Contropolitiche della stupidità. Omaggio a Pepe Mujica

di Andrea Muni

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Si è concluso ufficialmente il mandato di Pepe Mujica. Dopo quattro anni di governo il settantottenne presidente dell’Uruguay ha cessato di svolgere il suo mandato presidenziale, lasciando l’incarico al proprio collega di partito Tabarè Vasquez, vincitore delle ultime elezioni. Mujica non è ricandidato, né ricandidabile, perché le leggi dell’Uruguay non prevedono un secondo mandato presidenziale consecutivo (mica male come idea, no?). Questo piccolo paese di tre milioni di persone, l’Uruguay, una vera e propria periferia del mondo, resterà per lungo tempo innamorato di quest’ometto: mezzo storpio, gobbo e capace in soli quattro anni di avviare nel suo paese una serie di riforme a dir poco epocali. Durante la presidenza di Mujica l’Uruguay ha polverizzato le moltissime sacche di povertà assoluta ancora presenti nel paese portandole, in quattro anni, dal 12% allo 0,5% (in Italia siamo al 10%, per la cronaca). Mujica ha coordinato gli iter legislativi che concederanno pieni diritti civili agli omosessuali, ha legalizzato l’aborto (che era ancora un tabù solo parzialmente legalizzato), fissandone il limite legale a tredici settimane. Inoltre, è forse utile ricordare che l’Uruguay non ha legalizzato, bensì statalizzato, la produzione e il commercio di marijuana (che sono due cose ben diverse), sferrando così un geniale colpo basso ai cartelli della droga (in particolare a quelli del limitrofo Paraguay) e garantendo al contempo nuovi importanti introiti per le casse statali.

In Italia la figura di Pepe Mujica, ex guerrigliero tupamaro durante gli anni sessanta (formazione di guerriglia urbana a cui si sono ispirate anche le BR), è stata utilizzata propagandisticamente durante tutta la campagna elettorale (delle ultime elezioni presidenziali) del Movimento Cinque Stelle, campagna che si concluse, in una piazza San Giovanni gremita, proprio con una registrazione audio di un celebre discorso del presidente uruguayano. Mujica è infatti divenuto celebre in Europa, ancor più che per le sue importantissime (e praticissime) scelte politiche, per la decisione di devolvere il 90% del proprio stipendio di presidente in beneficenza (e per la rinuncia a vivere nel palazzo presidenziale – a cui ha preferito la sua piccola fattoria, per altro intestata alla moglie collega di partito). Un ultimo particolare fondamentale di Pepe Mujica è che quest’ometto, che si è fatto 15 anni di galera, di isolamenti, di torture, che ha condotto una vita da guerrigliero e ha governato il proprio paese in un modo che persino Il Guardian è stato costretto a lodare – ebbene, quest’ometto è un fioraio, un giardiniere.

Mujica non è un teorico della decrescita, né un intellettuale marxista, non ha studiato, non è neppure un tecnico (nemmeno in campo agrario), in gioventù è stato herrerista (nazionalista), anche se contemporaneamente affascinato dalla rivoluzione cubana.
Questo ometto dall’immagine innocua e povera sembra proprio un uomo qualunque che ama definirsi un “luchador social”, un combattente sociale. Sarebbe stato veramente positivo se il Movimento Cinque Stelle, invece di sfarinarsi nel giro di mezz’anno, si fosse dotato davvero di leader simili a lui, invece che di prime donne arriviste ed esaltate che hanno deluso tre quarti dei propri elettori nel giro di neanche un anno. Mujica, diversamente dai leader del Movimento Cinque Stelle, ha guidato infatti una coalizione larghissima, il Fronte Amplio, in cui sono confluiti anche partiti cosiddetti tradizionali molto differenti tra loro: dai comunisti ai cattolici (come è tipico del Sud America), dagli omosessuali ai contadini. Questa grande coalizione è stata tenuta insieme dalla figura di Mujica, portando avanti con coerenza un accordo politico preso su pochi punti strategici e ben definiti.

