“Dalla tragedia alla farsa”: la crisi del capitalismo secondo Žižek

di Cristiano Carchidi

Slavoj Žižek scrive Dalla tragedia alla farsa. Ideologia della crisi e superamento del capitalismo nel 2009, quando il mondo del capitalismo globale si trova a dover affrontare le conseguenze della crisi economica che, nel corso dell’anno precedente, ne aveva scosso irrimediabilmente le fondamenta. Dopo essersi occupato durante la sua lunga esperienza filosofica di svariati argomenti – dal soggetto all’ideologia, dalla politica al cinema – sotto l’egida dei suoi cavalieri del pensiero, Lacan ed Hegel, l’autore sloveno avanza in questo volume, in maniera brillante e con la consueta scioltezza di prosa, le proprie ipotesi sulle cause della crisi (in senso economico e politico) e ne delinea un possibile soluzione.

La riflessione filosofico-politica contenuta in questo libro, ancora attuale e interessante nonostante sia di cinque anni fa, si concentra sui due super-eventi mediatici del nostro più recente passato: l’attentato dell’11 Settembre 2001, che ha sancito lo scoppio della crisi politica del liberalismo, e il crollo finanziario del 2008, la grande recessione, che ha sancito il declino economico del capitalismo. Come indica il titolo, Žižek presenta i due momenti, marxianamente, come una ripetizione del primo nel secondo: farsa questo, tragedia l’altro.

Il libro usa come spunti tutti e due gli eventi, ma prende il secondo come molla per cercare di penetrare nel meccanismo economico del capitalismo finanziario globale e denunciarne non solo la perversione, ma anche il limite strutturale che lo condanna a una caduta rovinosa e irreversibile. Con la solita irruenza, Žižek rintraccia e attacca l’ideologia che si nasconde in quello che si auto-considera (e si auto-rappresenta) come un sistema non ideologico (e trasparente) che permette a ogni soggetto di perseguire “liberamente” i propri desideri e le proprie inclinazioni.

Per il pensatore sloveno, attraverso questa doppia crisi, la storia stessa ha mostrato (anche se ci si potrebbe chiedere se essa abbia mai avuto davvero questa capacità razionale e pedagogica) che il sogno utopico cosi ben rappresentato dall’idea di Francis Fukuyama – la fine della storia come insediamento di un sistema definitivo ed eterno: il liberalismo capitalistico dei “beati anni novanta” – si è sgretolato e non ha più base. Il sogno liberale ha subito una doppia morte, prima politica e poi economica. Nella prima parte del libro Žižek, che fa dell’invettiva la sua arma migliore, critica impietosamente l’ideologia che ha sempre sostenuto (e sostiene) il sogno capitalista: l’intensificarsi potenzialmente infinito del processo attraverso il quale il profitto porta profitto.

La fallimentare utopia dei sistemi liberal-democratici moderni è stata, seconda il filosofo sloveno, la grottesca convinzione che i problemi siano sempre risolvibili per gradi, fino alla crisi. Sì! La crisi economica che ha mostrato la “crepa” (per citare Alan Greenspan, ex presidente della Federal Reserve, la Banca centrale statunitense, uno dei grandi colpevoli della crisi stessa) di una struttura che si credeva perfetta (o, per lo meno, eternamente perfettibile). Il sistema neo-liberale ha dimostrato però, nella sua risposta alla crisi, la propria incoerenza. Non libero mercato, ma Stato-salva banche, Stato-salva grosse imprese: il neo-liberalismo ha mostrato i suoi altarini nel momento in cui per “salvare l’economia” ha dovuto aiutare i ricchi. I milioni spesi per aiutare le banche e le grandi imprese sono stati trovati senza difficoltà, quando invece i denari per aiutare veramente le persone sembravano inesistenti (o irreperibili). Il problema è, come Žižek nota perfettamente, che questi aiuti erano corretti nella pratica: solamente, la struttura capitalistica prevede che il rischio sia calcolato solo per coloro i quali si assumono rischi senza spese.

