Aldo Nove e le infinite piccole cose celesti

di Giulio Giadrossi

In Poemetti della sera (Einaudi 2019) Aldo Nove ci prende per mano, come un bambino ardentemente curioso, ci conduce a guardare l’infinito slancio dell’essere e l’inarrestabile giostra del suo manifestarsi. Uno stupore bambino che precede il linguaggio, una meraviglia di infante (nell’accezione etimologica di infans, incapace di parlare) che ci conduce attraverso il microscopico, l’infinitamente piccolo, cercando risposte a domande che sorgono dal fondo delle nostre esistenze.
Una raccolta dominata da grandi campiture d’azzurro (“l’attimo azzurro”; “raccogliendosi in globi azzurri”; ”nel mare ovunque azzurro”; “come all’improvviso l’asfalto / di Milano riversi azzurro”; “sull’altare, azzurro come fossero / stelle all’albeggiare”).
E dalla chiarezza (“ogni atomo canterà / e avrà la mia voce, / e allora saprò / chiaramente / che nulla / mi ha mai separato da loro / se non per un breve tragitto / di gioia e di dolore, di meraviglia / e stupore”).

Una chiarezza della visione, uno sguardo che adagiandosi sulle cose infinitamente piccole ne restituisce il fulgore; un luminoso esercizio mimetico di rifrazione del sensibile (“La mia mano, specchio del piano divino / frammentato nel gioco / del futuro e / del passato”). Oggetti e attimi del nostro illusorio esistere vengono restituiti da Nove in un inventario salmodiante, una litania quasi ossessiva che, nella ripetizione, cerca il modo per esorcizzare un presente dominato dall’insensatezza e da un linguaggio che manca e tradisce il legame con l’esperienza più vera.
La luce dei fenomeni, degli oggetti, intesa come proprietà elementare dell’essere, domina la scrittura di Nove in queste poesie. Il colore insegue le infinite variazioni dell’essere, le anticipa, con una quasi ostinata presenza di arcobaleni (“Voglio solo arcobaleni, ai miei funerali!”), e in generale con insistenti cromatismi (“cielo / intrecciato a volte di / colori che mi daranno / la mano”) (“della luna / […] come una biglia multicolore”; “danzanti nell’immoto / vuoto verde, / argenteo”, “il bianco allontanato / del sogno / inviolato […]). La molteplicità delle campiture cromatiche dell’arcobaleno si riverbera anche nei riferimenti ai passaggi di stato dell’acqua, evocati da nuvole o da onde (“nuvole tra i viali sommersi”, “nuvole antracite”, “Siamo onde del mare / chiuse nei reparti delle singolarità”).
Nove diventa un bambino-astronauta dal pigiama celeste, cerca di ricondurci nell’ “attimo azzurro” in cui il celeste del pigiama si tramuta in un’eco della volta celeste, in una condizione precedente il nostro essere. La raccolta di Nove ci richiama a quell’esperienza che a tratti proviamo nell’infanzia, prima di scoprirci adulti e “scivolati in un miscuglio / di idiomi, / di colori, di stati, di presenti e / passati.”
I temi universali della nascita, della morte, dell’esistenza e della malattia, sono accompagnati in un girotondo dell’eterno che percorre a ritroso i destini individuali ed universali (“Un pezzettino / d’universo eretto a realtà”, “Siamo […] l’originaria scintilla”). Tutto ciò nella lucida consapevolezza che questo percorso a ritroso ci guida verso il riconoscimento del carattere illusorio della nostra vita sensibile (“non siamo mai nati, / non siamo mai morti”), di questa vita precipitata in un’incessante danza di simboli, linguaggi e narrazioni.
La morte come ricongiungimento all’essere diviene un affinamento perpetuo di una traiettoria poetica che vuole restituire il sogno panico dell’infinitamente piccolo come rifrazione dell’infinitamente grande (“Sarà bello tornare […] cavalletta, geranio, uvetta”). Un frammento che, slegato della corporeità individuale, nell’”attimo azzurro”, può ricongiungersi con il tutto. Un esilio che, tra il “non più” e il “non ancora”, può fare finalmente ritorno alle molteplici potenzialità del divenire. Un possibile “puro”, capace finalmente di sottrarsi alle gabbie delle necessità terrene, che può dire a se stesso “abbandonerò il pesante vestito dell’io”.

La prospettiva singolare di un poeta coraggiosamente bambino diviene possibilità di sottrarsi al tempo, occasione per cogliere il sempre differente ripetersi dell’uguale (“nel loop / del domani che è ieri / da sempre). Guardando il proprio essere al mondo, alla luce delle cose ultime, è proprio il mondo che almeno viene sottratto alla relatività dei destini individuali, nel tentativo di ricucire quello strappo con la totalità dell’essere che ci rende umani. Mentre sullo sfondo di queste parole giacciono le nostre esistenze, rese insensate dall’impossibilità di concepire la fine. Una fine del mondo che si è sempre già consumata: un “limbo abolito / e persistente”, la condizione paradossale di un tempo che “si chiama postmoderno, / ma non è mortale / e non è eterno”.
La stringente urgenza delle parole di Nove si evince paradossalmente dal loro darsi come cose sottratte al vortice degli eventi. Cose strappate a una fine immanente, relegata all’indicibile, in un differimento che non presagisce alcuna redenzione. Un’ “apocalisse che stenta ad arrivare”, ma sempre più sentita nel vivere quotidiano come condizione del nostro presente, di quel presente a cui soggiace silenziosa come nemesi un’obliata trascendenza.
Inseguendo il delicato salmodiare del poeta, la cui esistenza altro non è che un frequentare “le scuole elementari del Creato”, possiamo tentare di dare un senso al nostro sopravvivere, così dimentico del cielo. Possiamo farlo “in questo sonno / che chiamiamo vita”, intrappolati nell’inarrestabile deriva di un presente condannato a un “progresso scorsoio” (per citare Andrea Zanzotto). Senza grandi artifici linguistici o sistemi sentiamo allora, leggendo le poesie di Nove, che possiamo ancora parlare di ciò che esiste, sottraendolo alla cristallizzazione di un’impossibilità di senso, ma solo se non dimentichiamo che “il cielo è dove / giocano i bambini”.

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