“Dilettante della vita”

Recensione de Il giornalista riluttante di Sergio Maldini

di Lilli Goriup

Le vie dei libri sono infinite. Passano di mano in mano, sopravvivendo ai cataloghi che li vorrebbero fuori produzione e arrivano fino a noi, avvolti in qualche vecchia edizione dalla copertina leggermente sbiadita. Si ripongono su qualche scaffale e, quando si riprendono in mano, si illuminano di un senso rinnovato. Non smettono di far parlare di sé.

È il caso de Il giornalista riluttante di Sergio Maldini, edito da il Mulino nel 1968. La copia in mio possesso reca sul retro la scritta “lire 4000”. Faceva parte del lascito che un professore aveva donato alla mia Università, più di tre anni fa: gli studenti potevano attingere alla biblioteca privata del generoso docente, attraverso una scatola con scritto “libri in omaggio” posta all’ingresso della biblioteca della facoltà di Lettere e Filosofia.

Da subito mi colpì la vividezza con cui la penna di Maldini tratteggiava posti a me noti, per la vicinanza geografica tra questi ultimi e me. Realizzai in seguito, quell’abilità di cogliere di volta in volta il genius loci derivava da un afflato universale. Il lettore può sfogliare il volume puntando il dito in ordine casuale, per scegliere da quale feuilleton iniziare: si tratta di quasi 600 pagine di cronache senza tempo, cittadine, letterarie e di viaggio, fittizie nel senso in cui il format giornalistico si fa in realtà occasione letteraria.

Un esempio di come riuscisse a inchiodare un luogo al proprio spirito con quattro colpi di penna è fornito dalla descrizione del suo Friuli perduto: “Le rogge, gli alberi, i solidi palazzi nobiliari, le chiese, le osterie rivelavano un’unica matrice culturale: la venezianità veniva come inasprita da una durezza di stampo agricolo e montanaro”. Già all’epoca – l’articolo è del 1965 – vi intercettava tuttavia una decadenza:

Oggi non riconosco la Udine di allora: le rogge sono coperte dall’asfalto, le osterie antiche, con le sedie di legno, i prosciutti pendenti dal soffitto, l’odore del tokay sparso come un incenso,vengono sostituite da banconi moderni, su cui troneggiano colombe pasquali fabbricate a Milano.

C’è poi Trieste, dove nel 1957 intervistò Livia Veneziani. Incontrò la vedova di Italo Svevo nella sua “bella casa di via Monfort, dove nei giorni estivi doveva giungere l’odore del mare”, e questa gli raccontò di come James Joyce sbagliò fermata del treno, nel suo primo viaggio a Trieste, scendendo a Lubiana. Ma ci sono anche la Carnia, Bologna, Roma, Palermo, l’Unione Sovietica, la Jugoslavia, e così via.

Maldini, nato a Firenze nel 1923 da padre romagnolo e madre dalmata, visse a lungo in Friuli Venezia Giulia e qui, dalle pagine del Messaggero veneto, iniziò a muovere i primi passi in una professione – quella di scrittore – che gli valse un premio Hemingway e un premio Campiello (rispettivamente nel 1953 con il romanzo I sognatori e nel 1992 con La casa a Nord-Est). Visse in seguito a Bologna e a Roma, lavorando come giornalista per Il Resto del Carlino, collaborando anche con Il Mondo e La Nazione. Fece ritorno a Nord-Est dopo la pensione e vi rimase fino alla morte, nel 1998.

Come si sarà ormai capito, il titolo del libro Il giornalista riluttante rivela la particolare idea di giornalismo di Maldini, esemplificata da una sua citazione riportata proprio dal Messaggero Veneto:

Io sono un giornalista riluttante. Per esempio non capisco i cosiddetti intervistatori di vedove. Quelli che si precipitano dopo una disgrazia e fanno la solita domanda: signora, cosa ha provato? Giuro: se trovassi Hitler vivo nel mio giardino non lo riterrei uno scoop, ma una seccatura. Non concepisco il giornalismo come urlo, come clamore a tutti i costi, come pettegolezzo. Piuttosto lo vedo come aspirazione alla conoscenza, per descrivere un mondo ed entrare in armonia e in contatto con la sua cultura.

