Copenaghen di Micheal Frayne: la storia è tragedia perché non è determinabile

di Eleonora Zeper

Ci sono fette di storia che non si studiano a scuola: storia della medicina, storia della matematica, storia della fisica, storia della scienza… Tale scelta preclude ad una persona di cultura media la comprensione di meccanismi storici fondamentali e pare ratificare in un divorzio definitivo la separazione già novecentesca fra cultura umanistica e scientifica. Testi come Copenaghen di Micheal Frayne (1998) rischiano dunque di rivolgersi a pochi, sebbene in un’opera d’arte degna di questo nome ci siano sempre diversi livelli di lettura e si possa dunque supporre che sia previsto accontentarsi anche di una visione parziale, incapace di integrare tutti i differenti livelli.
Nel 1941 il fisico tedesco Werner Heisenberg si reca a trovare il suo maestro, il danese Niels Bohr: qual è la ragione di questa visita? La domanda principale, da cui prende avvio il testo drammatico, si perde in una serie di interrogativi secondari. Forse Heisenberg voleva offrire protezione all’ebreo Bohr, il quale presto sarebbe emigrato negli Stati Uniti. Si suppone poi che l’allievo, membro a quel tempo del programma tedesco di fisica nucleare, volesse sottoporre al maestro i suoi dubbi etici sulla costruzione di un’arma di distruzione di massa. Heisenberg quindi sapeva come costruire la bomba e non volle farlo per ragioni morali? O piuttosto non vi riuscì per un proprio errore, di calcolo o di pensiero, o semplicemente per mancanza di mezzi? L’autore pare propendere per quest’ultima ipotesi, ma, se di presa di posizione davvero si tratta, rimane assai sfumata.
Qualche anno dopo saranno i fisici del progetto Manhattan, guidati da Robert Oppenheimer a progettare la prima bomba atomica. Di tale progetto, seppur in maniera marginale, fece parte lo stesso Bohr. Forse a Copenaghen Heisenberg desiderava un nulla osta o un divieto da parte del proprio padre intellettuale, cosa che questi si rifiutò di concedere: anche questa ipotesi viene adombrata da Frayne e con questa l’idea di una sorta di tradimento rovesciato, un tradimento del maestro nei confronti dell’allievo.
Tre personaggi – Heisenberg, Bohr e la moglie di lui, Margarete – dialogano sulla scena. Parlano al passato, sono ombre che rievocano i fatti del 1941 tentando esse stesse di comprendere i propri moventi. La regia di Mauro Avogadro è abile e pare quasi essere l’unica possibile per un testo del genere, difficile, ambiguo e a tratti un po’ prolisso. Massimo Popolizio (Heisenberg), Umberto Orsini (Bohr) e Giuliana Lojodice (Margarete Bohr) si trovano in un’aula universitaria grigia, nera e umida come un rifugio antiaereo. Recitano in maniera tagliente, il ritmo è serrato: una recitazione caricata, ma perfettamente funzionale alla comprensione e alla fruibilità di un testo, che, se recitato con meno tensione e ritmo, avrebbe rischiato di essere difficile da seguire.
La messinscena di Avogadro continua ad essere rappresentata in Italia da quasi vent’anni ed è proprio grazie alla maestria del regista e alla grandezza degli attori, che, nonostante il testo possa essere capito appieno da un pubblico ristretto, risulta infine apprezzabile e apprezzato anche dalle grandi platee. Nel testo di Frayne, infatti, gli spunti di riflessioni non mancano anche se si è digiuni di fisica e di storia della fisica. L’impianto è tragico: le tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione sono mantenute – 1941, la casa di Bohr a Copenaghen, l’incontro fra Bohr e Heisenberg – e allo stesso tempo deformate – i tre sono già morti, la scenografia riproduce un’aula universitaria che pare un bunker, maestro e allievo tentano di approssimarsi alla comprensione del proprio misterioso agire passato. L’incontro, non rappresentato sulla scena, è oggetto di speculazione da parte degli stessi due uomini che lo vissero: pare inconoscibile e irrappresentabile. La figura di Heisenberg ha dei tratti tragici; se davvero avesse avuto la possibilità di costruire la bomba, avrebbe sbagliato in qualsiasi modo avesse agito: centinaia di migliaia di vite infatti sarebbero state distrutte se l’avesse consegnata ad Hitler, mentre, se non avesse voluto costruirla, avrebbe contribuito alla rovina della Germania. La tragicità del personaggio rimane però subordinata al dubbio iniziale – non poté o non volle? – dubbio su cui si costruisce l’intera pièce e al quale non viene data soluzione.
L’opera ci inviterebbe dunque a riflettere sulla difficoltà di ricostruire e di conoscere tanto i moventi psicologici degli atti umani quanto le ragioni di un evento storico. Ma Frayne fa un passo in più, un passo decisivo che rende questo testo, pur nelle sue asperità, un grande testo: ai suoi occhi, infatti, ricostruire un episodio storico non è una guerra illustre contro il tempo, ma un’impresa donchisciottesca, non un compito arduo, ma uno impossibile. La verità psicologica e storica, non solo è difficile da ricostruire, ma, soprattutto se vista a posteriori, tanto dagli stessi attori di una vicenda quanto da un pubblico esterno, non è determinabile. L’uomo e la sua storia sono come il celebre gatto di Schrödinger: se mettiamo un gatto all’interno di una scatola chiusa e vi spruzziamo una certa dose di cianuro non potremo sapere, prima di aprire la scatola, se il gatto sia vivo o morto. Non è sufficiente né corretto affermare che l’osservatore non sa se il gatto sia vivo o morto; prima dell’apertura, infatti, il gatto è semplicemente sia vivo sia morto. E ciò vale per gli uomini e per la loro storia: il passato è una scatola che non riusciremo mai ad aprire, la storia è tragedia perché non è determinabile.

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