L’attacco politico sferrato dal filosofo diviene addirittura brillante quando coinvolge non solo i repubblicani liberal-populisti di molte destre europee e americane, ma colpisce con la stessa forza le sinistre critico-timide che fanno della protesta e della richiesta di maggiori diritti la loro unica ragion d’essere, senza prendersi carico della radicalità della svolta politica che una tale congiuntura storico-economica richiederebbe. Ciò si dimostra quanto mai veritiero nel paradossale avvicinamento moderno tra capitalismo e socialismo, con le due nuove forme di “speranza” capitalistica: il socialismo capitalista e il capitalismo dai “valori asiatici”. Il capitalismo alla Starbucks che propone un “caffè etico” ad un prezzo maggiorato derivante da quell’“etico” aggiunto di straforo. Il capitalismo alla Bernie Madoff che è stato uno dei più grandi colpevoli della crisi, ma che allo stesso tempo è un celebre “filantropo”.

Questa critica serrata è la premessa alla seconda sezione del testo, L’ipotesi comunista, che è a mio avviso la parte più problematica (e meno incisiva) dell’opera. Se da una parte risulta difficile trovare falle nella critica che mostra, moralmente o meno, le sconvolgenti crepe nelle politiche attuali (moderate o fondamentaliste), dall’altra bisogna comprendere in cosa davvero consista quest’idea di un ritorno al comunismo, tante volte e cosi fortemente enunciata dall’autore sloveno. Essendo un filosofo maturo, Žižek comprende perfettamente come il comunismo tradizionalmente inteso come lotta operaia oggi non ha più il senso storico che ha avuto lungo il Novecento (per come e quanto il lavoro e le forme di produzione si sono trasformati). L’autore capisce, però, anche come il comunismo sia una posizione politico-teorica che, al di là dell’evento rivoluzionario, fa implicitamente riferimento all’esistenza di un bene comune, da preservare (e a sua vlta sempre minacciato dal nemico). In questi tempi di rischi ambientali, biogenetici, ipertecnologici e politico-razziali il cosiddetto proletariato si trasforma; diviene un soggetto trasversale a cui appartengono tutti i soggetti a cui questo bene comune è precluso. L’idea di Žižek di un ritorno al comunismo non è quindi assimilabile all’idea un po’ naif di tanti pensatori cosiddetti di sinistra (che si guardano bene dal desiderare realmente l’avvento di un sistema politico che li renderebbe poveri come un lavoratore di call center). L’obiettivo dell’autore è far notare come il “suo” comunismo sia un tentativo di andare oltre Marx (o meglio, di applicarlo alla realtà attuale), ripensando il soggetto proletario come colui al quale è stata sottratta la propria sostanza, e che per riprendersela deve unirsi in quell’Universale che già rappresenta. La sua missione non sarà, quindi, ottenere il potere per mantenerlo, ma trasformarlo radicalmente.

Il problema, a mio parere, subentra nel momento in cui Žižek rivendica per la situazione odierna una prospettiva che, dal suo punto di vista, è (e non può che essere) apocalittica. La sua “fede” comunista si oppone al socialismo ancor più che al capitalismo e all’“orientalizzazione” di quest’ultimo. Quello di Žižek è insomma un comunismo che si immagina davvero diverso, e che pretenderebbe di porre come proprio obiettivo l’emancipazione radicale del proletario odierno. Il libro risulta avvincente, divertente ed acuto: Žižek passa senza sosta da Marx ad Hegel, da Ronald Reagan a un Berlusconi-Kung fu-panda (sarà Žižek un istrione?), da Lacan a Freud, e attraverso questo viaggio trasversale indica i punti in cui si mostra l’utopia del sistema attuale.

Non ho potuto tuttavia fare a meno di chiedermi se la soluzione prospettata dall’autore fosse davvero all’altezza della sua bella critica del sistema capitalista. Mi domando cioè se l’idea di “ritorno al comunismo”, pur rivisto, svuotato e quasi trasvalutato, non finisca in ogni caso per limitare le possibilità dell’agire pratico e quotidiano. I problemi, alla fine del libro, si fanno “troppo” filosofici proprio nel momento in cui l’autore vorrebbe precipatare la sua proposta politica, finendo invece per dilungarsi sulla “ragion d’essere” di termini quali Eterno, Universale, Apocalittico. In una breve recensione è difficile criticare un pensiero così forte e sfuggente qual è quello di Žižek, ma è ugualmente possibile concludere ponendo dei problemi. Ad esempio: qual è la reale praticabilità politica, extra-filosofica, degli stravolgimenti prospettati dal filosofo sloveno? Non c’è forse il rischio che una soluzione così filosoficamente pre-impostata rischi di condurre agli stessi errori ideologici connessi alla “fede” in ogni utopia (capitalista o žižekiana che sia)?

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