Diritto vs democrazia. Osservazioni inattuali sul referendum catalano

di Alessandro Gregoratto

Una storia “comune”

La storia della Catalogna, territorio situato all’estremo nord-orientale della penisola iberica e avente come capitale Barcellona, ha molti ingredienti comuni ad altri territori europei affacciati sul Mediterraneo: fu occupata da colonie greche e cartaginesi, dall’impero romano e, dopo la sua caduta, da popolazioni barbare provenienti dall’Est (nel caso specifico dai Visigoti). Successivamente divenne parte dell’Al-Andalus, ovvero quella porzione della penisola iberica conquistata da popolazioni arabe e berbere di fede islamica, prima di essere “liberato” dai re carolingi di fede cristiana. È grazie all’autonomia garantita dal regime “in stile feudale” carolingio che inizia no a svilupparsi una identità e cultura catalana sotto l’egemonia della contea di Barcellona. Come in altre zone d’Europa, poi, anche qui inizierà il valzer delle alleanze: guerre e matrimoni di interesse, connaturati nel sistema politico di stampo feudale, che porteranno la Catalogna a fondersi con il regno di Aragona prima, e di Castiglia poi, dal quale infine avranno origine, attraverso lunghi e ben noti (perché comuni ad altre zone d’Europa) processi politici, lo Stato e la democrazia spagnola odierni. Stato di cui la Catalogna sarà sempre parte integrante pur con diversi gradi di autonomia, protagonista di tutti gli eventi storici del ‘900, dalla guerra civile alla promulgazione della Costituzione del ’78 a cui aderirà diventando Comunità Autonoma.

È dunque sulla base di questo non particolarmente “eccezionale” processo storico che si è andata consolidando, nei secoli ed attraverso il lento ma inesorabile lavorio della Storia, l’identità a cui oggi si appellano i sostenitori dell’indipendentismo catalano per legittimare lo storico referendum del 1 ottobre con cui si è tentato di avviare la regione lungo la strada dell’indipendenza. Il suddetto referendum non era legale, perché la Costituzione del ’78 sancisce l’unità e indivisibilità della Spagna e non prevede la possibilità di referendum “consultivi”, come sarà ad esempio quello per l’autonomia che si svolgerà in Lombardia e Veneto il prossimo 22 ottobre. Semmai, il referendum poteva essere formalmente equiparabile alla “consultazione non referendaria” tenutasi nel 2014; ma per i promotori referendari non era sufficiente la riproposizione della “consultazione” parzialmente fallita (35% di affluenza) di tre anni prima, essi hanno voluto indire un vero referendum, però bocciato dalla Corte costituzionale spagnola, ovvero la massima fonte del diritto dello Stato, l’autorità ultima in merito a questioni così scottanti e decisive come la sovranità stessa dello Stato sul suo territorio.

Da questo momento in avanti iniziano i fatti più significativi di questi giorni, e contestualmente l’onnipresente narrazione mediatica ad accompagnarli: le immagini di manifestazioni e violenze, le opinioni di chi è pro e chi è contro, le prese di posizioni istituzionali, dell’UE, di governi e partiti politici. Il momento è storico e tutti lo percepiscono come tale ma, come spesso accade con le questioni di politica internazionale, sembra di assistere a un dialogo tra sordi, che mette sullo stesso piano del discorso pubblico questioni sostanzialmente diverse. Da una parte si chiede democrazia, ovvero si pretende che questo benedetto referendum si svolga regolarmente e che il suo verdetto, espressione della volontà popolare, venga rispettato. Dall’altra parte si cerca di far rispettare le regole dello Stato di diritto, ovvero evitare lo svolgersi di attività illegali, quale è stato definito il referendum.

Le trappole dell’autodeterminazione

“La democrazia prima di tutto” invocano i catalani, conquistando un discreto seguito in ampie fasce di commentatori in tutta Europa. La democrazia, la consultazione elettorale, la volontà popolare sono sacri, indipendentemente da come la si pensi sulla questione particolare, non si può impedire con la forza questo libero impulso alla partecipazione politica.

