Contrabbandieri con la propustnica

L'inspiegabile nostalgia delle frontiere

di Livio Cerneca

Resto sempre sorpreso quando sento qualcuno dire che si dovrebbe tornare a chiudere le frontiere in Europa.

Per quanto mi riguarda, la frontiera sulla quale ho vissuto, quella che separava Trieste dalla Jugoslavia prima e dalla Slovenia poi, era un argomento di cui leggevo sui libri e sui giornali ma che non mi sembrava si potesse considerare una cosa seria.

Andavo di là, e tutti parlavano la mia lingua, non solo a ridosso del confine ma anche all’interno o lungo le coste sulle quali trascorrevo l’estate. Restavo di qua, e quell’idioma pieno di consonanti che rimbalzavano sul palato inciampando l’una sull’altra, pur così ostico, era sempre familiare: molti di noi avevano cognomi slavi, anche diversi nostri amici e conoscenti; tanti parlavano lo sloveno e il croato, in casa c’erano bibite e dolciumi che erano usciti da fabbriche di Zagabria e Belgrado, si andava a pranzo fuori in gostilna (trattoria) e lo stesso documento che usavamo per attraversare la linea immaginaria si chiamava propustnica (leggi propusnitza).

La propustnica, o lasciapassare, era un documento d’identità che veniva rilasciato ai residenti delle province di Trieste e Gorizia. Con la propustnica si potevano passare i posti di blocco internazionali e anche quelli di seconda categoria, più piccoli, meno trafficati, aperti solo durante il giorno. Ogni dicitura stampata all’interno del libriccino era trilingue: italiano, sloveno e croato.

La frontiera tra Italia e Slovenia ha smesso di esistere nel dicembre 2007 ma per me, che l’avevo sempre trovata rilevante come un semaforo piantato in mezzo a un campo di pannocchie, si era completamente dissolta un po’ prima, una domenica mattina del 1984.

Al confine si formava quasi sempre la fila. Se era troppo lunga si faceva dietro-front e si ripiegava su valichi di seconda categoria, dove turisti italiani e stranieri non potevano passare perché non avevano la propustnica. In quella bella mattina di primavera, però, al valico di Rabuiese non c’erano incolonnamenti, solo una scorrevole coda di una decina di macchine. Avevo oltrepassato il posto di blocco italiano, e ora, a passo d’uomo, mi avvicinavo alla pensilina sopra la quale sventolava il tricolore rosso bianco e blu con stella rossa al centro, in attesa che anche il poliziotto jugoslavo concedesse alla mia vecchia Renault 5 il permesso di penetrare oltrecortina.

A volte, se il graniciaro (graničar – poliziotto di frontiera) era in vena di tentare la sorte, ti faceva scendere e aprire il bagagliaio anche se sapeva benissimo che, più di qualche pacco di caffè sottovuoto o una borsa con articoli di drogheria, non avrebbe trovato. Dava il suo pigro contributo alla causa persa di debellare i piccoli traffici di cortesia tra parenti e conoscenti, un ostinato contrabbando di deodoranti per WC e pancere contenitive, di biscotti e grappa, e lo stesso facevano con altrettanta svogliatezza i suoi colleghi italiani. Le attenzioni che quel giorno mi avrebbe riservato la polizia di frontiera jugoslava sarebbero state però di un altro genere.

Accostai l’automobile alla garitta. Lui era un ragazzo, avrà avuto la mia età, forse più giovane, e la divisa gli stava un po’ larga. Infilai i lasciapassare nella feritoia e li spinsi dentro.
Iniziò a sfogliare. Prima si dedicò al documento della ragazza che stava con me. Guardò la foto, sollevò gli occhi e confrontò l’immagine con l’originale, che sembrò piacergli. Poi passò al mio. Diede un’occhiata anche a me, distrattamente. Poi qualcosa lo fece indugiare. Lesse e rilesse la prima facciata del documento, guardò la copertina, tornò alla prima facciata. Mi fissò negli occhi. Vincendo l’imbarazzo e, in quella parlata istriana così simile al nostro dialetto, con una specie di timida gioia mi disse: “Hai lo stesso cognome di mia madre da ragazza”.

Io col finestrino abbassato, lui avvicinando la bocca alla feritoia, parlammo un po’. Mi raccontò del paese in mezzo all’Istria dove erano nati i suoi genitori. Gli dissi di mio nonno, anche lui originario di quella terra rossa mai troppo distante dal mare, sterminata campagna, tratte ferroviarie in mezzo ai campi, Zona B. Fossimo riusciti a continuare la conversazione avremmo probabilmente scoperto di essere cugini, ma la coda, prima scorrevole, adesso si era bloccata. Mi restituì i documenti e ci salutò sorridendo. Credo sia stato proprio quel suo sorriso a far svanire definitivamente per me la linea di demarcazione – ogni linea di demarcazione – con largo anticipo rispetto al Trattato di Schengen.

Quelli che vorrebbero sbarrare di nuovo le frontiere in Europa non hanno mai vissuto alla frontiera. Oppure, come animali nati e vissuti in cattività, si sentono più al sicuro quando sono dentro a un recinto. O forse sono solo vecchi contrabbandieri di salsicce e calze di nylon che rimpiangono il tempo in cui c’era la propustnica.

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Trieste, 1965 - (La nota biografica minima sopra riportata potrebbe essere soggetta a lievi rettifiche nell'evenienza di inaspettate e disdicevoli circostanze)

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