Carlo, Giulio, Norman: la memoria, il potere e il problema del corpo

di Davide Pittioni

“Norman,
Primavera a Praga
Il fuoco di Ian Palach lo ricordi?”
(Norman, Managment del Dolore Post-Operatorio)

Quando Carlo Giuliani muore, freddato in piazza come non accadeva da tempo in Italia, il suo corpo giace sul selciato per molto tempo. A poca distanza, un estintore. Nel successivo montaggio tecno-politico sarà la scena fissata nell’istante, immagine che ne associa gli elementi – un corpo, un estintore, un Defender, la sagoma di una pistola – a dare senso all’accaduto, a ricostruire una dinamica distorta, tossicità della narrazione mainstream.

Bisogna ritornare alla sequenza, ricostruirla a partire da quella scena: le urla “oddio, no!” nel grido di un manifestante lì vicino, l’imbarazzo del corpo, la violazione di quello stesso corpo, la pietra che fracassa un cranio già spento, e poi ancora la distanza di un’impossibilità: cosa te ne fai del corpo di un ragazzo ucciso, ammazzato? Il resto è smontabile pezzo dopo pezzo, è rappresentazione, e finisce per focalizzare il particolare oscurando il contesto attorno. Lo conosci “tu che straparli”? (“Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?”, www.wuminfoundtion.com/giap). L’attacco al corteo, Via Tolemaide, la violenza dell’impatto, la carica laterale da Piazza Alimonda, lo scontro che si propaga nelle vie circostanti.

Che te ne fai di un corpo che si sgancia dalla catena, elemento parziale che sfugge, inassimilabile, alla significazione? È su questa sfuggevolezza che si incrina il progetto tecno-politico di chiudere la narrazione una volta per tutte. L’omicidio di un ragazzo di ventitré anni rimane un fatto che va oltre il significato assegnatogli, resiste anche nel tracollo, quando puoi solo misurare la sconfitta, sopravvivere. “Com’è che non lo chiami martirio?” Non serve, il corpo deborda.

L’imbarazzo del corpo sembra appartenere anche alla vicenda di Giulio Regeni. Anche in questo caso si consuma lo stesso problema: che te ne fai di un corpo? È il 3 febbraio quando, a diversi giorni dalla scomparsa, viene ritrovato il suo cadavere alla periferia del Cairo: è Giulio Regeni, porta segni profondi di tortura. A parte rare eccezioni, è solo in un secondo momento che comincerà ad emergere la posta in gioco.

“Sul Cairo era scesa una cappa di sospetti” (“Tutte le ombre del caso Regeni”, Declan Walsh, The New York Times Magazine), ma il ricercatore friulano continuava a condurre la sua ricerca sui venditori ambulanti. A partire dal 2006, in Egitto i sindacati indipendenti avevano cominciato a mobilitarsi; dopo le primavere arabe del 2011, erano ormai migliaia le sigle e Regeni “si era immerso in quel mondo sperando di riuscire a capire se il loro sindacato [degli ambulanti] era in grado di innescare un cambiamento sociale e politico.” Alla determinazione del suo lavoro di inchiesta, si affiancavano anche momenti di sconforto: “È molto deprimente – scriveva a un amico – sono tutti coscienti dei giochi dietro le quinte.” I giochi, le catene di interessi, la griglia di poteri in cui tutti noi – a differenti gradi – siamo coinvolti. Trame oscure per cui non serve scomodare complotti.

È solo dopo lo sgomento iniziale, insieme alle giravolte delle versioni di comodo, che si fanno strada ombre e sospetti, emergono nuove verità e si dipana una matassa di elementi, forse conosciuti, ma certamente non noti. Si riapre un quadro largo, di cui il ricercatore friulano è un nodo determinante: escludiamo le versioni ambigue e in alcuni casi infamanti che vedono in Giulio un agente dei servizi segreti; o le altre, oscenamente depistanti, che riconducono la vicenda al delitto comune. Egli gioca un ruolo all’interno del frame narrativo delle primavere arabe e dell’Egitto; si tratta di una trama con temporalità, connessioni e interessi. Poco importa la ricostruzione minuziosa, ancora in corso: in questa prospettiva, parlare di omicidio di stato significa semplicemente riconoscere un certo contesto, al di là di chi abbia impartito l’ordine. Fino a chiedersi: è poi sempre necessario ripercorrere la catena di comando fino in fondo? E cosa c’è alla fine?

Ultima scena. Norman, dottorando in filosofia all’Università di Palermo, il 13 settembre 2010, a pochi mesi dal conseguimento del titolo, si getta dal settimo piano della sua facoltà. Muore suicida di fronte al muro dell’ingiustizia, schiantato dall’abisso dell’assenza di una prospettiva. “Esistono due libertà incondizionate: la libertà di pensiero e la libertà di morire, che è la stessa di vivere”, appuntava sul suo taccuino. Il padre dichiara: “Questo suicidio non è solo frutto della depressione: è un omicidio di Stato”.

Carlo, Giulio, Norman. Storie differenti, individuali, nomi propri irriducibili, eppure così intimamente affini. Non in quanto “martiri” (anzi, questa stessa significazione rischia di chiudere nuovamente la questione che aprono), bensì perché capaci di rompere una linearità, uno schema di potere. Non è questione di sacrificio o di gesto eroico: quei corpi segnalano altro. La loro memoria sarà sempre in eccedenza.

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