Friedrich Nietzsche: al di là di ragione e follia

di Stefano Tieri

Nietzsche-Munch

Ogni parola è di troppo, eppure il silenzio è troppo poco e non riesce a riempire – con i suoi vuoti – i dubbi che si presentano. È nell’interstizio fra silenzio e parola che si dipana il discorso sulla follia, il discorso della follia. Possibile darle la parola? E, se sì, quale linguaggio parlerà? Se la follia è l’alterità per eccellenza, l’uscita dal solco della Ragione, e se il linguaggio è l’espressione di questa Ragione, potremmo ritenere che discorrerà in un linguaggio suo proprio – proprio non della follia in quanto tale, ma del folle preso nella sua singolarità? Un linguaggio a cui manchi il fine del linguaggio: la comunicazione. Un linguaggio “senza senso”, e quindi folle, che si racconta in parole che non arrivano in alcun luogo, parole senza un possibile orecchio in ascolto. È un dialogo possibile, quello tra follia e linguaggio? Quale ruolo potrà mai giocare la filosofia in questa difficile partita?

Dal dedalo di interrogativi irrisolti (irrisolvibili?) emerge una figura: Friederich Nietzsche, il filosofo folle. Paradosso fra i paradossi: la filosofia, la quale storicamente avanza in compagnia di una razionalità che ritiene di poter chiarire ogni cosa, viene ribaltata nel suo contrario; ribaltata in un pensiero che si nega in quanto razionale, e si afferma come istintuale, vitale, immanente al corpo. È proprio tramite questo corpo che si può accedere ad una dimensione del pensiero finora preclusa o, a considerare Descartes1, accuratamente marginalizzata e assolutamente da evitare.

Un “pensiero abissale” che per essere sostenuto necessita di uno spirito eccezionale: “Voi non siete aquile: così non avete neppure vissuto la felicità che risiede nel terrore dello spirito. E chi non ha ali non deve mettersi al di sopra di abissi”2. È stato, Nietzsche, in grado di afferrare e affermare fino in fondo il suo pensiero abissale? O ne è stato piuttosto schiacciato?

Duplice modo di leggerne la follia: intima e profonda liberazione, oppure sconfitta e negazione del superamento di ogni limite umano? Oltrepassamento del linguaggio – il principio e la fine della comunicazione “razionale” – o caduta dal linguaggio, impossibilità ad accedervi? Superamento dei vincoli razionali per affermare infinitamente il sé, o invece chiusura di quegli stessi vincoli, che schiacciano e negano ogni movimento del pensiero – e quindi anche il sé – in un’afasia senza vie d’uscita? Già il solo proporre e annunciare simili domande – nient’altro che un piccolo suggerimento dell’abissalità in cui si potrebbe sprofondare (o su cui ci si potrebbe innalzare) – fa girare la testa in un’oscillazione circolare che, abolito ogni punto d’appoggio, cerca in tutti i modi di uscire dall’impasse. Cerca di uscirne, ma irrimediabilmente ripercorre quel solco tracciato a cerchio, e lancia accuse dirette a quel linguaggio che è causa primaria dell’inganno della comprensione, quel linguaggio che – anche se non si vuole – ordina e conduce in una strada già tracciata, che si dice “neutrale” ma invece è già la genesi del proprio pensiero. Quello stesso linguaggio che, giunto alla fine del cerchio, mette in discussione se stesso e – in ultimo – si nega sulla bocca di Nietzsche.

“Le più antiche credenze metafisiche saranno l’ultima cosa di cui ci sbarazzeremo, se mai potremo sbarazzarcene – quelle credenze che hanno preso corpo nella lingua e nelle categorie grammaticali, rendendosi talmente indispensabili, che potrebbe sembrare uno smettere di pensare, se rinunciassimo a questa metafisica”3. Nietzsche – volendo superare ogni metafisica – non poteva, nell’ultimo gesto della sua filosofia rivoluzionaria, risparmiare il linguaggio, così carico di storia, di esperienze, di legami, di logica razionale. Potrebbe sembrare uno smettere di pensare, se rinunciassimo a questa metafisica: nelle parole del Nietzsche “quasi” folle, che già iniziano a scavarsi un solco attorno, si intravede la lungimiranza della condanna che subirà solo pochi mesi dopo, e che negli anni successivi avrebbero squalificato il suo pensiero in quanto “folle”.