Qui però sorge in me un dubbio, che faccio fatica a sciogliere restando all’interno del dibattito mediatico che sta montando in queste ore. Esiste la democrazia “al di fuori” di un insieme di regole che la definisce? Di quale popolo questa deve rappresentare la volontà attraverso il voto? Chi lo decide e perchè? La Costituzione è proprio quello strumento che stabilisce queste regole, che delinea tutta una serie di confini e limiti necessari per, letteralmente, “creare” dal nulla entità non esistenti in natura, come ad esempio il popolo, che a tali regole deve conformarsi in virtù di un ipotetico “bene comune”, anch’esso identificato e formalizzato dalla Costituzione. Il tentativo unilaterale della popolazione catalana di dichiarare l’indipendenza, senza tener conto dell’opinione delle altre persone che compongono quella comunità a cui formalmente ancora appartiene, è democratico? No, non lo è, perché viola le regole che quello stesso popolo si era dato, vincolando volontariamente il suo bene comune a quello di altri “popoli” e a quelle regole che stabiliscono il significato stesso del concetto di democrazia in Spagna, quindi anche in Catalogna. Non è “demoratico” a meno che non si voglia aderire a un’idea di democrazia “universale”, che sta al di sopra e al di fuori del costrutto sociale che la definisce, ossia un concetto “platonico” di democrazia appartenente al mondo delle idee pure.

Non a caso a rinforzare la richiesta di questa democrazia ideale interviene un altro concetto, che si troverebbe molto a suo agio nell’Iperuranio, ovvero il principio di “auto-determinazione” dei popoli di wilsoniana memoria; partorito dall’ideologia strutturalmente universalistica degli Stati Uniti ha contribuito notevolmente alla destabilizzazione politica mondiale dopo la prima guerra mondiale. E mantiene il suo potere destabilizzante ogni qual volta esso venga utilizzato, perché in quanto puro principio non si preoccupa di considerare la realtà storica di un territorio, determinata dai reali rapporti di forza degli attori che lo abitano e che non possono fare a meno di perseguire i propri interessi.

Ma se il dibattito si concentra molto su questioni di principio riguardo a cosa sia più “giusto” fare – la democrazia che deve essere salvaguardata, i popoli che devono poter decidere liberamente a quale regime politico aderire – rimane il fatto che da determinate azioni hanno origine determinate conseguenze molto concrete. La disgregazione territoriale dello Stato spagnolo avrebbe ripercussioni tangibili sulla vita delle persone, soprattutto dei catalani, e pone questioni reali, concrete, a cui non si può non dare risposte altrettanto reali. Quali saranno i rapporti politici ed economici della Catalogna con gli attori con cui prima si avevano certe relazioni?

La Catalogna è una delle regioni più ricche della Spagna, in quanto molto industrializzata, innovativa, competitiva: il classico territorio export-oriented che fonda il suo benessere sul rapporto commerciale con i suoi clienti, che in questo caso sono principalmente la Spagna e L’Unione Europea, con i quali commercia in regime di mercato unico. Nell’ipotesi di una secessione non consensuale tali rapporti verrebbero inevitabilmente compromessi e con essi il dinamismo economico di cui i catalani vanno tanto fieri. Perché, nonostante decenni di neoliberismo ce lo abbiano fatto dimenticare, il mercato è sempre, in ultima istanza, sottomesso alla volontà politica degli attori che ne determinano le regole del gioco sulla base del loro potere negoziale.

La UE e gli stati che la compongono sono impossibilitati a riconoscere l’indipendenza catalana, perché darebbero forza e legittimità a tutti gli indipendentismi che covano più o meno silenziosamente in Europa, aprendo alla possibilità della disgregazione degli stati nazionali, ovvero di se stessi. Cosa significherebbe la disgregazione degli stati nazionali? Cosa succederebbe se collassasse il potere dello stato centrale, esito inevitabile di un’ondata di dichiarazioni di indipendenza unilaterali da parte di svariate macro-regioni?

Il miraggio di un’indipendenza “assoluta”

Lo stato in quanto detentore del monopolio della violenza garantisce in primo luogo l’incolumità fisica dei cittadini che lo compongono. Sembra una cosa banale, ma forse solo perché sono ormai secoli che dalle nostre parti esistono stati forti e legittimi che sono in grado di fare rispettare le leggi; basta spostarsi in quelle zone del mondo in cui i capricci della Storia hanno impedito la formazione di queste particolari entità giuridiche, per capire che laddove non esiste un potere sovrano che possa garantire gli interessi generali, gruppi più piccoli sono costretti ad utilizzare la forza per garantire i propri interessi particolari. Innescando una spirale di violenza assolutamente inevitabile, se non addirittura razionale.

Dal punto di vista economico lo stato, attraverso le sue leggi e la sua capacità di applicarle, crea i presupposti per l’esercizio dell’attività economica dei cittadini che lo compongono, diventando così origine e garante del loro benessere materiale. Se all’interno di uno stesso stato esistono zone caratterizzate da diversi livelli di ricchezza i motivi possono essere molteplici, ma affermare che una regione ricca lo sarebbe di più se indipendente rispetto agli altri territori più poveri che ne assorbono le risorse, è un discorso troppo semplicistico. Non è scontato che quello stesso territorio estrapolato dal contesto politico all’interno del quale ha prosperato, riesca ad essere altrettanto competitivo: anzi è probabile che la sua minore taglia politica riduca il suo potere negoziale a vantaggio di altri competitor.

