Filosofi morti

di Andrea Muni

holbein

C’è un ragno che sa tante cose. Filo dopo filo, la sua tela, diventa una tomba. Nessuno spettatore: lo spettatore è lo spettacolo. I filosofi – pare – non sono mai esistiti. O come diceva provocatoriamente Althusser, forse, non sono altro che quelli che insegnano e studiano la Filosofia. Eppure è un fatto curioso, che gli archeologi – ad esempio – non siano soltanto quelli che insegnano e studiano l’archeologia, e che i fabbri non siano soltanto quelli che insegnano e studiano come si batte il ferro.

Certo, queste sono delle banalità dal vago sapore moralistico e moralizzante, delle banalità talmente vecchie e trite che ci annoia rispolverarle. Che ci importa di quella che è la pratica del filosofo? Che ci importa se – ad esempio – il fabbro insegna come si batte il ferro battendolo, mentre i “filosofi” raramente insegnano la filosofia vivendola? Forse a qualcuno importa, forse no. Non importa.

Noi – che a vario titolo siamo chiamati, o ci chiamiamo fra noi, “filosofi” – siamo morti. Riusciamo almeno a raccontarcelo, e a sorriderne? Riusciamo ancora ad arrossire del fatto che la nostra “pratica”, il nostro “sapere” e la nostra “verità” dovrebbero insegnarsi attraverso un modo di vivere altro, differente, in rottura non soltanto con la morale e col sapere dominanti, ma soprattutto – e costantemente – in rottura con quello strano miraggio che ci ostiniamo a chiamare “noi stessi”?

Ma sì, ma sì… sono cose che si dicono. Come quando si dice a una persona “ti amerò per sempre”, e poi la si lascia nella merda. O come quello che diceva “armiamoci e partite”, e quelli – non meno ipocriti – che dicono “amiamoci e partite”. C’era una volta… una volta c’era … il filosofo: era l’eremita – quello vero, il sofista, il folle, il fachiro, il mago, l’attore. C’erano persino quei filosofi spaventosi, mostruosi, quelle oscenità ambulanti degli schiavi diventati padroni: quelli che hanno saputo avere la meglio sui forti allo stesso modo di quello che vince in partenza una rissa da bar perché si apre venti centimetri di ferita sul braccio, con un coccio di vetro, mentre i suoi occhi pieni di sfida ti fissano e ti fanno paura. Sai che continuerà, sai che non gli cambia niente, sai che vuole il sangue – che non gli importa se è il suo o il tuo. E lo sa anche lui. Sa che lo sai. La più maestosa dimostrazione di potenza – il più feroce gesto di intimidazione – consiste nel mostrare fino a che punto si è capaci di infliggere – prima di tutto a se stessi – un dolore e una violenza che, fuor di metafora, possiamo chiamare semplicemente una “verità”. Anche di questo si accorge Nietzsche nella Seconda dissertazione della Genealogia, e ne ha orrore. Questa è l’unica, maestosa, inquietante, forza degli “schiavi” – non ce n’è un’altra.

C’erano una volta i mistici, i martiri e i cinici. I serpenti e le cagne. Abbiamo avuto “colleghi”, noi filosofi, nella storia, che hanno dimostrato l’esistenza di dio amandolo, e che mentre i leoni li sbranavano – o la ruota li dilaniava – erano certi che quella verità (quel loro “dio”) non lo amavano così tanto per dire (come nel caso dell’esempio precedente): fintanto che ne testimoniavano con la carne, il loro dio, esisteva. Dio – ogni “dio” – è stato reso reale da coloro che sono vissuti e morti nel suo nome.

Ci sono stati poi i filosofi “maghi”, che si sono fatti bruciare vivi per non chinare il capo davanti al “sapere” – come il Giordano Bruno (Gian Maria Volonté) di Giuliano Montaldo che con voce crescente ripete, fino a rimbombare nelle orecchie dei propri aguzzini: “c’avete più paura voi”. C’è stato chi baciava le labbra delle teste fracassate dei suppliziati per far esistere una verità – santa, Santa Caterina da Siena; e anche quello che, pare, abbia detto al grande re – che gli offriva qualsiasi cosa desiderasse in cambio di un semplice cenno di rispetto – di togliersi semplicemente dai coglioni… ché lui preferiva la sua vita da “cane”. C’erano le isteriche nei manicomi, che si sono guadagnate il diritto di sprigionare entusiasticamente tutta la loro repressa sessualità come contropartita di quella loro assurda, preziosa e teatrale sintomatologia che sola poteva confermare gli psichiatri nel loro statuto “scientifico” di medici. E c’era persino quello che pare abbia preferito farsi crocifiggere piuttosto che smettere di essere “la via, la vita, la verità”.

Per l’avvenire delle nostre scuole – come diceva quell’altro pazzo, che ha saputo davvero essere un filosofo – questa è tutta la filosofia che dovrebbe essere “insegnata”. La Filosofia, in fondo, non è che una piccola risibile porzione – spesso molto noiosa – dell’affascinante gioco che gli uomini non hanno mai smesso, e non possono smettere mai, di giocare. Sedursi, violarsi, dominarsi e farsi dominare – certo, anche con la dolcezza, anche con le carezze, con l’onestà e con le bugie, e persino nel tetro candore dell’amore o della morte.

