Decostruire l’ordine delle cose. Il sessismo nel movimento HipHop

di Wissal Houbabi e Claudia De Sossi (Collettivo Tilt – R.A.P.)

Se si vuole analizzare il fenomeno del sessismo all’interno del movimento HipHop è necessario, prima di ogni cosa, provare ad osservarlo da una prospettiva ancora più ampia. Basta infatti concentrarsi un po’ per intravedere il grande mostro della società capitalista ergersi e rivelarsi, anche in questo ambito, quale principale causa dello stato delle cose. 

Partendo dal dato più evidente, il marketing, il corpo femminile appare concepito come richiamo sessuale per aumentare l’audience – e dunque il profitto – di ogni tipo di messaggio: un testo che allude a discorsi superficiali, in fondo, non richiede né intelletto né critica da parte di chi lo riceve. È questa (an)estetizzazione che contribuisce prepotentemente alla normalizzazione e all’accettabilità sociale della violenza sulle donne. Ma com’è avvenuto il passaggio dalla donna casalinga vittima del patriarcato alla donna immagine apparentemente emancipata? Cosa ha realmente trasformato la dolce Silvia “all’opre femminili intenta” raccontata da Leopardi nella valletta che riscalda quotidianamente l’atmosfera televisiva? Sembra che il corpo femminile, una volta emancipato, sia stato riadattato anche in funzione del consumismo. E così la messa in mostra non libera i corpi, anzi, li riporta al vecchio ruolo d’oggetti. “Il corpo emancipato viene ormai utilizzato a fini produttivi”, scrive a tal proposito la sociologa Graziella Priulla, “[…] e così si perpetua il meccanismo per cui ad avere riconoscimento e potere sono solo le donne che si adeguano al pensiero dominante, o ne producono uno ricalcato su di esso e quindi innocuo”. Presa coscienza di questa situazione, proviamo ora a concentrarci sull’altra faccia della medaglia (a estendere il terreno della presa di questo discorso), perché il sessismo non è solo gerarchia tra uomini e donne, ma anche gerarchia tra uomini. Pierre Bourdieu scrive: “Il privilegio maschile è anche una trappola e ha la sua contropartita nella tensione e nello scontro permanenti […] che ogni uomo si vede imporre dal dovere di affermare in ogni istante la sua virilità”. 

Tracce, queste ultime, che si infiltrano e riproducono anche nel mondo Rap, sicuramente uno dei generi musicali più diffusi tra i giovani. Nato verso la fine degli anni ’70 in America, in un contesto politico sociale ben preciso, si sviluppa come una delle forme di espressione della cultura HipHop. Trova forza nei ghetti di New York, abitati dagli emarginati, dagli esclusi, da quegli afroamericani e latinoamericani che esprimevano nelle subculture la risposta alla repressione e al degrado, alla povertà e alla sofferenza. Ci si faceva portavoce di valori condivisi come unità, uguaglianza e libertà: era la coscienza di una comunità che si raccontava in prima persona, rivendicando diritti e denunciando le ingiustizie. 

Ascoltare Rap è immergersi nella storia scritta dai suoi stessi protagonisti. Scoprire il Rap a 11 anni, imbattersi in Tupac e nell’old school americana, apre un mondo di cui non si riesce più a fare a meno; dà un’identità, nonostante la consapevolezza del proprio posizionamento in quanto donna, e appare subito indiscutibile l’associazione del Rap al mondo maschile e al disagio che spesso ci si trova a vivere. Il sessismo e la misoginia negli spazi HipHop continuano a non essere controllati, ne sono esempio il caso della rapper Princess Nokia che viene molestata durante una sua performance dai suoi stessi fan, o Dr Dre che può permettersi di fare i conti con gli abusi e la violenza contro le donne dopo 20 anni dai fatti commessi, o ancora Rick Ross che sembra quasi vantarsi del suo machismo: “Put Molly all in the champagne – She ain’t even know it – I took her home and i enjoyed that – She Ain’t even know it”. 

Di esempi se ne potrebbero fare molti e i rapper che hanno fatto la storia del genere non ne sarebbero esclusi. Non c’è nulla da nascondere ed è naturale che i fan percepiscano i rapper di maggior spicco come modello da seguire. Il problema emerge nel momento in cui la gravità dei fatti compiuti da un rapper viene giudicata sulla base del suo stesso successo: più quest’ultimo è alto e più è accettabile ciò che dice o fa, accondiscendendo ai contenuti più beceri e rafforzando il problema della misoginia e della cultura machista. 

