Cioran e la letteratura

di Eleonora Zeper

CioranGiuliano l’Apostata non fece martiri, non scatenò grandiose persecuzioni alla maniera di Diocleziano, non liquidò i suoi più acerrimi nemici con delle rapide condanne a morte. Se così fosse stato, il cristiano dei primi secoli forse non avrebbe riversato tutto il suo odio contro di lui, anzi. Giuliano puntò più in alto. Perché, dunque, nel nostro immaginario assurge a simbolo di una resistenza pagana crepuscolare, tragica, disperata? Perché tanto odio cristiano nei suoi confronti? Il motivo va senz’altro ravvisato nel celebre Editto de professoribus del 362 d.C.: ai cristiani viene proibito di insegnare nelle scuole Omero, Virgilio e la letteratura classica in genere. Credere in qualcosa e insegnare qualcos’altro è inconcepibile per l’imperatore, l’intima adesione alla materia trattata è imprescindibile, il coinvolgimento emotivo e intellettuale – certo dovuto ad un certo grado di verità attribuita dal maestro all’oggetto del proprio insegnamento – è necessario, è indice di una sanità culturale che quel giovane visionario avrebbe voluto restaurare. Una morte prematura stroncò quel sogno: il decadere di quell’editto è l’atto di fondazione dell’istruzione moderna, del nostro comune modo di intendere la scuola e le lettere.

“Non si biasimerà mai abbastanza il XIX secolo per aver favorito questa genia di glossatori, queste macchine da lettura, questa malformazione dello spirito incarnata dal Professore – simbolo del declino di una civiltà, dell’avvilimento del gusto, della supremazia della fatica sul capriccio. Vedere tutto dall’esterno, ridurre a sistema l’ineffabile, non guardare niente in faccia, fare l’inventario delle opinioni altrui!”. Così Emil Cioran, filosofo (?) rumeno emigrato a Parigi nel 1937 e morto ormai quasi vent’anni fa, sulla figura del professore, sulle nostre accademie, sulla nostra pretesa oggettività di indagine, su quello strumento chiamato metodo scientifico che pretendiamo di usare come si usa un forno a microonde: senza non siamo più capaci. Quarto e diciannovesimo secolo, che importano le date? Il concetto è lo stesso. Non è certo un caso se Giuliano fu uno degli uomini politici più amati da Cioran.

Si potrebbe dire qualcosa su Cioran? Si dovrebbe dire qualcosa su Cioran? Se mi soffermassi a riflettere sulla straordinaria figura di quest’autore – di quest’ “apolide metafisico”, quest’ “ateo-credente”, questo mistico fallito, quest’uomo che fu al contempo terribile spregiatore del genere umano e amante feroce ed inesausto della vita – e se decidessi, infine, di aderire ai suoi stessi dettami, tacere sarebbe certo una scelta obbligata. Eppure, nonostante tutto, come lui stesso finì con una penna in mano, incarnando così quei paradossi formulati asistematicamente nella propria opera, qualche parola si può pur dire. Gli sforzi di coerenza, come Cioran ebbe a confessare parecchie volte, rischiano di essere molto spesso, quasi sempre, sintomo di menzogna. La vita, e l’uomo con essa, non si degna certo di rispettare il principio di non contraddizione. La letteratura non è mai per Cioran qualcosa di esterno, un semplice oggetto di studio o di svago. Non si può capire nulla di quest’autore se non si parte dal presupposto che, anche quando parla di altro, perfino quando parla di storia o di Dio, non parla mai d’altro che di sé. E si è tentati di chiedersi se valga qualcosa un autore che, pur perdendosi nei molteplici destini dei suoi personaggi o nei tortuosi meandri del proprio sistema filosofico, non si comporti, a conti fatti, allo stesso modo.

