Dalla massa alla moltitudine

di Cristiano Carchidi

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Grammatica della moltitudine è un breve saggio di Paolo Virno, nato dalla trascrizione di un seminario tenuto all’Università della Calabria nel 2001. Definita dal suo stesso autore come “anfibia”, quest’opera valorizza – fin dal titolo – il concetto di “moltitudine”. Quella di “moltitudine” è infatti, nella logica di Virno, una categoria fondamentale per provare a inquadrare le trasformazioni politiche e globali che hanno trasformato il mondo negli ultimi decenni. La parola moltitudine – già evocata da Toni Negri – designa nel modo migliore secondo Virno la profonda riconfigurazione del ruolo politico e sociale che le cosiddette “masse” possono assumere in quell’epoca (segnata dall’evaporazione degli Stati nazionali e dalle finanziarizzazione dell’economia globale) che ci siamo abituati a chiamare neoliberale o post-fordista, ma che pure è null’altro che il presente in cui respiriamo e viviamo.

La riflessione elaborata nel saggio – in sintonia con lo spirito “guerresco” del suo autore – comincia da un confronto con Hobbes, in cui Virno rileva come il filosofo britannico, nel suo De Cive, abbia aggredito logico-deduttivamente, e in maniera feroce, proprio il concetto politico di moltitudine, attribuendogli il significato di “massa indifferenziata e dotata di volontà molteplice”. Hobbes distingue infatti nettamente il concetto di “moltitudine” da quello di “popolo”, attribuendo a quest’ultimo il significato positivo di “insieme unitario organizzato” capace di relazionarsi costruttivamente con il potere assoluto dello Stato.
Dalla parte opposta di questa artificiosa barricata teorica troviamo invece Spinoza che, in maniera specularmente rovesciata rispetto a Hobbes, riteneva necessaria e prima – affinché lo Stato potesse giungere ad una “giusta” attribuzione di libertà civili – una molteplicità di individui configurata come “moltitudine”.

L’idea di fondo che il filosofo italiano esprime in questo saggio è che la contemporaneità abbia prodotto – e stia producendo – un soggetto politico multiplo, diviso, che sfrutta parassitariamente l’unità statale per tradurla in una indifferenziata moltiplicazione di individualità. Ciò che Hobbes più temeva – la dissoluzione del potere statale – sarebbe dunque secondo Virno (e anche secondo me) una realtà in atto: uno sgretolamento dei poteri centrali che possiamo osservare quotidianamente con i nostri occhi e nelle nostre vite. Anche se affermare questo non significa affatto strizzare nostalgicamente l’occhio ad alcun passatismo di sorta, ma significa piuttosto cercare un nuovo modo per ripartire e per ricreare delle forme di coesione e di socialità senza le quali nessuna comunità – in generale, e in ogni tempo – può sopravvivere.

Prendendo lo slancio da questa considerazione generale, Virno prosegue tracciando i contorni del concetto di moltitudine servendosi di alcune categorie teorico-politiche che considera irrinunciabili per la costruzione di un nuovo soggetto storico-politico. Per sviluppare un’analisi in profondità del concetto di moltitudine, e per distinguerlo con precisione da quello di popolo, l’autore si serve anche di un’analisi semantico-etimologica, che gli permette di osservare uno slittamento nel significato di alcuni classici binomi della nostra moderna teoria politica.

La prima di queste categorie concettuali è secondo Virno la coppia timore-sicurezza, da cui scaturisce politicamente quella paura-angoscia. La seconda invece, di matrice aristotelico-arendtiana, cerca elegantemente di ridefinire il concetto di popolo attraverso il trinomio lavoro-politica-pensiero. Nonostante la finezza espositiva di questa seconda concettualizzazione, quella che Virno ci propone come la più appropriata – cioè come quella più adatta a rendere conto del concetto di moltitudine – è quella composta dal quintetto principio di individuazione-biopolitica-affetti-chiacchiera-curiosità.

Virno prosegue così associando il timore, e la relativa ricerca di una sicurezza, alla coppia relativamente dialettica dentro-fuori. Com’è facilmente intuibile, mentre il popolo rientra perfettamente all’interno di tale gioco dialettico, in quanto dentro assoluto che – recintato da confini rigidi – si contrappone energicamente a un presunto fuori, la moltitudine al contrario emerge dalle pagine del filosofo italiano come un al di là non dialettizzabile di questa coppia tradizionale; un al di là capace di situarsi nel reale di quello spazio pubblico che già Marx, incisivamente, aveva definito General Intellect. Sullo sfondo dell’Intelletto in genere, inteso come gioco linguistico e non, la moltitudine inizia così a prendere la forma di un movimento centrifugo che, partendo dall’unità, si dirige sempre più verso gli estremi confini delle singolarità individuali.

