Genitori si diventa: l’eterologa tra traguardi e preoccupazioni

di Giulia Massolino

Il 12 settembre 2014 la Giunta Regionale del Friuli Venezia Giulia ha approvato le linee guida per la fecondazione eterologa. Sicuramente un enorme traguardo, e un’ottima occasione per confrontarsi criticamente con alcuni dei contro-effetti che questo auspicato diritto potrebbe comportare. La fecondazione eterologa infatti, pur rappresentando senza dubbio la conquista di un diritto importante per tutte le coppie che non possono avere figli, pone urgentemente una serie di scottanti problemi etici. Non tanto quelli che interessano la sacralità della vita, quanto piuttosto quelli inerenti allo squilibrio sociale e alla piega iper-individualistica che la diffusione incontrollata e su larga scala dell’uso privato dell’ingegneria genetica potrebbe generare.

Nel numero di aprile della rivista New Scientist (no. 2964, “Meet your unborn child – before it’s conceived”) compare un articolo allarmante sulla recentissima opportunità, offerta da alcune cliniche di fertilità agli aspiranti genitori, di “scegliere” il proprio bambino. Pare infatti che un software sia in grado di mostrare tutte le possibili combinazioni tra due corredi genetici. In pratica, la macchina creerebbe dei “feti virtuali”, che verrebbero poi testati per 200 diversi tipi di malattie genetiche. Questo consentirebbe di selezionare il donatore più adatto a produrre un bambino perfetto in senso clinico, cioè privo di acciacchi malattie o menomazioni, certamente un meraviglioso traguardo. Ma la più probabile futura applicazione sarà quella di scegliere un feto perfetto nel senso di “a immagine e somiglianza del desiderio dei genitori”. Cosa accadrebbe se l’opportunità di fare questi test venisse aperta anche alle coppie fertili? Cosa potrebbe effettivamente impedirlo nel mondo del libero mercato?

Eccoci infatti arrivati al punto. Non è in discussione il diritto di una coppia ad avere figli, ed ancor meno il diritto di una coppia ad avere figli sani utilizzando tutti i mezzi scientifici esistenti. La prospettiva agghiacciante, lungi dall’essere un’opzione fantascientifica, è piuttosto lo strisciante desiderio di avere bambini perfetti. La perfezione è uno dei grandi cancri della nostra società: in nome di un amore perfetto, di una vita perfetta, di un lavoro perfetto, siamo disposti a rinnegare, calpestare e abbandonare tutto ciò che non rientra nei nostri schemi sempre più selettivi. Lo spettro che aleggia è la nostra crescente incapacità di amare qualcosa che non sia perfetto. Ma diventare genitori non si significa altro che questo: uno stadio della vita che, giorno dopo giorno, porta ad amare in modo incondizionato un altro essere vivente, per sempre. A prescindere dal suo naso, dalla sua altezza, dal colore degli occhi, e persino al di là della sua moralità o della sua salute mentale o fisica.

Selezionare alla base i corredi genetici, in modo da dare alla luce solamente figli con determinate caratteristiche, è un’operazione – certamente ad esclusivo appannaggio delle classi ultra-abbienti – che oggi si può chiamare con molti nomi; un’operazione che, per non saper né leggere né scrivere, vorremmo chiamare col suo nome più comune: eugenetica. Proprio in senso letterale, senza appiccicarle subito sopra tutta una sequela di fantasmi pseudo-hitleriani. Il problema è che la scienza corre veloce, mentre l’etica (e soprattutto la politica) fanno fatica ad adeguarsi. Non rischiamo forse, in questa rincorsa del figlio perfetto, di non riuscire ad amare nostro figlio quando, inevitabilmente, sarà il suo comportamento ad essere imperfetto? Nel parlare, nel sorridere, quando sarà goffo, o arrogante, o frignone, o quando semplicemente commetterà un grosso errore, saremo ancora in grado di offrirgli il nostro supporto?

