“Aridatece Dante!”. Gioie e dolori della divulgazione

di Francesco Bercic

Lo scorso 25 marzo si è finalmente tenuto, dopo mesi di trepidante attesa, il cosiddetto Dantedì, la giornata dedicata al sommo poeta fiorentino in occasione dei settecento anni dalla morte. Tuttavia è già da inizio anno che gli articoli e i programmi su Dante hanno iniziato vertiginosamente a moltiplicarsi e ad affollare le grigie e spesso dimenticate sezioni “cultura” dei quotidiani. Negli ultimi giorni, specialmente alla vigilia del 25 marzo, l’attenzione pubblica e mediatica è letteralmente lievitata: non solo, da qualche giorno si può ascoltare Dante anche in metropolitana, sostituendo alle Airpods gli altoparlanti che intonano i Canti della Commedia. L’iniziativa, partita da Paolo Di Stefano, giornalista del Corriere, si proponeva (e si propone) come obiettivo quello di “promuovere con il giusto orgoglio un autore eccelso come Dante”, per favorire il dibattito intorno alla sua opera e sottolineare ancora l’immensità della nostra cultura.

Tutto bellissimo. Ma al di là delle vendutissime copie dei vari libri dedicati a Dante, da quello di Cazzullo a quello di Barbero, al di là degli innumerevoli supplementi offerti tanto dal Corriere quanto dal gruppo GEDI, cosa rimarrà nelle menti degli italiani? Quale idea di Dante è stata, nella maggior parte dei casi, trasmessa? Sarebbe interessante soffermarsi su questa domanda, ben più che sul numero di copie vendute della Commedia, come sarebbe utile riflettere criticamente, passata la sbornia, sulla qualità e sull’efficacia della sua “divulgazione”.

Dante “moderno”

Spesso, spessissimo a Dante si è attribuito ultimamente un interessante quanto misterioso aggettivo: moderno. Secondo Carlo Rovelli, Dante è moderno poiché ha anticipato quella che sarà la struttura relativistica dell’universo di Einstein, mentre per Aldo Cazzullo la modernità di Dante si troverebbe soprattutto nel suo rapporto con il femminile, fatto non di possesso ma di rispetto.

La modernità di Dante sembra essere null’altro che il tentativo di farne un uomo del nostro secolo, uno che alla fin fine poco c’entrava con il Medioevo. Sembra quasi che, più che mettersi in gioco attraverso Dante, sfidare le nostre certezze con il suo pensiero, il nostro obiettivo sia il contrario: mettere in gioco Dante a partire dalle nostre certezze, sfidarlo a diventare come noi. Una volta che siamo riusciti in questa “impresa”, ossia nobilitare Dante facendone un paladino della contemporaneità, il dibattito – nella stragrande maggioranza dei casi – si ferma. L’obiettivo è raggiunto, abbiamo avvicinato alla nostra sensibilità un uomo vissuto settecento anni fa e con questo crediamo di aver fatto divulgazione e buona cultura. Il dibattito, insomma, è talmente miope che si limita superbamente a schiacciare il passato sul presente – i valori di un tempo sui nostri valori – illudendosi pure, con questo anacronismo, di nobilitare entrambi.

Si è ignorato e si ignora volutamente tutto quanto della figura di Dante non è “spendibile” nell’attualità. Si ignora cioè qualsiasi forma di dibattito che si allontani dal nostro presente, tutte le questioni filosofico-culturali attorno a cui la Commedia ruota letteralmente. Evidentemente si ritiene che temi come il libero arbitrio, la teologia o come il “folle volo” di Ulisse siano cose superate che non potrebbero interessare un giovane o un non-specialista al giorno d’oggi.

