaria Moretti

“La gloria, l’ho conosciuta a 18 anni in 188 pagine, è stata come un’esplosione di grisù”. Diceva così, Françoise Sagan, del suo primo libro, Bonjour tristesse, pubblicato nel 1954 quando “l’affascinante piccolo mostro” – l’espressione è di François Mauriac – appena maggiorenne, si affacciava sull’abisso della notorietà. Un successo che le costò caro e che pagò per tutta la vita, tra alti e bassi, pubblicazioni felici – Un certain sourire, secondo romanzo, riscopre le irriverenti atmosfere del primo – e scivoloni letterari come Un chagrin de passage, massacrato dalla critica in un periodo – il 1994 – particolarmente duro per l’autrice per via di certi gravi problemi con il fisco, andirivieni tra una clinica e l’altra, abuso di alcool, dipendenza dalla droga, e una menomazione interiore a seguito di una vita sentimentale turbolenta e spesso infelice.

Ma non è la Sagan degli eccessi, delle giocate sconsiderate nei casinò della Costa Azzurra, non è la Sagan intontita dagli oppiacei, con i bleus à l’âme – i lividi all’anima – che ci interessa riscoprire, ma quella fresca, nient’affatto ingenua dei diciassette anni. Il diavolo biondo dallo sguardo esistenzialista, sigaretta tra le labbra e capelli corti, corpo androgino, espadrillas chiare, marinières con taglio maschile. La Sagan che contemplò, tra una difficoltà scolastica e l’altra – ma restava, era, una grande, voracissima lettrice – la storia di Cécile, diciassettenne parigina in vacanza a Juan-les-pins con il padre Raymond, vivace donnaiolo, e la di lui compagna Elsa, amante giovane e un po’ sciocca. A disturbare la quiete delle vacanze di luglio, all’ombra di una grande villa “bianca, splendente […] costruita su un promontorio dominante il mare e nascosta alla strada da un bosco di pini” è Anne, amica di vecchia data della madre di Cécile. È una quarantenne misteriosa e carismatica, dalla grande personalità, eppure schiva, moderata nei gesti, cogitabonda e quasi ieratica nelle sue pose pensose, assorta a guardare il mare, a fumare in silenzio al mattino, avvolta da abiti chiari, mentre Elsa, l’amante giovane, sprizza in giovinezza e rossore. Si è scottata, è chiassosa, ingenua, trepidante di mondanità, poco misteriosa. E Raymond cede, non resiste alla voglia – alla sfida – di conquistare la più matura Anne. Così l’idillio si spezza, Elsa scappa di casa, Cécile si ritrova imbrigliata tra le spire di una nuova “madre sostituta” che la vuol far lavorare durante l’estate: deve recuperare il suo debito formativo in filosofia e ottenere il diploma in settembre. Non può frequentare il malizioso Cyril, muscoli tesi e abbronzati, un’ottima intesa fisica, un corpo da scoprire: i primi palpiti, i primi lunghissimi baci, i primi amori all’ombra dei pini, nascosti da una natura rigogliosa, tra volontà di perdersi e desiderio di scoperta.

Così Cécile, che sprovveduta non è, che si annoia, che prende tutto con la disinvolta noncuranza con cui spesso vengono dipinte le parigine, escogita un piano senza nemmeno crederci fino in fondo, manipolando quasi contro voglia Anne, il padre, Cyril e la malcapitata Elsa. Prende in giro tutti per noia, si diverte a usare le persone come fossero i flaccidi burattini di una storia improbabile concepita in un pomeriggio immobile. Lo fa per testare se stessa, ben sapendo che non ha niente da testare, che il tutto non sarà altro che una sciocchezza, una perdita di tempo, una bravata senza convinzione. Niente a che vedere con il bel periodo, i due anni di giovinezza e scoperta passati con il padre vedovo, le mondanità, gli aperitivi in terrazza, le occhiate d’intesa su qualche possibile conquista da analizzare intellettualmente a due. La testa di Cécile è sempre altrove, il suo carattere non è ancora formato eppure presenta già picchi di un’irriverenza coraggiosa, impudica e infantile al contempo. È capace di toccare il fondo, sa disprezzarsi con un cinismo impensabile per la sua giovane età: “Non mi piaccio. Non mi amo, non mi sforzo nemmeno d’amarmi”. Cécile che non sa pensare, che si dà arie da donna impossibile ma che si sente vuota, Cécile che non accorda “importanza a niente” ma che sa godere del proprio corpo, sa approfittare del piacere che può darle un uomo e che in nome del godimento è pronta a mentire, a fingere un amore che non c’è, un interesse che è solo carne, solo sangue, respiri e torpore. È la stessa ragazza esile che si nutre di caffè, succhi d’arancia e whiskey, che s’annoia, dorme fino a tardi ma è capace di spaccarsi la testa su una frase di Bergson per un intero pomeriggio, che sa maledire ciò che non approva e che al contempo è vittima del rimorso. E poi volta di nuovo pagina.

“Siamo soli e infelici” le ripeterà suo padre, ma malgrado i drammi e le morti la vita sa ricominciare. Può sempre ricominciare per gli spiriti come Cécile, è ricominciata tante volte per Françoise che è sopravvissuta all’incidente del 1957 a bordo della sua Aston Martin, all’intossicazione da Palfium 857 per attenuare i dolori, alla morte dell’amato fratello Jacques, del suo grande amore Peggy Roche, amica, amante, confidente, musa capace di proteggerla e di vegliare su di lei, di aiutarla, sostenerla nella crescita del figlio Denis Westhoff e nelle fatiche quotidiane, calmarla dal terrore della solitudine. Françoise, che forse non si è mai amata del tutto, che vedeva nella scrittura, nel bisogno di scrittura, la sola “verifica, la sola prova” di se stessa.

Scrittura che era il timone a cui aggrapparsi quando il mare si faceva arrabbiato e l’alba pareva lontana. Ché le notti di Françoise erano notti corte, bianche e ubriache, attraversate dall’angoscia del non farcela più, dall’idea di un nulla che avviluppa, con la giovinezza che si allontana sempre più, così l’innocenza bionda delle sue protagoniste, lo sguardo furbo di Jean Seberg-Cécile immortalata da Otto Preminger, quella giovinezza sconsiderata che sapeva di avere tutto e, malgrado il successo, covava già la serpe della sconfitta, della perdita senza riparo, di una solitudine che un giorno o l’altro, sorniona, sarebbe arrivata e avrebbe scardinato tutto: i giorni di sole e di mare, le corse a velocità folle, i tè pomeridiani bevuti in qualche terrazza nizzarda, i tramonti infiniti e lunghi sulla spiaggia, i piedi nudi posati sui pavimenti freschi di ville perdute in aperta macchia mediterranea. Lo diceva già Cécile-Françoise, nelle prime righe di Bonjour tristesse, facendo eco a Paul Éluard e al suo La vie immédiate: “Adieu tristesse/ bonjour tristesse/ tu es inscrite dans les lignes du plafond/ tu es inscrite dans les yeux que j’aime” (“Addio tristezza/ buongiorno tristezza/ sei iscritta nelle linee del soffitto/ sei iscritta negli occhi che amo”). E lei, in eco, splendida diciassettenne, splendido tornado biondo:

Su questo sentimento sconosciuto di cui la noia, la dolcezza mi ossessionano, esito ad apporre il nome, il bel nome grave di tristezza. […] Oggi, qualcosa si richiude su di me come una seta, spossante e dolce, e mi separa dagli altri.

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