“Elle”: una perversa spirale di sesso e violenza

di Francesca Plesnizer

Per descrivere un film come Elle, l’ultimo (capo)lavoro di Paul Verhoeven – celebre cineasta olandese già autore di Basic Instinct – vengono in mente aggettivi quali: scomodo, pazzesco, assurdo, grottesco, scandaloso. È così surreale da risultare, a conti fatti, estremamente reale. La pellicola sovverte le “regole” dei thriller a cui siamo abituati: durante la visione ci aspettiamo un certo sviluppo, invece veniamo costantemente presi in giro e rimaniamo interdetti, a bocca aperta.

La storia – le storie – cambiano costantemente direzione portando con sé gli spettatori ai limiti della follia: è come salire una scala a chiocciola all’interno della psiche della protagonista, Michèle Leblanc, una Isabelle Huppert al suo meglio che mostra di avere questo complesso ruolo cucito nelle pieghe della sua anima. Come dei voyeurs vogliamo perversamente saperne sempre di più, poiché, come afferma Michèle stessa: “La vergogna non è un’emozione abbastanza forte da impedirci di fare qualunque cosa”. Verhoeven riesce ad accendere in noi una morbosa curiosità: vogliamo spiare dietro alle tende di Michèle, scrutare sotto ai suoi vestiti, dentro al suo macabro passato in cui si è consumato un atroce crimine, desideriamo – soprattutto – capire le sue pulsioni sessuali che sembrano ricollegarsi sempre più direttamente ed esplicitamente agli echi di quel misfatto.

La prima sequenza filmica si apre in medias res: su schermo nero udiamo gemiti di dolore che paiono mescolarsi a un perverso piacere; subito dopo la macchina da presa inquadra il gatto di Michèle, silenzioso e imperturbabile testimone della violenza carnale che si sta consumando. Uno sconosciuto con indosso un passamontagna si è introdotto in casa sua e l’ha brutalmente violentata. Ci appare distesa sul pavimento, il vestito strappato, le gambe aperte e inerti, le cosce insanguinate, il seno parzialmente scoperto. Ma la donna si ridesta presto da quella attonita immobilità e come prima cosa pensa a ripulire la stanza: durante l’atto – che, se non vediamo per intero a inizio film, rivedremo più volte in seguito, anche con delle varianti – si era aggrappata a una tovaglia facendo cadere a terra tazze e piattini, che si erano rotti sparpagliando i propri cocci. Lei raccoglie quei resti e li butta via, poi getta nella spazzatura anche il vestito che indossava e si fa un bagno. Mentre è a mollo nella schiuma vediamo una macchia di sangue all’altezza del suo inguine allargarsi sempre più: è sangue mestruale, che però evoca significativamente la violenza appena subita, nonché – naturalmente – il ciclo sessuale-riproduttivo.

Ripulitasi e rivestitasi, Michèle ordina del cibo per asporto e accoglie suo figlio a cena con il quale chiacchiera come se nulla fosse; ha un livido sul volto, ma gli dice di esserselo procurato cadendo dalla bicicletta. Capiamo immediatamente che qualcosa, in lei, non va: c’è una qualche deviazione morale del suo giudizio su quanto appena accaduto, una reazione che non ci aspetteremmo. Chi subisce un’aggressione e non la denuncia è di solito una vittima spaventata che si vergogna profondamente di ciò che gli è accaduto – e spesso crede erroneamente di aver in qualche modo scatenato la violenza subita o di essersela meritata. Ma Michèle non è affatto così: è una vincente, un’affascinante donna di mezza età a capo di una compagnia che produce videogiochi e – sapiente parallelismo – in quasi ogni aspetto della sua vita sembra tenere saldamente in mano il joystick. Ha le redini dell’azienda: rimette infatti al suo posto un impiegato recalcitrante che la accusa di non saperne abbastanza di videogames dal momento che viene dal mondo editoriale; ha pure il controllo della sua vita erotico-sentimentale: riesce a tenere legato a sé l’ex coniuge (che ha lasciato lei) e padroneggia anche l’amante occasionale del momento (che poi è il compagno della sua migliore amica, ma Michèle non prova alcun rimorso per questo suo tradimento).

La famiglia sembra tuttavia – almeno in parte – fuori dalla sua giurisdizione: il figlio troppo ingenuo che si fa manovrare da una ragazza doppiogiochista e la madre anziana, motivo d’imbarazzo in quanto si ostina a vivere apertamente la sua sessualità con un giovane approfittatore che progetta di sposare. Ma due cose soprattutto le sfuggono: lo stupro subito – nonché il violentatore che la perseguita con messaggi e incursioni di natura sessuale – e suo padre, il mostro che si è sporcato le mani, quarant’anni prima, del sangue di ben ventisette persone. Il volto di quello sporco assassino – ormai un vecchio malato che sta scontando l’ergastolo sperando in una grazia – lei, Michèle, non riesce nemmeno a guardarlo. È quindi lei a scappare da lui… e perché?

