Fratello… dove sei?

di Giulia Caminito

Breve storia della “fraternità”: rivoluzione e cristianesimo

Libertà, uguaglianza e fraternità! Urlava la Rivoluzione francese. Se dall’anno in cui cadde la Bastiglia e ai nobili vennero staccate le teste, si è continuato a parlare di libertà e uguaglianza come binomio di concetti necessari e imprescindibili per lo studio e l’attuazione della politica francese, e poi europea, la stessa sorte non è toccata al terzo e ultimo principio inalienabile: la fraternità. Quando, come e perché la fraternità è uscita dal dibattito politico e si è defilata dietro le quinte del pensiero filosofico?

Innanzitutto, diversamente dalla libertà e dall’uguaglianza, la fraternità non gode dell’uso del genitivo che possa meglio specificarla, perciò viene utilizzata da sempre con più cautela. Si può infatti parlare di libertà di stampa, libertà di parola, uguaglianza di diritti, uguaglianza di doveri, ma non si può moltiplicare l’uso della parola fraternità che quindi rimane chiuso nella propria solitudine, indipendente e autosufficiente, in balia della non-caratterizzazione.

La forte carica affettiva e simbolica che connota la fraternità impedisce di attribuirle rivendicazioni particolari o di pensare a come punire legalmente un oltraggio che essa potrebbe subire. Uguaglianza e libertà sono divenute dei diritti, legati alla sfera legale-giuridica, mentre la fraternità è rimasta un obbligo morale appartenente alla sfera etica, in particolare religiosa, e ha per di più subito un grave – e tuttora irrisolto – vuoto di senso nel suo passaggio a un’ottica laica.

Nel 1848 apparve la triade così come noi la conosciamo (anche se precedentemente altre ne avevano fatto le veci), e l’ultimo principio a entrarne a far parte fu proprio la fraternità. Alcuni hanno attribuito questo tardivo riconoscimento al carattere confuso della fraternità e alla sua connotazione religiosa che sembrava sposarsi male con la Rivoluzione. Perché allora inserirlo? Come si sono sposate rivoluzione e fratellanza?

La comparsa della parola fraternità nella triade dobbiamo attribuirla all’importanza rivoluzionaria delle federazioni: una serie di iniziative locali in risposta al periodo della Grande Paura. Nel momento in cui la rivoluzione si stava concretizzando, i piccoli e grandi centri urbani si organizzarono con milizie armate di volontari, nate spontaneamente per appoggiare la rivoluzione e l’insurrezione contro il ceto nobiliare. Diventò a quel punto necessaria una riorganizzazione della guardia nazionale per legalizzare una situazione dominata dal caotico proliferare di queste guardie provinciali, che si erano mobilitate a partire dalla presa della Bastiglia. L’Assemblea cercò di ridurre il potere delle milizie sottoponendole al controllo dei municipi e la risposta delle varie città fu la stipulazione di accordi federativi tra un centro e l’altro. Le federazioni finirono per imporsi come strategia difensiva e gli accordi tra le città continuarono a estendersi, creando queste federazioni-fratellanze unite nella lotta.

Il momento culminate per le federazioni fu la festa della Federazione, che si tenne a Parigi il 14 Luglio 1790, e venne preceduta dalla marcia verso la capitale compiuta da tutti i federati. La fraternità rivoluzionaria quindi nasceva come fratellanza difensiva, ma non escludeva del tutto di estendere i “confini” di tale fratellanza a chi si fosse unito nel supportare la causa comune.