Ciò che avviene attraverso il raschiamento del “fondo generale dell’intelletto” è uno spostamento dal lavoro alla politica. L’attività lavorativa attuale, caratteristica della moltitudine, porta infatti in maniera evidente i segni della sua politicizzazione, che Virno riassume nell’appiattimento del lavoro produttivo su quello che definisce virtuosismo, inteso cioè – seguendo Marx – come un’attività non finalizzata a un’opera, ma piuttosto come un’attività che trova in se stessa la propria ragion d’essere. Dunque il lavoro, per la moltitudine, è divenuto un fattore politico nel senso che da poiesi è divenuto prassi, da produzione di un’opera si è trasformato in pubblicità, autovalorizzazione e sfruttamento di se stessi in quanto forza-lavoro. È forse superfluo rilevare fino a che punto tutto questo riduca il “virtuosismo” di un supposto artista a qualcosa di indistinguibile da quello che potrebbe essere quello di un cameriere.

A questo punto è necessario fare un breve accenno a un’interpretazione di Marx davvero interessante e – per bocca dello stesso Virno – paradossale. Alla faccia dei marxisti “ortodossi” di ogni epoca, il filosofo italiano vede infatti nel “compositore” del Capitale un grande filosofo dell’individualità. Analizzando la soggettività della moltitudine, Virno si concentra innanzitutto sul principio d’individuazione della stessa. La singolarità riceve il proprio carattere fondamentale dal suo costante rapportarsi con una pre-individualità biologica, che l’autore sovrappone equilibristicamente alla socialità intesa come collettivo. Sulle orme dell’ingiustamente ignorato filosofo francese Simondon, Virno intravvede nella collettività un’unione multi-individuale, una possibilità di superamento della democrazia rappresentativa che, ormai ovunque, sta palesando i propri enormi e irrisolvibili limiti. Viene ancora una volta ripreso un concetto ossimorico di Karl Marx: l’individualità sociale, come possibile ed ottimistico obiettivo cui la moltitudine di soggetti dovrebbe e potrebbe aspirare.

Dopo questo delicatissimo sviluppo, il saggio arriva a toccare il rapporto tra moltitudine e bio-politica, e lo fa omologando, forse un po’ arbitrariamente, la biopolitica foucaultiana alla forza lavoro marxiana. Anche chiacchiera e curiosità vengono riprese in questa chiave, allo scopo di evidenziare la loro trasformazione, da attività considerate un tempo estemporanee ed esterne a ciò che concerne la produttività, a veri e propri mezzi e strumenti di produzione e lavoro (come nel caso dei social network e dell’auto-imprenditorialità). Per quanto riguarda gli affetti, la moltitudine di divide secondo Virno tra due sentimenti entrambi negativi: l’opportunismo, che diviene forma mentis del nuovo homo oeconomicus, e il cinismo caratteristico di chi per opportunismo segue pedissequamente dei trend etici convenienti.

Virno conclude il proprio saggio con delle tesi che potrebbero contribuire a rafforzare questo movimento moltiplicativo che ha fatto deflagrare il popolo in molteplici singolarità che ci siamo abituati a chiamare, in modo un po’ precario, le nostre “individualità”. La conclusione che ne consegue è lapidaria e dichiaratamente paradossale: la modernità post-fordista e neoliberale rappresenta il “comunismo del capitale”. L’intelletto di massa, concepito da Virno come virtuosismo e spettacolo, è veicolato attraverso lo sfruttamento dei cosiddetti “luoghi comuni”, potenzialità linguistiche e intellettive comuni a tutti che vengono mercificate e reindirizzate per perpetuare l’espansione del sistema capitalistico globale che – in maniera del tutto originale e surreale – ha fagocitato e digerito il potenziale rivoluzionario espresso nei movimenti di rivolta degli anni ’60-’70 riscrivendolo con intelligenza chirurgica nelle sue nuove logiche di profitto e produzione.

A questo punto non rimane che indicare le possibili “soluzioni” indicate da Virno per sganciare la moltitudine dalle logiche che la accerchiano e prosciugano: la disobbedienza, non tanto da manifestarsi contro singole regole, ma contro il sistema di regole in generale, contro cioè ogni sistema e sistematizzazione (in cui già si annida lo spettro di logiche e razionalità che non possono che derivare dal trend politico-culturale dominante); e l’esodo inteso come sforzo di auto-sottrazione, da parte dei molti, da un sistema inglobante che – schematicamente definito post-fordista o neoliberale – esiste materialmente e capillarmente nella vita quotidiana e nelle ricadute politiche (ad oggi ancora incalcolabili nella loro effettiva portata) di ognuno di noi.

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