“Io mi interesso a chiunque, salvo che agli altri”. Così scrive il nostro filosofo fannullone, questo segretario delle proprie sensazioni che, da capriccioso avversario del rendimento, non lavorò che un solo anno in tutta la sua vita. Lancia il suo anatema: “Guai al libro che si può leggere senza interrogarsi per tutto il tempo sull’autore!”. La stessa maledizione potrebbe essere rivolta tanto ad un libro di questo genere quanto ad un lettore che non sente alcun bisogno di porsi questa capitale domanda, un lettore, dunque, anti-cioraniano per eccellenza. Cioran non legge, vive delle esperienze. Le sue opere sono costellate di eroi e anti-eroi: filosofi, imperatori, riformatori religiosi, poeti e romanzieri accompagnati dal corteo dei loro personaggi. Ci sembra di vederli conversare con Cioran nella sua mansardina in Rue de l’Odéon, sussurrargli all’orecchio qualche mezza verità o qualche parola che taglia: sono fratelli di epoche passate, viaggiatori che si salutano da un secolo all’altro, talvolta perfino forze archetipiche. Il citazionismo spesso irrita: ma come non comprendere che nei riferimenti di Cioran non c’è ombra di eruditismo o di voluto sfoggio intellettuale, ma ferite, incontri, vita vissuta? Gli altri autori non sono per lui solo un modo per sostenere una tesi o per commentare una situazione esterna, e nemmeno solo un appoggio per finire col parlare di sé. Sono allo stesso tempo degli strumenti e dei compagni di esplorazione del proprio animo. Leggete Shakespeare – “La verità? La verità è in Shakespeare”, così Cioran, lapidario e indimenticabile – Marco Aurelio, Pascal, Dostojevskij – magari tutto, cinque o sei volte come fece lui –, Nietzsche, Tacito, Meister Eckhart… e non molti altri, badate bene. Cioran demolisce ed esalta di volta in volta i propri beniamini, ma su questi rimane sempre arroccato: si tratta in tutto e per tutto di storie d’amore, non di tiepidi interessi letterari, c’è viscerale gelosia da entrambe le parti. Solo dopo queste letture, solo dopo queste esperienze, si può iniziare a comprenderlo. Per capirlo, però, la nostra operazione deve essere la medesima di quella da lui compiuta nei confronti dei suoi idoli: se lo si legge e non lo si ama, se lo si prende come un autore fra tanti, se non lo si sente come “un fratello nel dolore” – così Cioran su Leopardi – è sciocco tornare a sfogliare un suo libro. Rischiamo di trovarvi solo qualche folle e incomunicabile lampo di gioia, dell’acida ironia di cattivo gusto e un rancido pessimismo dal datato sapore schopenaueriano. È un po’ un circolo vizioso: se si vuole leggere Cioran si dovrebbe leggere anche quello che lui stesso lesse, ma soprattutto bisognerebbe vivere le esperienze che lui stesso visse a causa di quelle letture, o, meglio, in quelle letture. Per farlo, però, è necessario partire già con un sentire affine al suo, leggere Cioran perché si vuole sentire qualcuno che, parlando di sé, ci parli di noi, perché in quella lettura, come in tutte le altre letture, non si ricerca un semplice passatempo o, peggio, uno strumento per accrescere la propria cultura, ma domande, dubbi e talvolta perfino delle risposte che riguardino intimamente il nostro vissuto. Lui stesso voleva che ogni suo libro costituisse un pericolo per il lettore. Per leggere Cioran, insomma, bisogna rimettere in vigore l’Editto de professoribus, aderire emotivamente ai nostri studi, combattere l’accademismo dilagante, farsi un sacco di domande e, cosa non di poca importanza, non stare poi così tanto bene a questo mondo. Sembrerà un approccio romantico alla questione, e lo è, ma se non si sente in ogni sua riga ques’autore agitarsi in noi, è meglio abbandonare la lettura e non fargli il torto della tiepidezza. Bisognerebbe, dunque, leggere tutto quanto lui stesso lesse per comprenderlo davvero, certo, eppure se non lo si sente scorrere nel proprio sangue già al primo aforisma sarebbero solo ore di sonno sprecate.

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