Non si vuole con questo criticare Rovelli, Cazzulo o chi per loro. Ci si limita a constatare, come scrive sul Foglio Alfonso Berardinelli, che “su Alighieri si è avidamente buttato chi sa fare affari, mentre i migliori italianisti e dantisti sono dimenticati”. E “chi sa fare affari” è, banalmente, chi riesce a dire agli italiani cosa si vogliono sentir dire. Questi sono ormai massimi esperti della nostra società, coloro che credono di conoscere gli italiani e i loro principali interessi. Ma davvero alla gente non interesserebbe Dante così com’è? Pare a volte che i divulgatori stessi considerino argomenti del genere come il lato più noioso di Dante, argomenti da dimenticare, perché tanto alla gente non interessano. Sarà vero?

Da dove iniziare: divulgare, forzare, parodiare… ma non tradire

Il problema è che spesso chi ha l’onore e l’onere della divulgazione non si accorge fino a che punto – ben più che interpretare il sentimento del popolo – egli stia piuttosto rivestendo il delicato compito politico di qualcuno che questo sentimento lo sta letteralmente creando, producendo. È vero: l’immensa immagine dell’opera dantesca, pregna di religiosità e di filosofia, mal s’accompagna a un mondo come il nostro, secolarizzato e desacralizzato. Ma è solo da una critica e non da un’apologia del nostro tempo che potremmo prendere la rincorsa per riscoprire la vera (in)attualità di Dante.

Ecco allora che la Commedia diventa un grande viaggio interiore, simbolo di una cura per la propria vita spirituale, una cura che l’ambizioso uomo politico esiliato che è stato Dante ha senz’altro scoperto a un certo punto della sua travagliata vita. L’inattualità della Commedia è forse allora proprio in questa lotta con se stessi (dal sapore vagamente agostiniano e francescano) che l’uomo deve sopportare per non perdersi nei falsi miti e nei desideri indotti della propria epoca.

O ancora è nell’idea che, in fondo, la verità e l’ultimo atto di questa lotta, di questo viaggio, sfumino addirittura in una qualche ineffabile esperienza mistica, come quando alla fine del Paradiso Beatrice si defila lasciando che ad accompagnare Dante fino alla visione beatifica di Dio sia il mistico Ugo di San Vittore. Un misticismo che la filosofia tomista allora dominante escludeva in modo radicale, e che invece era tipica della tradizione agostiniano-francescana, o al limite neo-platonica.

Come non ricordare infine il fatto che l’“amore” di cui parla Dante, “che move il sole e l’altre stelle”, è un preciso riferimento alla Metafisica di Aristotele, secondo cui il Primo Motore, al di là dell’ultimo cielo delle stelle fisse, muoverebbe la macchina dell’universo non in modo “fisico”, bensì ispirando a cascata amore, desiderio – e quindi secondo la fisica aristotelica movimento e vita – in tutti gli altri cieli (a partire da quello delle stelle fisse). Qualcosa che “muove in quanto amato”, dice Aristotele precisamente, e Dante con lui.

Non c’è niente di male, in questo senso, nel forzare leggermente o nell’evidenziare in modo manifesto, entro i giusti limiti storici, gli aspetti della Commedia che più ci interessano. È vero, ad esempio, che Dante si riferisce all’Italia (seppur solo geograficamente) come un’unica entità, lamentandone i conflitti interni e l’ingovernabilità.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

Ma non bisogna cadere nell’errore di pensare per questo che Dante si immaginasse qualcosa come uno stato nazionale. Nella famosa invettiva del Canto VI del Purgatorio, Dante lamenta piuttosto il disinteresse dell’Imperatore per l’Italia del nord, lasciata alla mercé del papato e delle sue mire espansionistiche. Una situazione a causa della quale, lui stesso, guelfo bianco, subirà l’esilio quando gli amici più stretti del Papa – i guelfi neri – riprenderanno il potere in Firenze.

