“Basaglia e le metamorfosi della psichiatria”: un racconto dall’ex O.P.P. di Trieste

di Anna Sardo

Controversa questione, il compleanno. C’è chi non aspetta altro per sentirsi una volta all’anno il re della giornata, c’è chi non vuole invecchiare, ci sono quelli che dicono che festeggiarlo ormai è demodée, ci sono quelli che sull’autobus non ti salutano, ma che spronati da Facebook ti mollano gli auguri sulla bacheca.

C’è poi chi invece, senza estetismi, vuole cogliere l’occasione per celebrare una volta in più una nascita importante, la nascita di qualcuno che stima e in cui crede.

Il quarantesimo compleanno della legge Basaglia, la 180/1978, fa un po’ lo stesso effetto; in molti sentono l’imperativo categorico a “fare memoria”, a “ricordare” un pezzo di storia che più che ricordare dovrebbero appena conoscere.

Fortunatamente non esistono solo loro. Fortunatamente c’è anche chi conosceva, praticava e stimava la 180 anche prima del duemiladiciotto.

Piero Cipriano ad esempio, psichiatra basagliano e – come lui stesso si definisce – “riluttante, che di Basaglia vuole portare avanti i principî e le battaglie, aggiornandole alla realtà odierna. Da questa necessità nasce il suo ultimo libro, Basaglia e le metamorfosi della psichiatria edito per i tipi di Elèuthera questa primavera. Entro questo libro sono in realtà racchiusi due libri diversi, naturalmente tra loro dialoganti e complementari. Il primo, scritto propriamente da Cipriano, vuole tracciare una storia della follia e dell’anti-follia, cioè della psichiatria, più agile di quella scritta da Michel Foucault nel 1961. E ci riesce. La differenza più eclatante però non sono le centottantacinque pagine di Cipriano contro le ottocento di Foucault, quanto l’introduzione di una nuova scansione temporale, a.B. e d.B.: “Come nella nostra storia occidentale esiste un prima e un dopo Cristo, nella storia della psichiatria esiste un prima e un dopo Basaglia”. Il secondo libro è invece una raccolta antologica che riunisce gli interventi di chi, indossando vesti diverse, ha deciso di stare entro i temi della psichiatria: gli Inventori (di nuove pratiche di salute mentale), addetti ai lavori, per così dire. I pazienti, che qui prendono il nome di Impazienti (o Esigenti) dando voce ai quali, Cipriano, da psichiatra, evita di incappare in quella trappola rispetto a cui già Basaglia metteva in allerta: scrivere una storia della follia fatta di nomi di psichiatri e delle loro teorie, una storia dove il nome degli psichiatrizzati – e le loro vite – non comparissero mai. Infine, i Narratori: artisti che hanno deciso di mettere la loro arte a disposizione dei temi che ruotano attorno alla salute mentale per farli risuonare nelle orecchie e negli occhi della società civile.

Questa è a grandi linee la risposta che il pubblico ha ascoltato il 22 giugno scorso, durante un dialogo tra l’autore del libro, Giovanna Del Giudice e Alessia De Stefano, psichiatre basagliane, che abbiamo promosso come Charta Sporca ai margini del convegno “Democrazia e salute mentale di comunità” organizzato da Duemilauno agenzia sociale. Il luogo prescelto non poteva che essere il parco dell’ex Ospedale Psichiatrico, l’inferno trasformatosi in una delle poche isole dove la 180 è applicata e dimostra la sua validità.

A Trieste la 180 è applicata. Ed è per questo che dimostra la sua validità. Non ci si limita a fare memoria, tessendo panegirici a simulacri vuoti, una volta ogni quarant’anni, quando fino al trentuno dicembre 2017 di Basaglia si sapeva poco e si praticava niente. Trieste ha quattro CSM (Centri di Salute Mentale), uno per ogni Distretto in cui è suddiviso il territorio locale, un SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) no-restraint, un Servizio Abilitazioni e Residenze e la Clinica Psichiatrica Universitaria, dove completare la specializzazione in psichiatria. Un servizio radicato nella città, una città-che-cura.
Tuttavia è un’isola, facente parte di un piccolo arcipelago. Se è vero che l’Italia è l’unico Paese al mondo dove il manicomio concentrazionario non esiste più, è vero anche che questo si è trasferito con le sue pratiche nel territorio, insieme ai malati.