C’è qualcosa che ci seduce, che ci provoca, che ci chiama – una sirena, una coscia scoperta. Un daimon ci dice: noi – i filosofi – abbiamo un rapporto privilegiato col sapere. Noi avremmo un “sapere”, ne saremmo colmati, soddisfatti, appagati, ma non solo. Noi – i filosofi – vorremmo addirittura, anche se non lo ammetteremo mai, che ci si amasse per questo, vorremmo essere amati per quello che sappiamo; o per lo meno, vorremmo che ci venissero attribuiti i giusti onori connessi a questo nostro speciale “sapere”. Eppure i filosofi – veri – odiano i filosofi, e ancor più radicalmente, il filosofo – per potersi ancora guardare allo specchio, in quello specchio liquido che sono gli altri – deve odiare se stesso.

Ci sono due filosofi, forse in ogni filosofo, forse in ogni persona. Uno dice: “io ho il sapere, l’ho sudato, l’ho guadagnato, e ora c’è qualcosa che mi spetta”, si auto-definisce un “operaio di pensiero”; mentre l’altro dice “il sapere mi serve affinché – qualsiasi cosa la sorte e gli uomini mi riservino – io possa morire, soffrire, perdere o vincere annegando comunque in un bagno di soddisfazione”, si autodefinisce “un pagliaccio, un idiota”.

Il filosofo è, nella storia, il paladino, l’eroe, l’idiota, della causa persa. Il suo sapere non l’ha conosciuto, l’ha incontrato da fuori,… era la verità per cui già lottava.

L’ “operaio di pensiero” sogna di ricevere un premio da dio, per il suo sapere, mentre “il pagliaccio, l’idiota” è quello che – dio – l’ha inventato, dandogli carne e voce. Questi due filosofi non incarnano lo stesso “sapere”, non si insegnano allo stesso modo, non si scrivono sugli stessi muri: il primo si aspetta qualcosa dalla politica, l’altro – che se l’aspetti o meno – la è.

C’erano una volta le avanguardie artistiche, politiche e filosofiche: c’era la voglia di essere la verità – la voglia di pagare in solido fino all’ultima goccia di sangue, di vita, di dignità: c’erano una volta Baudelaire, Céline, Bataille e Bukowski. I filosofi “veri” non hanno perso… il problema è piuttosto che, a forza di vincere, si sono estinti… convincendo indirettamente tutti gli altri – anno dopo anno, secolo dopo secolo – che (a conti fatti) è più conveniente insegnare, cioè vivere e incarnare, quelle tre o quattro verità (maggioritarie o minoritarie) che non ti fanno correre il rischio di pagare prezzi troppo alti per esserle state.

Quelle “verità” che non ti costringono a lasciar cadere pezzi di corpo, né a camminare sui vetri; che ti permettono sempre di sottrarti – un secondo prima della vertigine – da quello sguardo insopportabile, che non smetterà, che proviene dallo specchio, e che vuole fare di te la sua immagine.

I filosofi che non sono caduti in ginocchio dinanzi al “sapere”, come tutti i servi che non invidiano – ma misteriosamente compatiscono – i propri padroni, trasmettono lungo il corso della storia un unico sapere: la verità si è, la verità non si conosce: la verità si paga con la vita. La verità non appartiene al “sapere”. Il “sapere” non è che un cadavere imbottito di verità (che qualcuno ha scritto con la propria vita sul corpo inerte del “sapere”, come fiori che sbocciano dalle ossa). L’unico modo per avere la meglio su un più forte è sconcertarlo mostrandogli che godi di più tu, ad essere dominato, di quanto lui non goda a dominarti.

Essere pronti a morire (o, peggio, a vivere) per delle “verità” è certamente stupido, ma è anche l’unico modo per esserle, per dargli la carne, per renderle – se non vere – almeno reali. E se oggi, al culmine del disagio della civiltà, noi filosofi abbiamo preso l’abitudine di “insegnare” la filosofia scrivendo – pratica di cui il meno che si possa dire è che è marginale rispetto alla totalità di quelle che compongono la vita, quella vera – allora, forse, per ripartire, potremmo iniziare con lo scrivere, essere o insegnare “verità” che almeno ci facciano un po’ male.

Dobbiamo certamente servirci dei libri, ma al pari dei filosofi di professione, come lo fu Lenin, che aveva avuto solo una rudimentale istruzione filosofica, è necessario imparare la filosofia nella pratica e, prima di tutto, nella pratica della lotta delle classi. Se mi si domandasse: “Ma che cos’ è dopo tutto un filosofo?”, direi che è un uomo che si batte nella teoria. Per battersi occorre imparare a battersi combattendo, e per battersi nella teoria è necessario divenire teorico tramite la pratica. […] In un’epoca in cui la borghesia ha rinunciato a produrre i suoi eterni sistemi filosofici, in un’epoca in cui ha rinunciato alla garanzia e alle prospettive delle idee, affidando il suo destino all’automatismo dei computer e dei tecnocrati, in un tempo in cui essa è incapace di proporre al mondo un avvenire pensabile e possibile, il proletario può accettare la sfida: ridare vita alla filosofia.
(L. Althusser, Filosofia per non filosofi)

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