O ancora, si può certamente vedere nel modo in cui il poeta tratta Beatrice e molte altre donne della Commedia un qual certo rispetto per la donna (nobile), che non ci autorizza però – in alcun modo – a vedere in lui un femminista ante litteram. La donna angelicata inoltre è una figura tipica della letteratura del tempo, uno stilema della poesia provenzale che lo Stil Novo (cui Dante si era formato) ricalcava in modo esplicito. Tutto ciò per dire che non dobbiamo ingannarci rispetto a quello che un nobile e potente uomo medievale, come lo stesso Dante, poteva tranquillamente permettersi nei confronti di donne non del suo rango.

Allo stesso modo la concezione dell’universo del Sommo Poeta rivela senz’altro la finezza della sua conoscenza della cosmologia di Aristotele, che è però quanto di più lontano dall’universo einsteiniano possiamo immaginare. Così, anche sul piano teologico-filosofico l’indulgenza di Dante per Averroè (che il poete destina al limbo, tra gli spiriti magni, seppur mussulmano), e addirittura la presenza in paradiso di Sigieri da Brabante (grande filosofo averroista fiammingo che vide alcune sue tesi, poi ritrattate, condannate come eretiche nel 1277), ci suggeriscono fino a che punto Dante fosse tutt’altro che un servo dell’ortodossia teologico-filosofica del tempo, pur senza essere un “radicale”.  Egli pone infatti Cavalcante (padre di Guido Cavalcanti) tra gli eretici, tacciandolo di “epicureismo”, ossia di ateismo, ossia – secondo la moda filosofica del tempo – probabilmente di averroismo radicale: un’impostazione filosofica che, prendendo alla lettera le originali proposizioni di Aristotele sull’anima, e rilanciate nel medioevo dal commento di Averoré, tendeva – seppur solo “filosoficamente” – a negare l’immortalità della singola anima individuale.

Sono solo piccoli e tutto sommato semplici esempi di come si sarebbe potuto (e forse dovuto) approcciare l’opera dantesca. E francamente non si capisce davvero perché simili temi, se trattati con la giusta dose di humour e divulgati in modo non accademico, non dovrebbero interessare un pubblico popolare.

Un errore di prospettiva

Il Dantedì ha finito insomma per dire molto di più su di noi, come modello di cultura e società, che sul buon Dante Alighieri. Ha messo in luce il nostro sguardo sempre più miope, sempre più fisso su noi stessi e sempre meno aperto a qualsiasi spunto che esuli dal nostro misero presente, dominato dalla tecnica e dal sapere scientifico, dal moralismo narcisista e dalle semplificazioni. Anche Dante, certo, era un moralista, il contrappasso è solo l’esempio più celebre delle sue riflessioni etiche. Ma oggi non ci interessa più capire il senso filosofico delle “pene” dantesche, non ci interessa approfondire il peso della responsabilità del peccato. Ci limitiamo ad applaudire, con un tristissimo buonismo, Dante che tratta bene le donne, o che – pur impregnato di cosmologia aristotelica – intravvede già la relatività einsteiniana. Così facendo, Dante viene però svilito a simbolo della più becera retorica, citato a destra e a manca come “inventore” di tutto meno che delle tematiche della sua opera che realmente, ancora oggi, ci mettono almeno un po’ in gioco come individui e come società

Uscire da questo equivoco, in realtà, sarebbe molto semplice. Basterebbe avere il coraggio di superare la cecità del nostro presente, la forza di rompere l’illusione continuista e propagandistica che ci vorrebbe figli di quel Dante. No, non lo siamo. Non lo siamo nel senso più profondo – perché non c’è nulla di più estraneo alla nostra esperienza quotidiana del viaggio allegorico della Commedia, dall’inferno dell’egoismo e dell’ambizione alla luce della Grazia.

E infine, non siamo suoi “figli” nemmeno nel senso più banale del termine, perché, come tutto ciò che ci urta e ci mette in discussione, come tutto ciò che ci è distante, come un vecchio bisnonno rinchiuso all’ospizio, lo schiviamo educatamente lavandocene le mani al grido semplice, apprezzabile e alquanto ipocrita di “Viva Dante!”.

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