Un’incomprensione – quella dei contemporanei di Nietzsche – che ha origine nel linguaggio stesso del filosofo, linguaggio “folle” perché nuovo ed estraneo ad ogni Ragione anteriore. “Chi non ha accesso per esperienza a certe cose, non ha neppure orecchie per udirle”4. La propria vita è la condizione prima e necessaria da cui partire per leggere il mondo: chi difetta di una certa esperienza, non potrà avere occhi né orecchie per cogliere quella particolare fetta di mondo. “Un libro che parli solamente di esperienze che stanno al di là delle possibilità dell’esperienza comune, o magari anche piuttosto rara – e che perciò sia il primo linguaggio per una nuova serie di esperienze. In questo caso semplicemente nessuno udrà niente, con l’illusione acustica per cui, là dove non si ode niente, non deve esserci niente5. Il linguaggio di Nietzsche – nel momento in cui viene bollato come “folle” – viene espressamente negato, in un gioco di esclusione in cui la Ragione individua e identifica l’estraneo da sé e lo squalifica, negandogli ogni legittimità di esistenza.

Le prospettive in cui ci si colloca sono diverse: vita immediata da un lato, esperienza filtrata attraverso il linguaggio dall’altro6: impossibile conciliarle, prima o poi il loro scontro genererà scintille (la maschera non aderisce mai perfettamente al volto nudo – sempre che sia possibile trovare, alla fine, un volto dietro la maschera), facendo dell’uomo che ha voluto vivere il paradosso (e al tempo stesso de-scriverlo) una fiamma capace di inghiottire le poche parole sopravvissute al suo immane esercizio critico. “Volete riscaldarvi a me? Vi consiglio di non avvicinarmi troppo: potreste bruciarvi le mani. Perché, vedete, sono troppo ardente. A fatica impedisco alla mia fiamma di divampare fuori dal corpo”7.

Ogni nome, mentre vuole avvicinarsi all’oggetto di cui tenta di racchiudere il significato (credendo così d’identificarne la verità), fino a coincidere con esso, crea invece una distanza infinita ed incolmabile. Zarathustra svela l’inganno del linguaggio8 ma al tempo stesso è obbligato a collocarsi nel linguaggio, proprio quando vuole provare a comunicare al mondo il suo pensiero. Eppure vi si colloca in un modo che già richiama la follia, con la forza espressiva di un poeta che sente il richiamo fortissimo del silenzio.

“Come il castello di Kafka, il culmine alla fine non è che l’inaccessibile. Si sottrae a noi, almeno in quanto continuiamo a essere uomini: a parlare”9. La parola abbassa, volgarizza (nel senso etimologico del termine), allontana dal “culmine” ogni sentire – il quale, in quanto proprio della singola individualità, è all’occhio altrui lontano quanto incomprensibile. Il silenzio spesso invocato da Nietzsche – un silenzio che non è necessariamente vuoto e assenza di pensiero, ma forse semplicemente un sottrarsi alle regole finora date al pensiero, un collocarsene al di fuori – prende infine vita, in senso radicale, nella sua “follia”.

Possibile allora considerarla come conseguenza ultima e inevitabile (conseguenza cui bisogna però togliere il carattere di consequenzialità: qui non c’è causa né effetto, ma un’unica volontà) del suo pensiero? come gesto di enorme e profonda rivoluzione nei confronti della Ragione? come unica possibilità per affermarsi al di fuori di ogni vincolo e condizionamento esterno?

Anche a queste domande, forse, possiamo rispondere solo con il silenzio.

NOTE

1 “Abbiamo visto con quale decisione Descartes aggirava nel cammino del dubbio la possibilità d’essere insensato; mentre tutte le altre forme d’errore e d’illusione circondavano una regione della certezza, ma d’altra parte liberavano una forma della verità, la follia era esclusa, poiché non lasciava nessuan traccia, nessuna cicatrice sulla superficie del pensiero. Nel regime del dubbio e nel suo movimento verso la verità, la follia non aveva alcuna efficacia”, Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica, p. 240.

2 Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, p. 117.

3 Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1885-1887, p. 226.

4 Friedrich Nietzsche, Ecce homo, p. 57.

5 Ivi.

6 “Dioniso è vita immediata, mentre la nostra filosofia è scrittura o parola”, Giorgio Colli, Scritti su Nietzsche, p. 152.

7 Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1885-1887.

8 È l’ombra di Zarathustra a farcelo intuire quando afferma, rivolgendosi al maestro: “Con te disimparai a credere nelle parole e nei valori e nei grandi nomi. Quando il diavolo cambia la pelle, non si distacca anche il suo nome? Questo, infatti, è pelle. E il diavolo stesso, forse – è pelle”, Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, p. 318.

9 Georges Bataille, Su Nietzsche, p.64.

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