Fabio Michieli: dieci anni di “Dire”

di Alessandra Trevisan

È un anniversario quello che Dire, raccolta poetica di Fabio Michieli edita dall’Arcolaio nel 2008, festeggerà quest’anno: dieci anni di senso, manifestati con l’attitudine di chi pondera il proprio “mostrare” a piccole dosi. Le “gocce” che l’autore regala (con fotografie di Anna Toscano) trovano ragione nell’etimologia del verbo consapevolmente posto come titolo; non “imposto” ma pensato, scelto nella sua più alta e, allo stesso tempo, umile efficacia.

Va subito riportata all’attenzione di chi legge la nota di Francesco Filia apparsa sul lit-blog “Poetarum Silva” ad inizio 2017, in cui si menziona una nuova e più ampia edizione del volume, con una scansione di testi che toccano il legame con il paterno. In attesa di ciò che verrà, rileggere Dire nella forma originaria apre ad alcune considerazioni inedite che desiderano coniugarsi alle precedenti, esposte da più critici tra cui Augusto De Molo nella postfazione al libricino. Spingersi un passo più in là della soglia, ricercando alcune suggestioni in autori della tradizione italiana del Novecento da cui Michieli possa aver attinto con giudizio, è forse un atto non di schietta ricerca dell’intertestualità, ma di esplorazione dei possibili dialoghi con modelli che culturalmente abbiano segnato il procedere poetico autoriale intridendone l’intenzione. Non a caso la direzione che dai maestri si svincola nella conoscenza di una propria, cesellata, limpidezza com’è già quella del titolo è sottolineata ancora in Filia.

Nella sua nota Alessandro Canzian, nel 2014, scriveva: “Qui si trova una profondità che non emerge, che non viene sbattuta in faccia, ma che anzi chiede di essere guardata con gentilezza, attraverso una fessura delicata, da non aprire con rudezza.” C’è allora da interrogarsi sul mancato “affioramento”, sulla necessità di trattenere che una poesia come questa suggerisce e che, proprio in quella tensione, fa vivere la forma-sostanza di cui è fatta. Ciò avviene sin dal testo posto in apertura:

volevo un libro chiaro per noi due:
una pagina bianca quasi pura

È nel segno della luce che questa poesia si inaugura, una luce che si diffonde, a livello lessicale, per ben tre volte nel trittico “chiaro-bianca-pura”; il manufatto del “libro” indica invece il potenziale custode di tutto ciò che seguirà, in una proemiale poesia che ‘giustifica’ i testi a seguire – in questi termini: il proemio più trenta.

Dal secondo testo (o primo dei trenta) si entrerebbe in quello che già da Filia si è rivelato essere il “quadrilatero vita, parola, amore e morte che fonda il libro di Michieli”, i cui testi guardano nella direzione di numerose parole chiave: tra essere “ombra” (“e allora ombra sarai per quello sguardo/ che cercherà di scolpirti nel vuoto/ e svelare l’inganno che mi vive”) e “silenzio” (“mi interroga il silenzio sceso come una nube/ a cingermi e salvarmi dall’intorno vociante”) presenti secondo movimenti di andate e ritorni mentre il “corpo” compendia la visione di ciò che è poetabile, dandogli carne (“mi fosse dato stringermi per poco/ o corrodermi quanto basta/ a spezzare quei nodi che mi tengono/ unito al corpo”).

I legami (dichiarati) con il mito di Orfeo e Euridice, quelli con la città di Venezia  – in controluce, quelli con la lingua della tradizione e con la forma epigrammatica che conduce il lettore dall’inizio alla fine, sono evidenti e attestati dalla critica. Vi sarebbero, tuttavia, almeno due punti di giunzione con quelli che sono i modelli di Michieli, che amplificherebbero la “Dimensione della parola” già indicata da Davide Zizza nel 2012 sempre su “Poetarum Silva”.

In primo luogo, una “presenza penniana” in incipit o all’interno dei versi, a illuminare il debito – inconscio? – dell’autore con il perugino. Si leggano, ad esempio, le poesie che seguono, in cui quanto affermato a proposito delle parole chiave è pregnante (corsivo mio):

così non ho diritto alle illusioni!

