Eternamente caduchi: cenni a fior di pelle per una teoria del tatuaggio

Che l’inchiostro sotto pelle sia ormai un habitus, un costume, un vero e proprio abito difficilmente smettibile dell’uomo occidentale, è cosa ampiamente nota. Da marchio d’infamia degli esclusi, talismano degli ultimi, amuleto di fenomeni da baraccone, marinai e prostitute, il tatuaggio è divenuto nella storia recente della nostra cultura una moda trasversale che interessa svariate fasce della popolazione. Pur godendo di iperesposizione indotta dalla società spettacolare, raramente il tatuaggio è stato oggetto di una attenta disamina che ne possa restituire la giusta centralità relativamente al rapporto che l’uomo ha con il proprio corpo e con le immagini.

Il tatuaggio è una promessa, una condanna di eterno decadimento del corpo che lo ospita. Quante volte capita alle persone tatuate di sentirsi chiedere “ma quando sarai vecchio che fine faranno i tuoi tatuaggi, storpiati dalle rughe, deformati dalla perdita del tono muscolare?” come se un corpo illibato, su cui non è presente l’inchiostro, presenti invece imperitura bellezza. O forse questo genere di domande implica che l’inchiostro con funzione ornamentale sottolinei, per contrappasso, la vanità implacabile di corpi, mode, epoche e stili. Il tatuaggio in quanto immagine realizzata su un supporto perituro, presenta questa natura ambigua di fissazione simbolica: pensato come sub specie aeternitatis, esso è in realtà condannato sub specie temporis alla dissoluzione, a fare i conti con la storia personale del tatuato. Osservando ogni tatuaggio irrimediabilmente figlio del proprio tempo – fresco o segnato dal tempo, non importa – riecheggiano le parole del Dialogo della moda e della morte leopardiano:

Moda. Sì : non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità?

Morte. Che m’ho a ricordare io, che sono nemica capitale della memoria…

Connaturata al tatuaggio moderno è l’idea di una scelta che può trasformarsi in rimpianto, la volontà di fissare per sempre quanto di più fortuito, vano o importante, a seconda delle troppo spesso imperscrutabili volontà di tatuatore e tatuato. Non è forse quest’ossessione per la fissazione sulla propria pelle di immagini con funzione memorativa un corollario al rifugio nell’industria della malinconia (idealizzazione di un passato recente attraverso oggetti), proprio di una generazione incapace di condividere un’idea comune di futuro? É forse proprio la necessità dell’uomo di circondarsi di immagini e simboli a fargli individuare nel tatuaggio un antidoto all’obsolescenza programmata che svaluta e fagocita tendenze, prodotti e rapporti umani e sociali.

Fioriscono in senso memetico immagini di giovani adolescenti che scelgono di tatuarsi in fronte il nome di qualche idolo (su tutte la ragazza che ha scelto di tatuarsi in fronte a caratteri cubitali la scritta DRAKE, stella della musica rap) o la semi-leggenda metropolitana dell’ideogramma orientale inteso come traduzione di una parola indicante virtù ma in realtà indicante qualche pietanza presente sul menù di un ristorante asiatico. Similmente il tatuaggio diviene ironica messa in discussione dell’eternità dei sentimenti (il nome del partner in tempi di divorzi lampo e liquidità dei rapporti umani risulta quantomeno audace come gesto). Persino tra i reality-show americani, alla ricerca di facili provocazioni per mantenere l’anestesia attentiva sugli spettatori, è comparso How far is tattoo far? : un programma in cui i partecipanti fanno tatuare a un proprio amico o partner inconsapevole un soggetto volutamente imbarazzante. Facile individuare attraverso fenomeni del genere la necessità spettacolare di esporsi e provocare, sacrificando irrimediabilmente persino la propria apparenza in nome di un programma televisivo. Divenuto (quasi ovunque) culturalmente accettato, il tatuaggio per sbalordire, deve reinventarsi attraverso forme grottesche che tentano di rivitalizzarne la funzione provocatoria e la portata sacrificale.

Parlando di tatuaggio è infatti quantomai pertinente intenderlo come residuo di un sacrificio, ossia come forma sopravvivente di ciò che del sacrificio soggiace alla nostra cosiddetta società civile. In tempi in cui l’ipercondivisione di immagini domina ogni atto comunicativo, il tatuaggio viene vissuto da molti come un gesto romantico di irrisione all’evanescenza degli stili e dei simboli che orientano il nostro stare al mondo. Chi lo vive come ornamento, come segno di distinzione da una presunta massa omologante, chi lo vive come motivo di appartenenza ad una tribù metropolitana, chi sceglie invece di indossarlo per esorcizzare una paura o un male.

Scriveva nel 1874 Cesare Lombroso, forse uno dei primi ad indagare la valenza simbolica del tatuaggio moderno nei suoi studi sull’uomo criminale:

Nulla è più naturale che un’usanza tanto diffusa tra i selvaggi e fra i popoli preistorici torni a ripullulare in mezzo a quelle classi umane che, come i bassi fondi marini, mantengono la stessa temperatura, ripetono le usanze, le superstizioni.