Quello che il Movimento Cinque Stelle non è riuscito a fare in Italia, a causa della scarsa caratura morale (e carismatica) dei suoi leader, Mujica, in Uruguay, lo ha fatto davvero. Ha ottenuto consensi incarnando effettivamente quell’ideale di società, di uomo e di soddisfazione individuale propagandato dal suo partito politico. Mujica ha fatto il leader, è riuscito a sembrare quello che diceva di essere, una rara forma di coerenza che gli ha permesso di ottenere grande consenso. Ho pensato un giorno che forse Muijca è riuscito davvero ad essere così perché si è fatto 15 anni di galera (come ostaggio politico), anni in cui certamente avrà pensato più o meno ogni giorno che sarebbe morto a causa del fatto che aveva voluto combattere la dittatura militare invece di farsi i fatti propri. Ho pensato anche che, più scioccamente, facendo il giardiniere sotto il sole, gli si fosse semplicemente fusa qualche rotella. Ma poi, a un certo punto, mi è parso di capire la sua strategia seduttiva: Mujica ha voluto mandare un messaggio, incarnandolo, al popolo uruguayano.

“Yo no soy pobre, pobres son los que creen que yo soy pobre. Tengo pocas cosas, es cierto, las mínimas, pero solo para poder ser rico”. Pepe Mujica

(“Io non sono povero, poveri sono quelli che credono che io sia povero. Ho poche cose, è vero, il minimo indispensabile, ma solo per poter essere ricco davvero”).

Qual è stato effettivamente il messaggio di Mujica? Cos’è stato il gesto-Mujica al di là delle strumentalizzazioni e delle facili (e a volte un po’ sterili) apologie che si possono fare di quest’ometto? Mujica (e il suo Uruguay) hanno insegnato al mondo, forse per la prima volta, quale potrebbe essere la nuova strategia democratica attraverso cui combattere in maniera vincente, e dal di dentro, il capitalismo. Mujica ha infatti affascinato l’elettorato attraverso la sua genuina soddisfazione alternativa, attraverso l’esibizione della gioia infantile e fiera che ricava quotidianamente da una vita allegramente vissuta secondo valori totalmente rovesciati rispetto a quelli presupposti dal turbo-capitalismo. Mujica sembra felice di vivere con mille euro al mese… . Il Presidente dell’Uruguay ha fatto venire voglia a tutti i suoi elettori di essere come lui, ha fatto sentire al proprio popolo che ci si può sentire dei re in una vita umile, che si può vivere con immensa soddisfazione una vita qualunque, banale, potremmo dire anche grigia, quasi di sussistenza.

È di questo che oggi abbiamo disperatamente bisogno: non tanto di nuovi eroi, quanto piuttosto di qualcuno che ci aiuti e ci provochi ad eroicizzare il tempo in cui viviamo, e noi stessi dentro di esso. Le cose non miglioreranno, la crisi è irreversibile, ma questo non può essere un buon motivo per odiare (silenziosamente) ogni giorno di più il nostro prossimo.
La guerra tra poveri è iniziata, per fermarla dobbiamo capire che col nostro prossimo, anche con quel prossimo invisibile che siamo noi stessi, dobbiamo imparare a giocare il gioco di ricordarci a vicenda quanto le nostre vite “infami” siano più intense, eroiche e belle di quelle di coloro che si ingrassano mettendoci gli uni contro gli altri. Abbiamo bisogno di raccontarci, e mostrarci a vicenda, che siamo più felici di quelli che si soddisfano con telefoni sempre più costosi, case sempre più grandi, rimborsi sempre più gonfiati, posizioni lavorative entusiasmanti, saune sempre più calde, mentre noi non abbiamo nulla. Dobbiamo imparare a non invidiare tutto questo, ma davvero. Abbiamo bisogno di reimparare a credere davvero che essere semplici e grigi è più bello che essere vincenti (e di successo) nel mondo del capitale. Questa rivoluzione, questa sovversione della soddisfazione individuale è qualcosa che Mujica ha effettivaamente innescato in Uruguay, qualcosa che possiamo iniziare a costruire anche qui. Ma tutto questo è qualcosa che può partire dal basso, soltanto dal basso, dal misto di fiera disperazione e complicità che tutti proviamo.

