C’era una volta un paese

di Lilli Goriup e Davide Pittioni

tito“Con tristezza e con gioia ricorderemo la nostra terra quando racconteremo ai nostri figli storie che cominciano come le fiabe: c’era una volta un paese…”
Underground

Che la storia sia passata per la Bosnia Erzegovina è evidente, anche solo a un primo impatto estetico. Le lacerazioni prodotte dall’ultima guerra sono visibili nelle macerie che di tanto in tanto squarciano la serie degli ordinati palazzi rimessi a nuovo – edifici nudi, scarnificati, crivellati sull’intera superficie. La memoria del conflitto del 1992-1995 è presente e viva nelle testimonianze delle persone che incontriamo e nelle immagini che si ripetono nei musei. Lo scoppio dei nazionalismi e dell’odio interetnico rimane tuttavia qualcosa di inspiegato quanto improvviso, o perlomeno questa è l’impressione che funge da costante in tutti i frammenti raccolti a proposito.

C’è poi un passato più remoto, legato alla storia della Jugoslavia e alla sua disgregazione. È quest’ultimo a essere più difficile da ricostruire, stratificato com’è in diverse narrazioni, esplicite e non. Il volto di Tito ci guarda dalle T-shirts esposte nei negozi di souvenir, in un’atmosfera di pace capitalista da fine della storia; presenza spettrale e innocua, mentre pochi metri più in là, all’interno del museo del vecchio di ponte di Mostar, si ripetono le immagini del bombardamento che, nel 1993, ha portato alla distruzione del ponte.

Žižek parla di “balkanism” rifacendosi al concetto di “orientalism” di Said: i Balcani costituirebbero l’”inconscio d’Europa”, ovvero lo schermo sul quale uno sguardo occidentale proietta la fascinazione che prova non tanto per i Balcani in sé, quanto nei confronti dell’idea che di essi si costruisce; come di terre fuori dalla storia, in cui il tempo è sospeso e lo spazio è un altrove più primitivo, più vicino a uno stato di natura (o barbarie) rispetto alla realtà che è abituato a conoscere. Ne parla proprio in polemica con Kusturica, accusato, dal filosofo sloveno, di perpetrare tale stereotipo: questa apparente contraddizione non toglie impatto all’epigrafe ma, al contrario, apre lo spazio per la prospettiva del fort-da che si gioca tra prossimità e distanza, tra la “nostra” prospettiva-aspettativa sui Balcani e su quella che i Balcani ripongono su stessi, e ancora, lo scarto che ci separa dalla possibilità di cogliere pienamente quest’ultima.

Il fort-da con cui apriamo lo sguardo sui Balcani non può che essere dialettico. Non trova soluzione o punto d’approdo. Salta continuamente da una parte all’altra della barricata, del confine, del bordo. I Balcani stessi sono un bordo. Tito, tra le altre cose, smarcò la Jugoslavia dalla divisione in blocchi imposta della guerra fredda, così che i paesi non-allineati diventassero quel confine che rompeva la dualità, il da dell’occidente capitalista e il fort del comunismo. Ma la Jugoslavia di allora non fu solo una realtà altra, alternativa e pericolosa società ai confini dell’Europa. Un’immagine su tutte: i funerali di Tito, in presenza della maggior parte dei capi di stato occidentali, anche Pertini, persino la Thatcher. Segno di una vicinanza abissale al mondo occidentale, di una prossimità non solo di interessi, ma anche storica e culturale. Come Sarajevo, tra le grandi capitali europee. Una vicinanza che diventa sempre più vertiginosa, sdrucciolevole, con lo scoppio dei conflitti etnici. Ed ecco emergere i Balcani pulsionali, barbarici, arcaici.

I Balcani fungono così da paradigma di un rovesciamento. Tra cristiani moderati e tolleranti e islamici fondamentalisti, la Bosnia ci offre il suo rovescio. Qui, o là, i musulmani bosgnacchi sembrano mostrare il volto moderato della religione; i cristiani, invece, croati o serbi, cattolici o ortodossi, il volto violento. Come la croce che svetta sopra le colline di Mostar, città simbolo della divisione tra cattolici croati e musulmani bosgnacchi. Una croce che ammonisce, e preserva.

Se da un lato tanti spettri si aggirano per la ex Jugoslavia, dall’altro lo spirito di quest’ultima sopravvive in alcune espressioni che a un orecchio occidentale paiono inattuali, come lucciole di pasoliniana memoria, condannate a scomparire non al buio, bensì sotto la luce abbagliante dei riflettori del nuovo fascismo. Nella Bosnia di oggi si parla di pace e di futuro, all’interno del migliore dei mercati possibili, eppure – sono le donne dell’associazione KOS a raccontare, madri e vedove di guerra, cattoliche e musulmane, non certo delle militanti radicali – quel futuro appare quanto mai precario e incerto: la disoccupazione giovanile è al 57% e i cittadini continuano a scendere in piazza per rivendicare lavoro, diritti, nonché per protestare contro l’imposizione identitaria voluta con Dayton. E lo raccontano parlando di popolo e di resistenza, di fratellanza e giustizia.
“L’immagine è poca cosa: un resto o un’incrinatura. Un accidente del tempo che lo rende momentaneamente visibile o leggibile”[1]. Ecco dunque cosa ci sembra di intravedere nello sguardo delle immagini del maresciallo, viziato dal fatto di costituire per noi uno schermo, nel fenomeno della jugonostalgija che riscontriamo in loco: a emergere dalle varie narrazioni compiute su ciò che è stato, più che sugli eventi in sé, è l’idea di un’alternativa che era parsa possibile.

Note

[1] Didi-Huberman, G. “Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze”, Bollati Boringhieri, Torino, 2010, p. 53.

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