Geometrie della solitudine. Quando Cechov incontra Schnitzler

di GIovanni Isetta e Matteo Sain

“Tuttavia il bisogno di discorrere prevale sopra ogni altra riflessione, ed egli vi si abbandona. Parla con calore, con passione; il suo discorso è disordinato, febbrile, delirante, a scatti, ed è spesso incomprensibile: ma s’indovina, dalle parole e dal tono, qualche cosa, che è di una bontà superiore: se parla si sente in lui, insieme, il pazzo e l’uomo. Sarebbe difficile trascrivere ciò ch’egli dice: Ivàn Dmìtric parla della vigliaccheria umana, della violenza che opprime il diritto, della vita magnifica che prevarrà infine sulla terra, e delle grate alle finestre, che gli ricordano a ogni minuto la stupidità degli oppressori. Ne vien fuori un disordinato, sconnesso guazzabuglio di motivi vecchi ma sempre validi” (A. Cechov, La sala numeo sei).

CechovIvàn Dmìtric ha bisogno di parlare, ha bisogno di essere ascoltato; come tutti del resto. Non chiede niente di estremamente particolare. Chiede di essere ascoltato. Eppure studiava Ivàn Dmìtric, frequentava l’università a Pietroburgo. Da un giorno all’altro però deve smettere di frequentarla e deve guadagnarsi da vivere, con ripetizioni e altri lavori. Il padre muore e la madre si ammala. Deve mantenere anche lei e le ripetizioni non bastano. Trova un lavoro da insegnante, ma non dura molto purtroppo. La madre muore e Ivàn Dmìtric trova un posto da usciere. Fa la fame, ma converte le frustrazioni in morbosa passione verso la lettura. Divora libri. Ivàn Dmìtric non ha amici. Legge, legge molto; legge tutto ciò che trova, indistintamente. Avrebbe molto da dire Ivan Dmìtric, ma nessuno lo ascolta. Poi un bel giorno finisce nella sala numero sei. E lì dentro continuerà a non esserci qualcuno ad ascoltarlo, per circa dodici o quindici anni.

Andrej Efìmic Ràgin è un dottore di provincia. Quando arriva in città si trova a gestire un ospedale, senza mezzi, con personale insufficiente, sporco e dove i malati aumentano ogni giorno e per essere curati sul serio avrebbero bisogno di medicine e dottori che non ci sono. Allora Andej Efìmic comincia a chiedersi che senso abbia tutta questa recita: sa di non poter curare le persone che affollano ogni giorno il corridoio che porta al suo studio. Lentamente perde le motivazioni, non capisce il senso del suo agire; gradualmente molla la presa, e si reca in ospedale una volta ogni tanto, svolgendo il minimo che gli viene richiesto. La sua vita cade in un torpore fatto di piccole consuetudini; la vita scorre lenta, tra qualche bicchierino di vodka e le amate letture filosofiche. Tuttavia, passeggiando fuori dall’ospedale, un bel giorno per sbaglio entra nella sala numero sei e fa la conoscenza di Ivàn Dmìtric. Lo ascolta. E Ivan Dmìtric parla. Conversano, conversano molto. Conversano fino a quando le loro conversazioni diventano un problema. Non per loro certo, ma per gli altri. Quegl’altri per cui Ivàn Dmìtric non ha niente da dire e non ha senso ascoltarlo. Ivan Dmìtric invece soffre e ha molto da dire. Anzi da gridare.

“Com’era sua abitudine, Robert si trattenne abbastanza a lungo in bagno, poi, il ruvido accappatoio bianco gettato sulle spalle, andò allo specchio e trovò che il viso sottile e senza barba era freschissimo e addirittura abbastanza giovanile per i suoi quarantatré anni. Stava già per allontanarsi contento, quando sul vetro appannato un occhio estraneo sembrò fissarlo in maniera enigmatica. Si accostò allo specchio e credette di notare che la palpebra sinistra pendeva più bassa della destra” (A. Schnitzler, Fuga nelle tenebre).

SchitzlerPiccolo oscuro ammonimento, l’occhio estraneo, visibile oscillazione, germe inaugurale della graduale immersione, apnea senza ritorno, nell’oscurità dell’abisso. Dentro l’occhio un punto, è l’insediarsi della tenebra, nera voragine interna a Robert che lentamente inghiotte ogni cosa. Implosione. L’equilibrio è rotto. Nulla si salva nell’eterno oscillare della psiche di Robert: l’amore diviene subito repulsione, la fiducia scivola nel sospetto, l’innocenza si svuota nell’omicidio, dubbi, incoerenze, certezze, euforie, perversioni, morte, vita, ritorno, fuga senza ritorno. Tutto è filtrato dall’opaco sguardo, paranoico e calcolatore, di Robert: le preoccupazioni del fratello, medico neurologo di una certa fama, non sono altro che continui tentativi di carpire lo stadio d’avanzamento della pazzia di Robert. Pazzo? Robert? È il fratello, sempre più alienato dal suo lavoro, a voler far ricadere tale fardello sul fragile Robert. Medici casualmente incontrati, emissari del fratello, lo controllano, alla ricerca di piccoli indizi, piccoli ammonimenti e allora anche una palpebra stanca, un po’ pendente, diviene pericolosa. Robert è circondato, braccato dalla follia degli altri, vittima sacrificale per la normalità di chi gli sta intorno. Ogni minimo gesto va controllato, ogni parola va attentamente scelta. Ma quando si ha un foro dentro che risucchia ogni decisione e giudizio, ogni scelta diviene inafferrabile e anche il passo più sicuro non può che cadere nel suo rovescio. Cammina spesso Robert, avanti e indietro, in un continuo ritorno, su e giù, su e giù, in un incidere il terreno sotto i suoi piedi, è il formarsi del solco, dentro e fuori di lui, sempre più profondo che con il passare del tempo erode ogni cosa. Il mondo diviene vuoto o nulla, tenebra cieca il cui centro è quel punto (di fuga) pulsante, limite estremo, rovescio di R., opposto e lo stesso della massima luce. È solo, Robert, tutto ciò che lo circonda s’è fatto suo stesso, appannato, riflesso. Un continuo oscillare fra ciò che è e ciò che era, anche i ricordi si espandono ed invadono i luoghi tingendoli di tetri presagi. I ricordi frammentati, forati da piccole mancanze, fatali incoerenze che impediscono ogni sicuro appiglio. Tutto scivola nella voragine. Cosa ho fatto? Chi ero? Ho ucciso? Potrei averlo fatto…Io? Assassino? No, mai…o forse si… Dove prima c’era chiarezza, luce, sole, ora si fa sempre più tenebra, angoscia, cecità, morte.

Questo breve scritto nasce da un incontro fra due storie che hanno molto da dirsi sulla solitudine, sulla follia, sull’esclusione e l’invisibilità: il racconto “La sala numero 6” di Anton Cechov e il romanzo breve “Fuga nelle tenebre” di Arthur Schnitzler. Si è voluto dar voce a questo dialogo immaginando una prima battuta, un primo scambio di punti di vista fra i due testi…

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