Mujica non è comunista, non ha mai inteso imporre il comunismo in Uruguay: ha fatto molto di meglio. Oggi si può fare molto di meglio del comunismo in effetti: si può offrire diritti, lavoro e serenità alle persone, liberandole dalle aspettative di una super-vita e dalla grottesca sensazione di essere fortunate se lavorano, e di essere addirittura privilegiate se – quando lavorano – vengono pagate. Mujica, che ha combattuto la lotta armata, si è accorto che oggi il desiderio di convincere gli altri a fare la rivoluzione è diventato perversamente un modo già “capitalistizzato” di provare a rendere la propria vita meno grigia di quella degli altri. L’esibizione, e la socializzazione, di un’altra forma di soddisfazione individuale è la vera mossa politica che sarebbe capace di far crollare l’intero sistema capitalista in non più di due/tre generazioni. Tra l’altro tutto questo è già in atto, i consumi sono crollati, e i presunti accenni di ripresa non li hanno mai fatti davvero aumentare, e la ragione di tutto questo è che stiamo già imparando tutti a soddisfarci con meno, con altro. Tutti stiamo già imparando a restituire importanza a valori a costo zero (o quasi) quali l’amicizia, la famiglia, il quartiere, l’osteria. Lo sappiamo che stiamo perdendo tutti, sentiamo che questa sensazione è condivisa anche da persone che sono molto diverse da noi.

Mujica è l’incarnazione storica (e certamente anche parzialmente propagandistica) dell’eroe del miglior film anticapitalista degli ultimi sessant’anni: Lego movie. In questo geniale cartone animato infatti, il potente e malvagio Lord Business viene sconfitto da una banda di geni, speciali e alternativi, solo quando questi iniziano a collaborare (tutti insieme) rimettendosi agli ordini (e alla geniale stupidità) di “quello speciale”, un fittizio prescelto che non è altri che un tizio qualunque: l’uomo più stupido, banale e apparentemente totalmente asservito al sistema. Lui è quello speciale, lui è l’eroe, solo lui può cambiare le cose. La stupidità è l’ultima carta che possiamo giocarci. Solo uno “stupido”, oggi, si soddisferebbe di una vita qualunque… Sono riusciti a farci credere che un esistenza media è frustrante: la magia del capitale. L’unico reale e possibile soggetto rivoluzionario della nostra società è proprio quell’uomo qualunque che tutti siamo, e di cui dovremmo imparare ad essere ogni giorno sempre più fieri (invece che disgustati). Perché quest’uomo scemo (che per fortuna abita ognuno di noi) è proprio l’uomo che un giorno dirà semplicemente, senza neanche incazzarsi: piuttosto che vivere come Renzi (o Grillo, o Salvini, o chi per loro), preferisco campare con mille euro al mese: io sto meglio di loro, loro non possono fare niente per me. Non ho bisogno di essere razzista, né comunista, né decrescista, né turbo-capitalista: ho solo bisogno di guadagnarmi da vivere, per tutto il resto so molto meglio di loro quali sono le cose che mi soddisfano davvero.

Mujica lo sa, e anche noi… i Lord Business di tutto il mondo (e specialmente quel piccolo Lord Business che abita segretamente ognuno di noi), loro, ci invidiano: … quando vedono qualcuno che è felice con niente perdono la testa: odiano, amano, si arrabbiano, fanno colpi di stato, sfottono, civettano, ma infine si inginocchiano, mostrano la loro invidia, vorrebbero essere noi, ci sfiorano un ginocchio, cercano di baciarci. Se non cediamo noi (alle lusinghe della super-vita che la io-crazia mondiale sponsorizza), presto cederanno loro – tutti i Lord Business che ci abitano – al fascino della nostra “altra soddisfazione”.

“Masochismo. Il masochista non è chi prova piacere nella sofferenza. Forse è piuttosto colui che accetta la prova della verità e vi ci sottomette il proprio piacere: Se sopporto fino alla fine la prova della verità, se sopporto fino alla fine la prova a cui mi sottometti, allora io avrò espugnato il tuo discorso e la mia affermazione sarà più forte della tua” (Michel Foucault, Lecons sur la volonté de savoir).

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1 Commento on "Contropolitiche della stupidità. Omaggio a Pepe Mujica"

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carla boscato
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Belle riflessioni, grande senso della realtà e splendida descrizione di quest’uomo così concreto e semplice che ha fatto tanto per il suo paese. Qualcuno potrebbe obiettare che la filosofia dell’uomo qualunque in un passato non lontano ha portato alla dittatura, forse l’uomo in questione era semplicemente un volta gabbana qualunque mentre mi sembra di capire che l’uomo qualunque di cui parli tu è un uomo concreto e coerente con se stesso principalmente, coerenza di pensiero e azione, questa dovrebbe essere l’obiettivo da raggiungere e la vera ricchezza. Chi incomincia è a metà dell’opera, buon lavoro a tutti.
Carla Boscato

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