Cipriano parla, in questo libro come nei precedenti tre – La fabbrica della cura mentale, Il manicomio chimico e La società dei devianti – di manicomi diffusi e delocalizzati che, insinuatisi nelle pieghe della società, sono anche più difficili da stanare.
“Il nuovo manicomio è l’etichetta diagnostica – entri dallo psichiatra come Giulia Rossi e ne esci come schizofrenica, n.d.a. – che si appiccica come un tatuaggio indelebile, […] nuovo manicomio è il farmaco – che se somministrato non come extrema ratio ma come proxima ratio diventa esso stesso generatore di follia, diventa iatrogeno, n.d.a. – nuovissimo prossimo manicomio sarà – o è già – il medium digitale”. A questo punto la narrazione di Cipriano diventa una previsione, che profila un futuro che a tutta ragione possiamo definire distopico. A differenza del panopticon di Bentham ispiratore del manicomio di Pinel del 1793, in cui principio unico e dominante era la “separazione tra folle e folle, normale e anormale”, dice Cipriano, in quello digitale “non solo non vi è separazione, non solo è auspicata, incentivata la comunicazione, ma c’è anche esibizione spontanea perfino denudamento di sé. […] Giorno dopo giorno immettiamo in questo mare digitale parti che ci appartengono, la nostra identità, ottenendo lo scopo di una sorveglianza reciproca”.

Questi non sono solo gli allarmismi di un visionario paranoico e tecnofobo. Esiste già qualcosa che possa sostanziare tali timori. Ad esempio, il Proteus Digital Health, progetto recentemente preso in considerazione dalla Food and Drug Administration, l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. Il Proteus è un sistema che “sarebbe in grado di inserire un sensore attaccato alla compressa, un sensore ingeribile quindi, che comunica con un altro sensore posto su un cerotto computerizzato indossato dal paziente o inserito sottopelle, di modo che il medico prescrittore dal suo tablet possa controllare l’intero percorso del farmaco, dall’ingestione all’assorbimento. Questo perché? Per contrastare […] la scarsa compliance o l’assunzione a dosaggi inferiori alla prescrizione”. Cosa direbbe Basaglia. Tanta fatica per separare concettualmente il Körper, il corpo anatomico, dal Leib, il corpo-vissuto, per dopo riunirli in modo ugualmente violento, ma più subdolo e incestuoso. Prima, nel manicomio concentrazionario, erano tenuti insieme da fasce e mura esterne al corpo, ora vengono legati dall’interno.

Se almeno la metamorfosi fosse completa, se un manicomio spodestasse l’altro, senza lasciare tracce del primo! Purtroppo i manicomi sono additivi: il panottico digitale si embrica con il manicomio chimico, e con quello meccanico, e con quello nosologico – l’etichetta, per intendersi. L’etichetta che può essere diagnostica, ma anche economica, sociale, razziale, religiosa, e che contribuisce a creare e rafforzare lo stigma verso una categoria. C’è da chiedersi che vita abbia una psichiatria che slega, che accoglie, che ascolta, che lascia muovere, che non teme la libertà in un periodo storico come questo; in cui si costruiscono muri, si vive in costante allarme terroristico, dove la cultura dell’odio e della paura – spesso strumentalizzati– sono l’arma preferita e vincente dei populismi. Difficile, di fronte a tali evidenze, non essere titubanti, non fermarsi a guardare se stessi e il proprio lavoro, ed è difficile persino non riconoscersi per un attimo come una “minoranza etica, una sorta di riserva indiana chiusa in un’enclave”. Cipriano lo ammette, nel libro, così come durante la presentazione. Ma c’è una felice espressione, ossimorica perché non è la linearità ad animare questa psichiatria, coniata da Franco Rotelli che evita che anche agli occhi degli stessi basagliani il basaglismo imploda: “Siamo dei disperati portatori di speranza, questo siamo”.

Questa potrebbe essere una buona conclusione di questo discorso, resoconto, racconto, dialogo, incontro. La parola definitiva, che riconosce le condizioni in cui versa il mondo, ma che ciononostante non smette di essere creativa. Ammortizza ogni critica. Già riconosce la sua stessa disperazione, che altro puoi dire contro questa parola? Dice che i manicomi sono ubiquitari, ed è per questo che cerca a sua volta di parcellizzarsi, a radicarsi sul territorio a piccola scala, per essere ovunque, come i manicomi.

Mi scuso con i lettori che temono il rimpicciolimento del cursore sulla destra dello schermo, ma purtroppo agli psichiatri piace parlare.

Penso che “manicomio” sia la parola più ricorrente in queste righe. Ci si è messi d’accordo tacitamente, all’inizio della presentazione come di questo articolo, di utilizzare questo termine nel modo in cui l’abbiamo utilizzato; manicomio chimico, nosologico, digitale… Ci siamo fidati di Cipriano, l’abbiamo seguito nella sua definizione, anzi ci siamo anche battuti una mano sulla fronte pensando: “ma ‘sto manicomio ancora qui sta, sotto gli occhi di tutti, e anche io come gli altri non me ne sono accorto. Dal salumiere sono andato, non dall’ottico”.