Il tatuaggio è in ogni caso un’antropotecnica atta a turbare la sacralità del corpo. Nel tatuaggio sopravvive lo statuto del doloroso rito di passaggio (dalle pratiche più estreme di brutal black al semplice simbolo dell’infinito sul polso di una random white girl, non c’è inchiostro che non comporti almeno una goccia seppur microscopica di sangue versato). In maniera non minore ogni tatuaggio testimonia il perturbante stravolgimento del corpo in quanto sacro. Lo statuto paradossale del tatuaggio è proprio quello di desacralizzare il corpo del tatuato, corrompendolo con l’immissione di materia artificiale, quale l’inchiostro, ed allo stesso tempo testimoniando attraverso la sua permanenza sul corpo del tatuato, la celebrazione di un sacrificio impossibile, in quanto ridotto a rituale estetizzante e svuotato di senso.

Il corpo del tatuato, risponde alla necessità di distinguersi ed apparire, testimoniare, il proprio essere visibile e materiale, l’esser letteralmente in carne ed ossa del soggetto, il poter provare dolore, farsi pungere da aghi che perforano la pelle ad una velocità di cinquanta penetrazioni al secondo, quasi a voler urlare – stringendo i denti sotto i ferri del tattoo parlour – che l’esistere altro non è che la forma più complessa ed inevitabile di pathos, il sentirsi vivi soltanto perché si prova dolore. L’epidermide è del resto l’organo più esteso dell’uomo, dominato da terminazioni nervose attraverso cui – più di ogni altro organo – si manifesta la vita sensibile: l’essere in quanto capace di sentire il mondo a fior di pelle – così a pelle – è qualcosa che ti restituisce una cieca fiducia in quell’istinto che ha preceduto in noi ogni forma di elaborazione concettuale o costrutto teorico.

Parallelamente al dolore che si consuma durante il rito dell’impressione del tatuaggio sulla pelle, vi è il volersi fare immagine del tatuato: il divenire singolare – l’essere speciale. Come osserva Giorgio Agamben, il termine species significa “parvenza”, “aspetto”, “visione” e si ritrova in termini come speculum (specchio), spectrum (immagine) speciosus (bello, che si dà a vedere), specimen (esempio, segno), spectaculum (spettacolo), Speciale è colui che si dà a vedere:ciò che crediamo sia un distinguersi dagli altri, in realtà altro non è che l’apparire, l’essere guardati. Sulla scorta dell’etimologia dell’essere speciale, il tatuaggio si rivela allora per ciò che è: un segno per esser guardati, per esistere immaterialmente come immagine nell’esperienza compiuta d’altri.

Non c’è di che sorprendersi, in questo senso, dell’universalità propria del tatuaggio. Esso è un tratto specifico dell’essere umano, o meglio un tratto speciale presente in tutte le civiltà del pianeta (dai popoli Inuit alle foreste amazzoniche, dal Giappone ai popoli dell’Africa subsahariana): l’essere speciale dell’uomo è precisamente il proprio riconoscersi nell’immagine, il testimoniare il proprio essere attraverso l’immagine ed allo stesso modo la possibilità di abbandonare il proprio corpo attraverso l’immaginazione (il farsi altro da sé attraverso le immagini in processi quali il sogno, la scrittura, le esperienze extracorporee). Il tatuaggio è, in un certo senso, l’accessorio di questa particolare sfilata di moda in cui paradossalmente abiti e modelli coincidono, sono legati indissolubilmente.

Il tatuaggio è un tentativo di divenire apparenza. Pur conservando tutti gli aspetti simbolici del disegno (l’immagine scelta, i simboli, i segni), esso testimonia la propria esistenza superficiale di accessorio, di colore puro, che il modello indosserà per una vita intera. Al-di-là della valenza simbolica del singolo disegno e delle condizioni culturali, sociali e materiali che determinano l’esistenza del singolo tatuaggio nella modernità, esso rimane testimonianza di un’antichissima tradizione attraverso cui l’uomo, al pari della moda, fa i conti con il proprio essere irrimediabilmente mortale e sensibile.

E quando il vostro genitore boomer vi chiede il perché di quell’inchiostro che “ti fa sembrare un drogato”, voi rispondetegli pure per le rime – non importa se sfoggiando l’ultimo pezzo di un superquotato tatuatore instagrammabile pagato duecento euro all’ora, o portando fieramente uno scarabocchio sul braccio realizzato con una macchinetta casalinga alimentata col motorino del walk-man in qualche casa Ater barattato per del fumo. Voi rispondetegli comunque, ricordategli, che droga e tatuaggi sono tra le pochissima antropotecniche presenti in tutte le culture. Sono pratiche quasi-universali della nostra specie. Pratiche che, piaccia o meno, sono una testimonianza del vostro essere irrimediabilmente umani.

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