È certamente un motivo di commozione ritrovare nei lineamenti di un bambino i propri o quelli dei propri avi. Ma non è forse immensamente più emozionante riconoscere in una sfumatura del carattere di nostro figlio, in un suo modo di fare, la traccia di ciò che gli abbiamo insegnato? Non è forse un motivo d’orgoglio estremamente più grande osservare che nostro figlio accarezza un’altra persona con la stessa dolcezza e con lo stesso rispetto con i quali noi abbiamo accarezzato lui, piuttosto che crogiolarci narcisisticamente nella venerazione di quanto la forma del suo naso sia simile a quella del trisavolo? Nell’aver insegnato qualcosa a chi si ama brilla silenziosa la stella di un lavoro portato avanti giorno dopo giorno, con costanza e sacrificio, in quel compito impossibile che è “insegnare”. Mentre un dettaglio fisico è, a dire il vero, poco di cui andar fieri.

È tecnicamente possibile percorrere una miriade di strade, e non esiste ancora una discriminante di tipo etico capace di tracciare dei limiti oggettivi allo sviluppo della scienza. Tanto meno, e ciò è ben più grave, esistono ancora leggi che pongano limiti futuri e transnazionali ai progressi delle ricerche (e alla commercializzazione dei risultati) dell’ingegneria genetica. Non è improbabile che, come spesso accade, si inizi a legiferare seriamente in tal senso quando ormai tale pratica sarà entrata irrimediabilmente nel quotidiano, come già è stata fino ad ora comune per chi poteva permettersela all’estero. In questi termini, il costo previsto per la prestazione base posto intorno ai mille euro (ancora da definire il costo del ticket) è certamente un primo bilanciamento apprezzabile. È giusto, infatti, che si vada regolamentando e sviluppando la possibilità di avere un figlio biologico, e che esistano dei soldi pubblici messi a disposizione per cercare di ridurre le differenze di “classe”. Sarebbe però anche giusto che ci fosse una maggiore diffusione di informazione riguardo alle strutture e alle associazioni che si occupano di bambini abbandonati od orfani. Sarebbe giusto socializzare e diffondere l’indignazione (e la disperazione) degli aspiranti genitori single, o non sposati, o omosessuali, con la stessa frequenza e la stessa attenzione che ultimamente si dedica alla fecondazione eterologa. È indispensabile, anche, interrogarsi sulle statistiche, uno degli strumenti scientifici più manipolabili, che parlano di sterilità per una coppia su cinque (secondo l’Istituto Superiore della Sanità, nelle nuove coppie il 19% avrà problemi riproduttivi dopo due anni e di queste il 4% sarà sterile e le altre coppie saranno subfeconde), chiedendosi perché questa percentuale sia così elevata. Non preoccuparsi della crescita di queste stime, infatti, corrisponde a curare dei sintomi ignorando la malattia. In ultima istanza è necessario assicurarsi che i nuovi fondi pubblici destinati alla fecondazione assistita non penalizzino gli incentivi per le adozioni.

Chiudere gli occhi su questi aspetti sgradevoli, e solo apparentemente marginali, rischia di trasformare ancora una volta i preziosi frutti del progresso scientifico in un ennesimo buco nell’acqua etico e sociale. La scienza e la medicina ci offrono infinite possibilità in più rispetto a un tempo, dobbiamo iniziare a costruire insieme (politicamente) il limite che separa un legittimo desiderio da un irragionevole capriccio. Dovremmo trovare la forza di iniziare a chiederci, ad ogni bivio, quale scelta corrisponda ad un atto d’amore e quale invece ad una forzatura inumana. Forse qualcuno obietterà che è troppo presto per farsi di questi problemi, ma è già accaduto nella recente storia dell’Occidente che la ragione, addormentandosi tra le braccia di politiche spietate, abbia generato mostri ben peggiori di quelli che che le erano sfuggiti mentre sonnecchiava nella superstizione. Il sonno della ragione genera mostri, vero. Ma anche quando la ragione diviene iperattiva, morbosamente agganciata al profitto e pericolosamente staccata dall’etica, purtroppo, non c’è molto di cui stare sereni.

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