L’estensione della fratellanza pone il problema di comprendere se sia possibile ammettere l’idea di una fraternità limitata o se sia necessario invece ripensarla nei termini di un suo sviluppo infinito. Estendere o meno (e a chi) la fraternità e domandarsi quali siano i requisiti per essere un fratello, rappresentano i principali punti dolenti del concetto rivoluzionario di fraternità. Infatti, man mano che la rivoluzione avanzava diventavano sempre più numerosi coloro i quali venivano esclusi da questo legame fraterno; a esempio, fin dall’inizio, apparve chiaro che agli aristocratici non sarebbe stato concesso il nome di “fratelli”, dato che si erano mostrati apertamente dei traditori della patria. Quindi da una parte si riconosceva che la fraternità non potesse essere per tutti, mentre dall’altra vi era l’idea che fosse necessario realizzarla nel futuro, producendo così un concetto chiuso nel presente ma idealmente proiettato verso l’avvenire. Ma come proiettarlo, e soprattutto quando? Già allora risultava chiaro che far sgorgare naturalmente un legame fraterno è un’operazione assai complessa, poiché esso non può che essere il frutto di una volontà ben precisa, ossia di un progetto – in questo caso – a lungo termine. A differenza della libertà e dell’uguaglianza, che vengono stabiliti come diritti naturali inalienabili, la fraternità deve infatti essere conquistata attraverso la pratica della fraternizzazione.

L’Illuminismo è quindi un controverso riferimento per la restituzione di valenza politica al concetto di fratellanza, poiché già alla propria sorgente (e poi con la Rivoluzione) la fratellanza vi ha sempre giocato un ruolo esclusivo, direttamente collegato alla pratica della lotta, una lotta condotta da uomini, francesi, bianchi. Come si può infatti pensare alla fraternità e poi mantenere il paradosso della schiavitù? L’Illuminismo infatti, è bene non dimenticarlo, fu anche questo: fu anche esclusione di fasce sociali, di generi e di razze. Ma ebbe il merito di far apparire il concetto di fraternità nella triade dei principi politici. Cosa sarebbe dovuto accadere dopo? Un aggancio è di certo mancato nel passaggio tra questa idea di fratellanza pratica, e di lotta, e il concetto religioso di fratellanza estesa, aperta a tutti. Qualcosa che ha a che fare con la secolarizzazione del concetto di fratellanza tale da renderlo un concetto laico e di interesse politico, consolidato nella pratica e radicato nell’opinione pubblica. Per capirne i motivi si deve partire dall’analisi della fratellanza Cristiana.

Il rapporto fraterno introdotto dal Cristianesimo si presenta come una novità assoluta rispetto ai precedenti modelli storici di fraternità, poiché viene posto “gratuitamente”. Diviene importante la connotazione universale che si dà al rapporto fraterno. Per la prima volta si stabilisce un legame non esclusivo tra individui, ma tendenzialmente inclusivo. Con il Cristianesimo, la parola fratello non designa più soltanto un legame di parentela molto stretto, ma un rapporto che può essere esteso potenzialmente al mondo interno.

La fraternità è da considerarsi non solo come gratuità, ma anche come creata ex nihilo, cioè a prescindere della bontà o della cattiveria degli uomini. Anzi, tale fraternità deve ricomprendere anche, e soprattutto, i nemici, che devono essere amati prima ancora di coloro che hanno fatto il bene. In questo modo il nemico, l’antagonista giurato dell’amico greco, viene ricondotto dall’etica cristiana all’interno del legame fraterno. A questo proposito rimando alla lettura di Benedizione, di Kent Haruf, la cui intelligenza mi sembra risiedere proprio nell’ostruzionismo che la comunità manifesta nei confronti del prete, il quale a un Sermone dichiara che agli attacchi terroristici non bisognerebbe rispondere con la guerra, ma impiegare quei soldi per aiutare, solidarizzare, risolvere i conflitti. Col risultato che viene allontanato dalla chiesa, abbandonato dalla moglie e odiato dal figlio, che per l’onta subito tenta il suicidio.

La disuguaglianza sembra essere la molla per l’agire fraterno, che pare fondarsi tradizionalmente a partire dall’esclusione e dalla sottomissione dei “non-fratelli”, ossia di tutte quelle categorie umane – donne, semi-stranieri – che già erano escluse dalla vita pubblica greca (altra sede importantissima per la creazione del simbolismo democratico, che nel corso dei secoli ha dimostrato tutta la propria fragilità e i propri paradossi politici).

