Storie di fantasmi e dissolvenze incrociate: “Les fantômes d’Ismaël” di Arnaud Desplechin

di Francesco Ruzzier

Ismaël Vuillard, per vivere, scrive e dirige film. E il vivere scrivendo e dirigendo film è per lui un’ossessione tale che nella sua quotidianità non esiste più alcuna distinzione tra scrittura, regia e vita reale: i personaggi che inventa sono proiezioni di persone a lui care; la sua realtà, invece, è ricolma di ossessioni, allucinazioni e fantasmi. Sarà proprio l’arrivo di un fantasma a farlo impazzire definitivamente. Un’esplosione vorticosa di emozioni e ricordi sepolti sotto strati di infinita sofferenza, riemersi in un istante con la semplice apparizione di una persona: Carlotta, la donna della sua vita. L’unica che abbia mai amato; scomparsa, fuggita e creduta morta più di vent’anni prima. Va sempre così, nella vita: si fa di tutto per dimenticare, cambiare le cose, ripartire; poi basta un’immagine, una visione, e ogni sforzo viene vanificato. Si viene investiti, senza aver alcuna possibilità di schivarsi.

Tutto questo turbinio di emozioni viene raccontato da Desplechin nel suo Les fantômes d’Ismaël con una cosa semplicissima, ma in questo caso azzeccata ed incredibilmente efficace: la dissolvenza incrociata. Con il graduale passaggio da un’immagine all’altra, il regista francese sfrutta il potere del montaggio per far coesistere nella stessa inquadratura – anche se solo per qualche istante – due elementi che altrimenti non potrebbero abitare lo stesso luogo. Sono lì, uno di fronte all’altra. Si sono amati follemente, erano un tutt’uno, ma per vent’anni, dieci mesi e sei giorni non hanno condiviso nemmeno un istante. Ognuno ha una propria vita; appartengono a due mondi distanti anni luce. Sono due estranei che si conoscono a memoria: dissolvenza incrociata. Fino a quando non arriverà il momento, fino a che, un passo per volta, riusciranno a riavvicinarsi, sarà questo l’unico modo per i due (ex) amanti di convivere. Come uno di quei pensieri che non ci si riesce a togliere dalla testa, come un’ossessione, come un ricordo; come un fantasma impossibile da cacciare, impossibile da toccare.

È questo, ma anche molto altro Les fantômes d’Ismaël. Forse troppo. Si procede per accumulo di storie, derive e parentesi, come fosse un flusso di coscienza per immagini, capace di condurre ad un’unica, (im)possibile, conclusione. Si mescolano i generi, dal dramma al mistery; si aprono continuamente nuove parentesi e nuovi incroci; ogni tanto ci si sente quasi incastrati, tra i ricordi e le emozioni di Ismaël; che inevitabilmente si confondono con i propri, di pensieri. E ci si perde facilmente tra l’alternanza di momenti riusciti e momenti morti, tra gli alti e i bassi, i discorsi pieni di significato e i vicoli ciechi, che il film, come la vita, riesce a regalare.

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