La questione lessicale è fondamentale. Alla fine è il modo che abbiamo di concettualizzare il mondo, di renderlo a noi noto, e a seconda che chiamiamo quattro gambe e una tavola di legno “sedia” o “combustibile”, ci siederemo sopra o la getteremo nel fuoco.

Per cui sono grata a Giovanna Del Giudice che solleva la questione, chiedendo a Cipriano se sia appropriato chiamare manicomi le pillole e i Manuali Diagnostici. Effettivamente a una donna che vide il manicomio concentrazionario, che ci lavorò dentro per sette anni prima che sparisse dall’Italia, a una donna che nel dicembre 1971 arrivò all’O.P.P. Di Trieste, sotto la direzione di Basaglia dall’agosto dello stesso anno, e che quindi partecipò con il suo proprio corpo allo smantellamento della prigione dei matti, chiamare manicomio la prescrizione di farmaci, forse pare fuorviante. O forse è una piccola provocazione. Io non ci avevo pensato, e mi sono spaventata a questa domanda, perché con “metamorfosi della psichiatra” si intende ipso facto metamorfosi del manicomio. Negando che quelli di nuova generazione, i manicomi 2.0 (chimico) e 3.0 (digitale), siano manicomi, si rischierebbe di dover rivedere l’intera tesi.

Ma è evidente che quella di Cipriano non è una denuncia fatta pour parler, un vezzo ribelle di un allineato. Ammettiamo che gli psicofarmaci e il progetto Proteus non abbiano precisamente le caratteristiche del manicomio pineliano, o anzi assumiamo come ipotesi che, come suggerisce Giovanna Del Giudice, non siano affatto manicomi. Chiamiamoli “metodi”, “mezzi”, “strategie di cura”. Se qualcuno mi proponesse una strategia di cura, in un momento di difficoltà, non esiterei a sottoscrivere il contratto; forse non leggerei nemmeno le ultime clausole, quelle degli effetti collaterali, come ad esempio la dipendenza a vita da una sostanza, o anche due o tre, e per di più estremamente costosa. Se qualcuno mi proponesse un manicomio, quantomeno mi prenderei un giorno per pensarci, prima di lasciare la firma. Questo nel caso io avessi bisogno di cure.

Poi c’è la necessità di comunicare con la società civile, senza la quale risulta impossibile creare la città-che-cura. La denuncia deve arrivare forte e chiara, inequivocabile e sconvolgente per chiunque, anche per gli occhi più sordi e le orecchie più miopi. Svelare che il manicomio è ancora tra noi, sul suolo nazionale, nei nostri ospedali, è comunicativamente molto efficace.
Per cui sì, può essere anche un escamotage linguistico, dice Cipriano, ma risveglia le coscienze e non è una bugia. E non è una bugia, una fake news, perché continua ad esistere l’elemento iatrogeno, quello che già Basaglia, evocando Foucault, definisce come doppio della follia, “ovvero” spiega Cipriano, “ciò che la psichiatria e le sue tecniche hanno fatto della nuda follia, la follia primaria, dunque prevalentemente l’isolamento in manicomio” per Basaglia, le categorie diagnostiche, gli psicofarmaci e il reciproco controllo digitale per Cipriano.

Il capitolo quarto delle Metamorfosi della psichiatria si apre con un paragrafo intitolato Intanto gli OPG non esistono più. Dite che è poco? Perché è vero che il 95% degli SPDC italiani è ancora restraint e che spesso la legge 180 viene tradita o ignorata, è vero che il sistema sanitario è perfettibile e riformabile, ma, dice Cipriano, “non si può essere critici su tutto. Ricordarsi dell’ottimismo della volontà, ogni tanto, e non farsi sopraffare dal pessimismo della ragione”. Infatti in Italia esiste quel 5% di SPDC no-restraint, i manicomi civili sono stati chiusi da quarant’anni, e da tre sono stati eliminati gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Alessia De Stefano può confermare che altrove la deistituzionalizzazione è molto più indietro. Anzi, probabilmente deve ancora iniziare. De Stefano ha partecipato a un progetto di ricerca in diversi reparti psichiatrici olandesi, con l’incarico di esportare all’estero il modello italiano. Pare, in prima istanza, che questa operazione sia superflua e supponente, che in Olanda siano molto più avanti di noi. Pare che l’epidemia di depressione – quattrocento milioni di depressi secondo i parametri del DSM-5 – non colpisca le città dei tulipani, che il disagio mentale non abiti la popolazione olandese, che appare perennemente giovane e sana, incapace di invecchiare e di impazzire.