Sta qui il nodo centrale del film: nei delitti perpetrati da suo padre, nella commistione fra il rigido cattolicesimo di quest’ultimo e la colpevole voluttà di colui che prova un orgiastico godimento nel seguitare a peccare, ancora e ancora. Peccato, pervertimento e morale cattolica sono centrali per due motivi: Michèle comincia a provare una pruriginosa attrazione per il suo vicino di casa Patrick, uomo integerrimo sposato a una fervente cattolica con la quale condivide la fede. Ma anche il padre di Michèle era un fanatico religioso: la donna racconta proprio a Patrick quel fatto di cronaca nera del quale era stata co-protagonista da bambina. Suo padre era solito farle il segno della croce in fronte ogni mattina, prima che lei andasse a scuola, e aveva preso a fare lo stesso con tutti i bambini del quartiere; i genitori però, non l’avevano presa bene e gli avevano chiesto di smetterla. Così l’uomo aveva preso un fucile e un coltello da cucina e, bussando di porta in porta, aveva sterminato quelle ventisette persone, più gli animali domestici – che nessuno ha mai menzionato, aggiunge Michèle, come se quel dettaglio fosse in qualche modo assai curioso.

Il macabro racconto diventa un aneddoto seducente in bocca alla Huppert, che ammicca maliziosamente con lo sguardo e con il sorriso, narrando con noncuranza, anzi no: con un certo entusiasmo. Racconta per adescare e stuzzicare Patrick, arrivando a dire che c’è stata una parte emozionante in tutto quel sanguinoso ammazzamento: lei era a casa da sola a fare i compiti quando suo padre è rincasato coperto di sangue e le ha chiesto di aiutarlo a bruciare tutto quanto in casa, sedie, tappeti, tovaglie… Lei ha eseguito – ed è stato eccitante. Stavano dando fuoco ai loro vestiti quando è giunta la polizia, che le ha scattato un’istantanea che da quel giorno non ha cessato di perseguitarla: mezza nuda, con indosso solo la biancheria, ricoperta di cenere e con “uno sguardo vuoto, avevo un tale sguardo vuoto in quella foto… la bambina psicopatica accanto a suo padre, psicopatico”. La ragazza delle ceneri, era stata soprannominata, e si credeva avesse avuto parte negli assassinii.

Questa è Michèle, questa è la macabra frenesia con cui crea le trame dei suoi videogiochi, dove scorre il sangue e ci sono continui espliciti riferimenti al sesso: damigelle che sembrano sante e pure, che poi invece si rivelano non solo guerriere, ma anche demoni violenti, che lottando gemono come lei durante lo stupro, esprimendo a versi quella mescolanza di piacere e dolore, sofferenza e desiderio, alla ricerca del raggiungimento di un’apoteosi in cui la soddisfazione sessuale accoglie la violenza, si nutre di essa, sgorga da essa.

Tutto nel film è confuso e perturbante, e non poteva esserci titolo più azzeccato: elle (lei) è la protagonista assoluta e ingombrante, lei e lei sola. Il film non è la storia di un abuso, ma piuttosto di una dominatrice irrimediabilmente compromessa con la violenza. Se nella prima mezz’ora ci si chiede chi possa essere il suo carnefice, a poco a poco la domanda si sposta e ci si interroga invece su chi lei sia: che razza di essere umano è? Quali sono i suoi parametri etici – possiede, infine, un qualche indirizzo morale? La pellicola racconta una bruttura fredda e disumana che lei incarna, la sozzura dei peccatori che amano peccare e si eccitando peccando, alimentandosi di quella viziosa colpa, sapendo e compiacendosi di essere riprovevoli. Le perversioni e le deviazioni di Michèle vengono però messe in mostra come fossero assolutamente normali, e sono condite da una serie di battute in perfetto humor nero. Noi che guardiamo dal buco della serratura ci domandiamo insistentemente se sia possibile che esista un personaggio così, e scopriamo – anche se non vorremmo ammetterlo – che Elle è perfettamente verosimile. Il film ci comunica che l’essere umano non può fare a meno di andare alla ricerca di ciò di cui necessita – che sia sano o malsano – magari proprio ricreando le circostanze che hanno dato origine a quel bisogno, e che a volte, quando un trauma è stato troppo grande, è più facile assecondare la perversione che ne deriva piuttosto che cercare di correggerla. In questo lungometraggio Verhoeven indaga i recessi dell’animo umano, che può essere nero come la pece, imbrattato d’un sudiciume che non si lava via con l’acqua santa, né con le preghiere o con l’ergastolo, uno sporco interiore che alimenta l’erotismo e potenzia l’eccitazione, perché corrisponde a quella cosa sbagliata e perversa dalla quale – non a caso – papi, santi, preti e madonne addolorate ci mettono in guardia, in saecula saeculorum.

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