Il sessismo nel Rap si fonda su testi, video o altri aspetti che supportano, esaltano, giustificano o normalizzano l’oggettivazione del corpo della donna: alcuni rapper usano nei loro testi espressioni misogine come modi per affermare la propria virilità o come atteggiamenti per legittimarsi sulla “scena”, promuovendo però idee che non solo riflettono ciò che viene vissuto nel quotidiano, ma che influenzano i modelli sociali e la mentalità comune, promuovono stereotipi e sancendo dei ruoli di genere ben precisi. La tematica sessista all’interno di un brano è ormai vecchia come il mondo, riempie i versi di noiose banalità e dimostra mancanza di originalità da parte di chi la crea, non richiede capacità di analisi da parte di chi ascolta, può andar bene a qualsiasi ora del giorno, ma soprattutto si ricollega alla già citata “gerarchia tra uomini”. 

Negli ultimi anni, visti anche i successi commerciali raggiunti dal Rap americano, aumenta la visibilità del Rap italiano, che arriva alle prime posizioni nelle classifiche di vendita di dischi, alle trasmissioni televisive, ai concerti. Anche il Rap italiano diventa mainstream: la sua forma di espressione resta inalterata, ma i contenuti iniziano ad adattarsi ad una fascia sempre più ampia di persone. Il Rap mainstream si allontana progressivamente dalla cultura hiphop nei suoi valori e diventa un nonsense di produzioni finalizzate al consenso generalizzato ed alla sua conseguente commercializzazione, fondato su brani “usa e getta” che durano il tempo di un tormentone. I pacchetti preconfezionati incentrati su una narrazione sessista si scoprono essere vantaggiosi per tutti: per l’artista che desidera un facile e sicuro trampolino di lancio, ma anche per il marketing che privilegia un prodotto di massa che possa assicurare un guadagno. E così vengono a crearsi narrazioni precostituite, superficiali, sessiste; è bene che tutti, uomini e donne, prendano coscienza di questo ordine delle cose. Ma l’albero cade se si tagliano le radici e il rispetto delle radici è imprescindibile: questa è una premessa importante per evitare equivoci, per evitare quelle ridicole interpretazioni di chi ignora totalmente l’origine e l’essenza della cultura HipHop. Il rap ha un linguaggio spesso crudo e diretto, un linguaggio impegnato, una coscienza critica che non gira attorno ai concetti: il rap rappresenta l’urlo delle vecchie e nuove generazioni che quotidianamente vivono i disagi del tempo, ecco qui il mio disagio. 

In Italia la questione del sessismo emerse per la prima volta nel 1993 con “Tocca Qui” degli Articolo 31, un brano fatto di continue allusioni e doppi sensi incastrati in un ritmo divertente e scorrevole: “Ho voglia di pene-pene-pene-penetrare all’interno del tuo ego per poterne ricavare l’essenza, la dissidenza, e quel tuo sentimento di reazione violenta (…) Le dico: Senti bella, adesso ti spiego, ho voglia anch’io di penetrare, ma non certo il tuo ego, ma la tua fig-fig-figura di donna inserita nella società moderna”, (meno male che c’è interesse alla nostra “figura di donna” inserita nella società patriarcale moderna!). Fortunatamente negli anni ’90 pochissimi brani presentano messaggi sessisti, anche perché i rapper concentrano i loro brani soprattutto su tematiche politico-sociali, ma passano gli anni e, in parte, le cose cambiano. Nel 2006 Fabri Fibra esce con l’album “Tradimento” che incontra un successo enorme e lo porta al doppio disco di platino, nonostante presenti versi come: “Cerca una donna quando senti questa roba e prendila a schiaffi quando senti questa roba” o ancora “Io non voglio una ragazza che mi rappa in bikini, la mia donna più che Rap deve farmi i bocchini”. Uooo, barre potenti, d’effetto, che creano boato quando vengono sparate così, un rap decisamente diverso, deviato da quello che incendiava i centri sociali negli anni ’90. È chiaro che citare Fabri Fibra è gioco facile, ma andiamo avanti. Nel 2009 Noyz Narcos se ne esce con il mixtape The best out vol.2. L’immagine dei manifesti per i concerti raffigura una donna uccisa da due uomini che, con fierezza e posa provocatoria volta a rappresentare lo “stile”, fissano il corpo. “Gast, Truceklan doppia prova d’entrata Gang Bang con trans, più suora stuprata”, alcuni dei versi presenti. Passano gli anni ma il senso di questa roba è ancora poco chiaro, o forse sarà che sono donna / ma nemmeno dopo la terza canna / questa merda non la capisco frà. Nel 2013 arriva il turno di Dargen D’Amico (sarebbe da prendere poco in considerazione se non fosse che cercando sul web lo si trova descritto come “rapper” e addirittura “conscious”) con il brano “Bocciofili” che vanta quasi 6 milioni di visualizzazioni solo su youtube. Il suo è un continuo giocare col doppio-senso (anche qui niente di nuovo): “Mettimi questi meloni in mano fai come l’ortolano che non ne posso più di andare piano esci quelle bocce che le voglio cospargere con l’olio ho voglia di svuotarmi il portafoglio”. Ma ciò che colpisce è il video pieno di donne seminude, stile Pimp-rap autocelebrativo all’americana, copiato pure male. 