In prima istanza. In realtà la repressione e l’internamento sono molto più violenti che in Italia, e colpiscono non solo quella che più facilmente è percepita come devianza, cioè il disagio psichico, ma già il naturale decorso della vita, una condizione umana connaturata alla vita stessa di ciascun uomo, la vecchiaia. L’Olanda non è un paese per vecchi. Tenuti lontano dalla società della performance, in quanto individui non performanti, non viene data loro la possibilità di partecipare al suo evolversi. Il principio di prestazione è condizione necessaria e sufficiente per permettere al soggetto di essere incluso nella vita sociale. Doppio vantaggio, perché così i giovani, liberi dal fardello degli anziani genitori, possono sfruttare al meglio tutte le loro energie, per raggiungere livelli di performance sempre più elevati, ritmi di lavoro sempre più serrati, orari di servizio sempre più prolungati. Liberati dal fastidioso onere di prendersi cura dei vecchi, i giovani sono così ancora più liberi di sfruttare la loro libertà per auto-sfruttarsi. “Il soggetto moderno non è più il soggetto disciplinare il cui corpo è incastrato in obblighi e in luoghi del sorvegliare e del punire e i cui luoghi della massima punizione sono galere e manicomi. Il soggetto moderno è adesso tenuto a una prestazione, la sua psiche è incastrata in un imperativo performativo e i luoghi della cura per ottimizzare questa necessità prestazionale sono il lettino dell’analista o lo studio dello psicoterapeuta o la farmacia dello psichiatra” dice Cipriano evocando il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, che raccoglie la lezione foucaultiana e prova a superarla. “La troppa libertà determina un eccesso di lavoro autoimposto. Questo eccesso di lavoro senza padrone determina stanchezza. Questa stanchezza, ogni forma di stanchezza, i nuovi codici diagnostici la rubricano ansia o insonnia o stanchezza o depressione o bipolarità o anedonia eccetera”, continua Cipriano. Naturalmente la libertà di cui parlano lui e Han non è solo quella dei cittadini olandesi che rinchiudono gli anziani nelle case di riposo, ma una libertà connaturata alle esigenze del neoliberismo, e quindi di ogni Paese occidentalizzante.

Ed è così che quella stessa società che aveva tenuto con sé il giovane prestante, una volta sfruttato a sufficienza gli diagnostica una qualche depressione o bipolarità o anedonia e lo esclude a sua volta, relegandolo, per tornare all’Olanda nei manicomi concentrazionari, perché là, come nel resto del mondo esclusa l’Italia, esistono ancora.

Bisogna quindi raccontare, ed è questo in primis il compito di Alessia De Stefano in Olanda e successivamente in Giappone, che in Italia i manicomi-lager non esistono più, da quarant’anni. Che da tre anni non esistono più gli OPG, che esiste una percentuale, per quanto esigua, di SPDC che rifiuta di legare ai letti gli esseri umani. Bisogna raccontare le vite delle persone, non solo diffondere una statistica sintomatologica.

Foucault, Basaglia, Cipriano che vogliono smascherare il potere psichiatrico cosa fanno? Foucault con la Storia della follia, Basaglia nelle Conferenze brasiliane, Cipriano con Basaglia e le metamorfosi della psichiatria. Iniziano raccontando la storia del manicomio, indissolubilmente legata a quella psichiatria, da Pinel al punto in cui loro stessi si sono trovati gettati nella stessa storia che stanno raccontando. Raccontano il male e il bene, la violenza e le promesse di giustizia, mantenute e tradite; Cipriano e Basaglia parlano sì delle teorie dei medici, ma riportano le vite delle persone che ascoltano non da dietro un lettino o nel loro studiolo, ma fuori, nella città, nel bar all’uscita dell’ospedale di Roma. Dopo averla narrata e conosciuta la storia della psichiatria, loro hanno deciso di abitarla, di continuare a definirsi psichiatri, riluttanti rivoluzionari non allineati, ma pur sempre psichiatri.

Vorrei concludere saccheggiando due righe delle Conferenze brasiliane, perché, da quello che ho capito, da questo testo muovono tutt’ora molti Inventori di nuove pratiche di salute mentale; spero che Basaglia non si offenda; è un omaggio, non un furto.

“Trasformando il campo istituzionale in cui lavoro, io cambio la società, e se questo è onnipotenza, allora viva l’onnipotenza!”.

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