All’interno di uno stato il principio di solidarietà è il prezzo da pagare a fronte dei benefici derivanti dalle maggiori dimensioni territoriale, demografica e politica e dalla maggiore efficienza organizzativa che ne deriva; benefici il cui peso forse viene dimenticato e dato per scontato dopo decenni di vacche grasse e stabilità. Una proposta politica interessante ipotizza la disgregazione degli antichi stati-nazione in macro-regioni più omogenee dal punto di vista territoriale, culturale ed economico, le quali andrebbero a confluire in un Europa dotata di un forte potere centrale che diventerebbe un soggetto politico unico, coeso e in grado di far pesare nel mondo la sua importante taglia geopolitica.

L’idea è intrigante, ma siamo lontani decenni da una sua realizzazione; questo super-stato europeo (ma sarebbe più corretto definirlo impero) dovrebbe applicare la forza coercitiva per far rispettare il principio di solidarietà all’interno del suo vastissimo territorio, ovvero ridistribuire il benessere nel modo più omogeneo possibile, per legare le periferie dell’impero al suo centro onde evitare inevitabili forze centrifughe sempre all’opera quando le condizioni materiali della popolazione non sono allaltezza delle sue aspettative. Inoltre dovrebbe riorganizzare la produzione economica sull’intero territorio nel modo più funzionale possibile agli interessi della comunità nel suo complesso, distruggendo tessuti produttivi e imponendone altri in determinati territori, inevitabilmente distruggendo così equilibri di potere locali, e facendo rispettare le sue decisioni attraverso l’uso della forza.

Insomma dovrebbe fare quello che è esattamente il compito di uno stato, ovvero ricercare il bene comune attraverso politiche talvolta impopolari per alcune categorie particolari, ma dovrebbe farlo su una popolazione estremamente disomogenea dal punto di vista culturale, e che ha passato tutta la sua storia a farsi la guerra, puramente economica solo negli ultimi settant’anni. I catalani dovrebbero quindi comunque rinunciare a una parte del proprio benessere a favore dei cittadini di tutta Europa, quando non sono disposti a farlo nemmeno per quelli spagnoli: perché non si può negare che tra le motivazioni a favore del referendum ci fosse la richiesta di maggiore indipendenza fiscale. L’alternativa allo scenario degli stati-nazione è una serie di macroregioni che, incapaci di darsi una unitaria struttura politica che le renderebbe alleate, rimarrebbero micro-potenze solitarie in costante guerra commerciale tra loro. In assenza di un potere centrale superiore che funge da collante, infatti, la cooperazione può avvenire solo se c’è complementarietà tra gli interessi dei diversi territori, diversamente può esistere solo competizione.

La questione sollevata dal referendum del 1 ottobre è molto pratica, nel senso che tocca interessi che influiscono pesantemente sulla vita di tutti i giorni di milioni di persone comuni, del “popolo” europeo. Come si relazionerà una Catalogna indipendente con i soggetti politici che la circondano e che, negoziando con essa in virtù della propria forza contrattuale, ne determineranno la competitività economica? Quali conseguenze potrà avere la sua secessione all’interno della già traballante struttura comunitaria?
Quanto può influire la debolezza politica dell’Europa sulla sua capacità di creare benessere materiale? Sono problematiche concrete che vengono affrontate quasi esclusivamente sotto il profilo ideologico: ci si batte per salvaguardare il concetto puro di democrazia, o quello ancora più ambiguo e storicamente compromesso di autodeterminazione dei popoli. Le violenze della polizia spagnola sono giustamente condannate, però non in quanto suicidio tattico del potere centrale ma perché dimostrazione dell’intrinseca “prepotenza” e “arroganza” di esso. Il risultato è che mentre si discute su quale sia la cosa più “giusta” da fare, accadono delle cose che, giuste o sbagliate che siano, diventano “storia” e cambiano per sempre la vita di tutti i giorni delle persone. Gli stati nazionali e l’Europa perdono legittimità politica e quindi potere. Ma il potere aborrisce il vuoto, e quando questo vuoto si manifesta, spinto come da una legge fisica, inevitabilmente subentra qualcosa o qualcuno a riempirlo, ovviamente secondo suoi scopi ed interessi.

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