Spesso e volentieri, nell’avanzare delle critiche, ci si sente definire delle isteriche femministe rompiballe. Ci dicono che il rap non si censura, vengono portate avanti ridicole scuse come il voler sensibilizzare sulla questione, giustificazioni imbarazzanti e tentativi estremamente fastidiosi di apparire provocando. Questo è il triste destino dei rapper meteore che mai resteranno impressi nella memoria delle generazioni future e per questo non pongono nemmeno il problema di doverli “omaggiare” citandoli, insieme agli altri, ancora più recenti, che stanno appena cercando di farsi largo con queste strategie (persino Snoop Dogg ha dichiarato che non avrebbe più offeso una donna nei suoi testi, eddai su, sempre 10 anni dopo gli americani dobbiamo arrivare?). Nel 2014, “Rodeo” di Fred De Palma ft. Gue Pequeno inizia con un “tutte in fila che lo infilo a tutte”. Al di là della banalità del verso, il testo prosegue con rime ancora peggiori. FDP se ne uscirà poi, appunto, con affermazioni che tenteranno di giustificare la faccenda sostenendo che l’idea era quella di ricreare le atmosfere trasgressive del rap americano e rappresentare l’atteggiamento dei ragazzi il sabato sera (interessanti entrambe le motivazioni su cui si potrebbe riflettere a lungo). 

È necessario però citare quei rapper che hanno dedicato brani alla violenza sulle donne, perché il vero Rap continua a resistere. Ci sono rapper che continuano a usare il microfono come un’arma, come uno strumento di lotta, ed è sempre più necessario supportarli: sono loro che mantengono viva questa cultura, sono loro che continuano a mantenere vivi noi. Nel 2012 Kiave dedicherà un brano al femminicidio intitolato “Il termine esatto”: “e tu uomo che rispetti i tuoi simili in coro non difendere le donne devi lottare con loro non sei una guardia del corpo, non sei Rambo io non difendo le donne, combatto al loro fianco”. Il pezzo di Kiave inizia con il verso “54 donne uccise solo nel 2012… ed è solo maggio”, al 2016 il numero sarà salito a 775 donne, con una media di 150 femminicidi all’anno, e quasi sempre la causa è legata a gelosia e possessione nei confronti della vittima. La questione del femminicidio è solo la punta estrema dell’iceberg che colpisce la vita delle donne, ma i passaggi che vanno dal semplice veicolare messaggi sessisti al commettere un femminicidio sono sfuggenti e difficili da cogliere. Nel 2013 Ensi esce con il pezzo “Uomini contro”: “E non parlare di passione quando sei violento, E non cercare una ragione nell’amore, è un controsenso, I lividi schiariscono col tempo, Ma non esiste fondotinta per i segni che le lasci dentro”. 

Per concludere, la scena Hiphop non ha mai risposto concretamente alle critiche riguardo al sessismo, non ha mai preso una netta posizione ed è ora il momento di farlo esplicitamente; non ci sono rapper che non si siano pentiti di qualche loro pezzo, ma è inaccettabile continuare a far finta di niente e soprattutto è imperdonabile difendere questo atteggiamento. Si ha una contorta interpretazione di ciò che è la libertà di espressione e l’uso corretto dello strumento rap, perché il rap è una responsabilità condivisa, e non siamo noi a dirlo! L’evoluzione è fisiologica ma il rispetto non deve mancare: il rispetto per se stessi, per le persone e per la cultura. Anche il Rap per noi è: Resistenze, mantenerlo vero altrimenti non può vivere; Autonome, testa indipendente perché resta a te decidere; Precarie, prendilo sul serio anche se non dà da vivere*. 

*Kento ci scuserà per questa distorsione dei suoi versi, ma capirà. 

 

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