Esperire la cattedrale: tra Carver e Notre-Dame

di Francesca Plesnizer

Nel racconto “Cattedrale” di Raymond Carver (che dà il titolo a quella che è, forse, la sua raccolta più conosciuta), un cieco va a far visita a una vecchia amica e a suo marito. Quest’ultimo è in ansia perché non sa come interagire con un non vedente. Dopo una lauta cena, la donna si addormenta sul divano e suo marito e il cieco restano alzati a guardare la televisione. In onda c’è un documentario sulle cattedrali medievali e viene citata anche “quella di Parigi”, che un anno fa, il 15 aprile 2019, è stata un po’ sulla bocca di tutti a causa dell’incendio che l’ha menomata.
L’uomo del racconto di Carver descrive le cattedrali che si avvicendano sullo schermo televisivo al cieco, ma poi un dubbio lo blocca: il non vedente sa com’è fatta una cattedrale? Quando sente il termine “cattedrale” cosa si immagina? Interpellato, il cieco risponde che di cattedrali non ne sa nulla. Non sa come sono fatte, non ne ha mai vista una. In fondo, dice, anche chi le ha iniziate a costruire, nel Medioevo, non le ha mai viste finite e dunque si trovava nella sua stessa situazione.

Il vedente prosegue nella sua opera descrittiva più minuziosamente che può, ma si rende conto di avere dei limiti. Ed è così che al cieco viene un’idea: “Perché non mi disegni una cattedrale?” gli chiede. L’uomo prende un cartoncino e una penna e si ritrova a tracciare, in rilievo sul cartone, guglie, archi rampanti, rosone e vetrate. Mai si sarebbe aspettato di ritrovarsi nel suo salotto, a tarda sera, a disegnare una cattedrale per un cieco appena conosciuto. Eppure quell’atto lo prende, lo trascina, e senza alcuna remora lascia che il cieco prenda la sua mano e disegni assieme a lui. Entrambi, a disegno ultimato, sentono con i polpastrelli com’è fatta la cattedrale. La esperiscono, la vedono tramite il tatto, la sperimentano a un livello più profondo. L’uomo chiude gli occhi, diventa anche lui cieco, ma d’una cecità che gli permette di guardare la cattedrale in profondità. Vede lo spirito di quella cattedrale, la sente come non ha mai sentito nulla in vita sua e con gli occhi serrati, al buio, viaggia oltre i confini dello spazio e, pur sapendo di trovarsi a casa sua, si sente “dentro a niente”. In quel niente vede davvero, in quel niente vive un’esperienza impareggiabile, che non ha immagine, non ha corpo, ma è del tutto interiorizzata in lui.

Notre-Dame è bruciata un anno fa, la guglia è crollata, così come il tetto. Il mondo intero, quella sera del 15 aprile 2019, ha tenuto gli occhi incollati al televisore. A Parigi un gran silenzio, gente in lacrime. Eppure la cattedrale simbolo della Ville Lumière era stata già parzialmente ricostruita. La guglia crollata risaliva, infatti, al 1800.
Che si sia religiosi o meno, veder bruciare un simbolo artistico di cotale portata fa piangere un po’ il cuore. Ma dimentichiamo che l’uomo e il suo operato non sono immortali e mai lo saranno. La pietra si sgretola e il legno brucia, le cose cadono come cadiamo noi quando arriva la nostra ora. Immortale è il ricordo, la visione interiore che la memoria ci fornisce.

Alcuni di noi, come me, hanno avuto il piacere di vedere la cattedrale parigina dal vivo e ne serbano un personale e particolare ricordo. Il mio parla di vento gelido, di sudore adolescenziale dovuto all’emozione di vedere ciò che avevo visto solo sui libri e nei documentari. La mia memoria mi rammenta che di fronte a quella cattedrale che ho potuto esperire con gli occhi, pensai che la trovavo imponente, sfacciatamente slanciata, ma che al contempo, mentre la guardavo, già essa si rimpiccioliva per entrare nel mio ricordo.

Quando penso a quella cattedrale chiudo gli occhi come l’uomo del racconto di Carver e per un attimo mi ritrovo dentro a un “nulla” privo di realtà o tangibilità. Entro nel mondo dei ricordi e delle visioni mentali che si mescolano assieme alle immagini create dalla mia fantasia. Cos’è reale e cosa non lo è? Certo, io non sono cieca e posso sempre cercare una foto di Notre-Dame su internet, per avere conferma di com’era. Ma se non potessi farlo? Mi affiderei a quella mia visione mutuata e sfasata dal ricordo, densa di emozioni e resa unica dalla mia soggettività. Chi non ha mai visto la cattedrale fa altrettanto, solo che si affida a immagini che non ha esperito in prima persona, che non hanno corpo, che hanno solo due dimensioni.
Alla fine della fiera, dopo aver versato qualche lacrima, non resta che rimettersi in piedi e sorridere pensando alla ricostruzione. Rallegrarsi pensando che, se ancora si può ri-fare, allora nelle nostre mani abbiamo una potenza – e una potenzialità – inaudite.

Ciò che è stato distrutto può essere ridisegnato, ricreato, rivissuto.
La cattedrale parigina ha un’ubicazione spaziale ben precisa. Può essere toccata, visitata, guardata dal vivo. Ma questo che significato ha? Quando smettiamo di esperirla dal vivo, quando portiamo lo sguardo altrove, essa comincia la sua esistenza dentro a quel niente che anche noi siamo. È lì che la rievochiamo, che la ricordiamo, che la riguardiamo. È lì che non è mai bruciata o che al contrario continuerà a bruciare per sempre. È lì, in quel niente, che decidiamo che aspetto ha. È lì che siamo tutti non vedenti allo stesso modo e ci orientiamo come possiamo in un mondo in cui tutto è destinato a perire. Ma è lì, in quel niente, che le cose sopravvivono senza corpo, nella memoria e nell’immaginazione.

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