Filumena Marturano e il gioco delle tre clave

uno spettacolo da non perdere

di Eleonora Zeper

Per Ingmar Bergman l’amore era come un giocoliere con tre clave: cuore, parole, sesso. Sappiamo tutti che “è molto facile giocare con le tre clave, ma è anche molto facile farne cadere una per terra”. E così è anche il teatro: testo, regia e attori. Ma è davvero così facile giocare con queste tre clave? Dal 7 all’11 novembre 2018 Filumena Marturano di Eduardo De Filippo è stato rappresentato al Rossetti di Trieste per la regia di Liliana Cavani: il gioco, in questo caso, è del tutto riuscito. Sempre, nell’amore come nell’arte, chi sa combinare alle perfezione le parti in un tutto che è più della semplice somma di queste, ha il dono della naturalezza: l’opera perfetta è quella che sembra essersi fatta da sé.

Filumena Marturano è un testo del 1946 e fa parte, così come le altrettanto note Natale in casa Cupiello e Napoli milionaria!, della raccolta la Cantata dei Giorni dispari (pubblicata nel 1975 per Einaudi). I “giorni dispari” sono i giorni del pianto, dell’angoscia, della disperazione. Il testo è conosciuto dal grande pubblico non solo per la trasposizione cinematografica curata dallo stesso Eduardo nel 1951, ma anche e soprattutto per quella del 1964 di Vittorio De Sica con Sophia Loren e Marcello Mastroianni (Matrimonio all’italiana). Filumena, donna di malaffare e mantenuta di Domenico (Mimì) Soriano, ricco borghese cinquantenne amante delle donne e delle corse dei cavalli, si finge moribonda per commuoverlo e costringerlo così ad un matrimonio in extremis. Resosi conto della truffa, Mimì pretende l’annullamento. La donna, del tutto rinsavita e decisa a far valere i suoi diritti di moglie legittima, gli confida di aver avuto tre figli negli ultimi venticinque anni e di averli mantenuti a spese dello stesso Domenico senza che questi nemmeno se ne avvedesse. Lo scontento di Mimì è però frenato da un’inattesa rivelazione: uno dei tre giovani è suo figlio. La tragicità del personaggio di Filumena è a tratti stemperata dai personaggi di Rosalia e Alfredo, rispettivi servitori dei due protagonisti, e dai buffi interrogatori di Mimì volti a capire quale dei tre possa essere il figlio carnale: il tono tragicomico è quello consueto del teatro di Eduardo.

Mimì ottiene l’annullamento del matrimonio e a questo punto assistiamo ad una pausa nella narrazione; lo spettatore si trova infatti ad assistere, dopo qualche mese rispetto alle scene iniziali, ai preparativi delle vere nozze di Domenico e Filumena. Prima della cerimonia Mimì decide di mettersi a nudo di fronte alla futura moglie e la prega di rivelargli la verità. Filumena, però, in nome di un’unità familiare vagheggiata nel corso di una vita di sacrifici, rifiuta pronunciando la celebre battuta: “E figlie so’ ffiglie… E so’ tutte eguale…”. Domenico sembra allora voler rinunciare al matrimonio, ma, proprio nel momento in cui questi è sul punto di spiegare la situazione ai tre giovani, si sente chiamare per la prima volta “Papà” da tutti e tre; commosso, si rassegna così a sposare Filumena pur senza conoscere l’identità del proprio figlio naturale. L’opera si conclude con il pianto liberatorio di Filumena, il primo dopo venticinque anni.

L’autore, figlio naturale del noto attore teatrale napoletano Eduardo Scarpetta, parla di sé, della famiglia, della Napoli del secondo dopoguerra; la terribile Filumena è un personaggio memorabile, uno dei più riusciti del teatro di Eduardo. Non è certo la prima clava a cadere a terra.

Liliana Cavani, nota regista cinematografica già prestata con successo alla lirica, ha scelto il celebre testo di Eduardo per il suo debutto nella prosa. La messa in scena è tradizionale e inattaccabile; cura e precisione traspaiono da ogni dettaglio: ottima la scenografia, ottimi i costumi, ottime le musiche, ottima la scelta e la direzione della compagnia. Nemmeno la seconda clava viene fatta cadere.

E infine gli attori: Mariangela D’abbraccio è Filumena Marturano… che altro dire? Lo è davvero: una donna implacabile e incapace di lacrime, una donna che, dopo una vita spesa nell’umiliazione e nel sacrificio per i figli, solo alla fine pare sciogliersi piangente in una serenità mai creduta possibile. Geppy Gleijeses – misurato, elegante e spiritoso – è altrettanto bravo nel ruolo di Mimì. Tutta la compagnia è convincente e ben diretta: tutti paiono capire a fondo il senso e la portata di ogni battuta e tutti recitano con quell’apparente naturalezza che può venir fuori solo da un assiduo sforzo corale. Anche la terza clava volteggia nell’aria. Uno spettacolo da non perdere.

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