Alla smania per la notizia sensazionalistica Maldini contrapponeva un giornalismo spurio, letterario, capace di ritmo e di ripresa di fiato, compatibile con una poetica delle cose, piccole e grandi. Nell’Italia del dopoguerra questa commistione tra i generi era possibile, come egli stesso ha raccontato in quest’intervista video realizzata dalla Rai nel 1993.

Non a caso fu amico di Pier Paolo Pasolini: se quest’ultimo coronava l’ideale del giornalismo letterario sulle pagine del Corriere della sera, Maldini sembra invece appartenere a un canone minore, vittima di una sottovalutazione da parte del mondo della letteratura, come è stato rilevato. Ma l’ampiezza dello sguardo di Maldini è testimoniata dal fatto che aveva colto con largo anticipo il germe di molti dei mali dell’informazione ai tempi di internet – in primis, la rinuncia alla qualità in favore della quantità.

Si evince inoltre dal suo libro che Maldini non era privo di una certa dose di autoironia né della capacità di non prendersi troppo sul serio, doti che spesso scarseggiano tra chi mastica il mestiere della scrittura, pure quando si tratta di penne meno fortunate della sua. Nel Prologo a Il giornalista riluttante, dal titolo Diario del figlio, Maldini usa un artificio letterario per descrivere un padre che altri non è che se stesso:

Mio padre faceva il giornalista, era tutt’altro che ricco, la sua vita però non mancava di evasioni. Dubito che fosse geniale (già allora si avevano i primi sintomi della decadenza di quella parola) ma possedeva un certo talento. Il giornalismo si adattava bene alla sua personalità di dilettante della vita. Devo dire tuttavia che non era di quei giornalisti che si vedevano al cinematografo: la visiera sulla fronte, una mano possessiva sul telefono, disgusto-amore per la situazione, affabili con i commissari di polizia.

A lui “non importava nulla dell’attualità” tuttavia non trattenne una lacrima il giorno dell’omicidio di Kennedy, perché trovava ingiusto che un uomo dovesse morire così giovane:

la morte, secondo lui, era esecrabile soprattutto perché compiva scelte casuali e un uomo non volgare doveva odiare il Caso. Soltanto gli uomini volgari (…) fidando ciecamente nel caso si guardano bene dal modificare i mali secolari del mondo.

La tensione donchisciottesca che anima la sua visione del mondo, spesso contornata da un velo di nostalgia (“La metafisica è morta, diceva mio padre, oggi soltanto qualche operaio di provincia è capace di vero amore e crede in un destino storico dell’umanità”), stride con la descrizione della sua quotidianità, fatta spesso di gesti anonimi e non immune da una certa inettitudine alla vita, che lo scrittore rileva con (auto)ironia:

Egli sul giornale scriveva di tutto, poiché in questa maniera arrotondava lo stipendio (…). Talvolta mio padre si lamentava di dovere scrivere su cose che non lo interessavano affatto: commemorazioni di accademici, manovre navali, principesse malate di nervi, fiere del Levante; ma pure in queste cronache eterogenee egli impegnava una specie di orgoglio letterario che lo riscattava.

E ancora:

con grave disappunto mio padre si accorgeva che, mentre avrebbe voluto assomigliare a Thomas Mann, andava fatalmente somigliando a un certo Gasparoni, scrittore, pare, abbastanza famoso per le descrizioni che egli faceva di donne lunatiche, camere mobiliate, gasisti incompresi, individui anonimi straordinariamente perplessi davanti ai semafori.

Il giornalista riluttante dallo scaffale ha finito per stazionare stabilmente sul mio comodino. Uno di quei testi che si prestano e si consigliano, si leggono e rileggono di tanto in tanto, quando si vuole godere dei piaceri di una limpida scrittura e di un acuto esempio di giornalismo. Tra le altre opere di Sergio Maldini ci sono La stazione di Varmo; Bologna brucia; Descrizioni; Il cestone. Perdonerò al Caso di avermi fatto imbattere in questo autore che prima mi era, immeritatamente, sconosciuto.

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