Fratelli/sorelle senza padre?

Qualcosa ha di certo frenato la possibilità che l’idea religiosa di fraternità diventasse un valore laico (o persino un diritto/dovere). Il grande limite della fratellanza (sia rivoluzionaria, sia religiosa) sta infatti nel suo movente, nella sua origine, che subordina l’essere fratelli all’essere figli (per non parlare poi del fratricidio, sulla cui base nascono miticamente quasi tutte le principali civiltà della storia). Tutta la fratellanza sembra dipendere infatti dalla presenza del Dio-Padre. Il trasferimento da una dimensione religiosa a una prettamente politica ha coinciso con la morte del Padre, con l’eliminazione della figura di Dio come garante del rapporto equilibrato tra i fratelli. Questa scomparsa ha portato la fratellanza a essere un possibile luogo di conflitto tra fratelli ormai divenuti orfani e nemici. I fratelli senza Padre vivono il vuoto della propria condizione, e come da nietzscheana memoria sono preda del nichilismo negativo, della morte degli idoli, dell’ascesa di nuovi idoli ancora più terribili o della resa rispetto alla possibile fondazione di nuovi valori e nuovi rapporti solidali (pensiamo alla resistenza a oltranza subita dal pensiero anarchico, relegato negli anni solo alla propria componente individualista e terrorista nella svalutazione completa del proprio potenziale sociale). I fratelli senza Padre potrebbero anche arrivare a cercare tra loro dei capri espiatori sui quali riversare questa conflittualità perversa. Si verrebbe così a creare la figura del fratello mostruoso, cioè di quel fratello a cui vengono imputate tutte le ragioni del conflitto per poter soddisfare il desiderio esasperato di scontrarsi gli uni con gli altri (il fratello mostruoso-immigrato, per fare un esempio).

Per trarre della conclusioni parziali, si può dire che la fraternità è un’idea scomoda, che finora ha toccato l’interesse dei pensatori e delle pensatrici, ma che con fatica ha preso piede nella pratica politica. Sia perché è nata come idea terziaria, ultima dopo altre, pensata in un contesto di lotta localistico e perciò estesa ai soli partecipanti di quella precisa lotta, sia perché mal collegata alla dimensione simbolico-religiosa a cui avrebbe potuto attingere per trasformarsi in un valore dall’aspirazione effettivamente universale. In ogni caso, sembra chiaro che la fratellanza abbia bisogno di un garante, un movente, un concetto-padre che ne legittimi l’esistenza. Appare difficile, insomma, essere fratelli senza patria, senza lotta, senza Dio: essere solo fratelli come essere umani, esistenti simultaneamente qui.

Ancora più complicato è immaginare dal punto di vista politico, giuridico e soprattutto locale (perché il locale è il punto di scontro del globale) che l’opinione pubblica – rappresentata oggi dallo schizoide protagonismo-nascondimento della gogna social – possa orientarsi a maggioranza in direzione di simili urgenti prese di posizione. L’idea che persone qualsiasi con nessuna preparazione politica, nessuna idea della storia della politica, del dibattito politico e filosofico che si svolge e si è sempre svolto, possano di questi tempi pensare di intervenire sulle leggi e sui governi sembrerebbe essere la peggiore delle ipotesi, eppure è quella che ci sta toccando in sorte sempre di più. Mentre lo Stato con i suoi confini e le sue frontiere lancia gli ultimi attacchi da creatura morente, destinata alla scomparsa – e mentre l’Occidente dopo secoli di scorribande (la più dimenticata da noi, per generale comodità, quella italiana in Eritrea ed Etiopia) e mani in pasta nella vita di popoli e genti, vive le proprie tragedie in balia di media e giornali banalizzati dalla non-notizia – il concetto di  fraternità non viene insegnato, non viene difeso, non viene interpretato, né capito. Gli attacchi che subisce non vengono perseguiti, anzi è lo Stato stesso a promuoverli, rendendo i cittadini incapaci di governarlo e di metterlo in pratica.

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