Non solo neghi il corpo alle mani
ma gli occhi al cuore al vivo desiderio
neghi l’anima, sì che mi domando
se poni mai sull’ago d’una gelida
bilancia – dove stridono dolori
e gioie – le incertezze che ti rodono?

sui vuoti piatti no: restino liberi!
si mettano al servizio d’altre noie –
ma su quell’ago – l’unico tuo giudice –
appendi mai la sola tua coscienza?

***

al tempo bisognava dare tempo
e nient’altro che tempo – quasi fosse
lì tutto il suo mistero – desiderio –
quasi fosse lì il tutto già mistero:

ma l’ape che mi ronza sopra il capo
non sa che il polline sul corpo proprio

Se la dimensione della luce è, secondo Cesare Garboli, tra i più grandi critici di Sandro Penna, caratteristica primaria della sua poesia, qui avvertiamo anche, nella chiusa dell’ultimo distico, una eco introdotta da quel “ma”. A suo modo, Michieli richiamerebbe, oltre che Penna, anche Giovanni Raboni, in particolare nell’incipit di quest’altra poesia:

no: non ora o non più o forse un domani
tardo a seguire l’oggi che si svincola:

ora è inutile credersi diversi
quando tutto soggiace ad un’intesa
voluta da altri – e noi a guardarli inermi
[…]

Se il tema della diversità è penniano per eccellenza (“Felice chi è diverso/ essendo egli diverso./ Ma guai a chi è diverso/ essendo egli comune”), l’attacco porterebbe a credere che la segnalazione del tempo, con quel “forse”, possa rimandare al poeta milanese che tanto ci abituò alla “precisa imprecisione” (sempre tematica) a inizio di testo.

In secondo luogo, trovo plausibile tornare su un aspetto di contesto che avrebbe sempre a che fare con la dimensione mitica, ma che si propone in diversi punti della raccolta di Michieli attestando quella che definirei una “traslocazione lessicale”, un passaggio obbligato fuori dal mito: è il “sogno” antipsicanalitico e puramente letterario che leggiamo nella seconda poesia:

cova in sé la paura il nome mio:

leggero basta l’alito della sera per spegnere
il coraggio di tendere la mano
e premere il sigillo che schiude l’oltre a un sogno
nel punto dove tutto si tramuta.

Forse è d’azzardo tirare di nuovo in ballo un giovane Garboli che, negli anni Cinquanta, a proposito della poesia di Giorgio Bassani, parlava in questi termini: “non è possibile distinguere il sentimento della realtà dal sentimento particolare onde sono investiti il concetto e la natura della poesia” (in Brevi anni Cinquanta ora in La gioia della partita, Adelphi, 2016). Di lì a breve, il critico livornese avrebbe citato Mario Luzi come il poeta italiano che “più consapevolmente di tutti ha intuito la figura del poeta moderno”; lo fa con i versi che seguono (in Poesia e decadenza): “Mi trovo qui a quest’età che sai/ né giovane né vecchio, attendo, guardo/ questa vicissitudine sospesa;/ non so più quel che volli o mi fu imposto…”

Possibile che il filo del legame tra Michieli e Luzi sia sottilissimo (ma Luzi è stato un autore di riferimento, con cui il veneziano ha avuto uno scambio epistolare), anche se la ‘scure’ del destino imposto dall’esterno vibra almeno in uno dei testi di Michieli sinora citati. Viene da chiedersi, allora, come definire lo stile del nostro nella poesia contemporanea. Agli autori coevi Garboli imputava lo status di continui “decadenti”. Michieli, a mio avviso, convergerebbe sia alla misura culturale lasciataci da Bassani sia alla modernità antidecadente che il suddetto critico auspicava, in una formula tuttavia aggiornata all’oggi, in cui il residuo vivo del passato è carico di un ‘dire’ capace di esporsi nel futuro.

Commenti

  • Grazie Alessandra per questa lettura di “Dire”, che, è vero, compie 10 anni e che in questi anni è cresciuto ancora un po’, per sedimentazione di temi abbozzati, per perdite che non potranno mai sedimentarsi, per arrivi che hanno ridato luce.
    Grazie alla Redazione di “Charta Sporca” che ha pubblicato la lettura di Alessandra.
    Fabio Michieli

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