Georges Simenon: l’arte di osservare (e raccontare) gli uomini

di Francesco Bercic

 

Un grande scrittore è prima di tutto un grande osservatore: osservare gli altri, ma anche e soprattutto sé stessi

57 anni fa veniva scattata la foto che ha reso un’icona Georges Simenon: sorriso smagliante, occhiali da topo di biblioteca e pipa rigorosamente in bocca. Uno dei più grandi scrittori del ventesimo secolo, conosciuto principalmente per la saga dell’ispettore Maigret, è stato autore di molte opere, spesso meno facili da digerire ma non per questo meno affascinanti. Fra i suoi tanti romanzi, e per tanti si intende veramente tanti – più di cento, a cui si aggiunge tutto il ciclo Maigret – c’è sicuramente più di un filo comune, un filo che va oltre le semplici dinamiche narrative e sfocia in vere e proprie analogie psicologiche.
Simenon nei sui romanzi duri (così li chiamava), pur muovendosi tra i contesti più diversi, è in grado di regalare a tutti i suoi personaggi una specie di cadenza comune: sono personalità insoddisfatte che, spesso casualmente, realizzano di colpo la propria repulsione per la vita condotta fino a quel momento. Personaggi che scoprono la radice del proprio malessere nella nauseante quotidianità delle loro vite, una nausea cui segue la pulsione interiore a una improrogabile ribellione.

La durezza simenoniana viene fuori proprio in questo punto. Per quanto motivati, per quanto assetati di trascendenza, i suoi personaggi finiscono sempre per ricadere nell’insoddisfazione, per tornare alla loro debolezze, manifestando così tutti i propri limiti. Scappano dall’io che avevano finora plasmato, per poi farvi inevitabilmente ritorno. In questi elaborati meccanismi si palesa tutta l’incredibile capacità narrativa dello scrittore belga: Simenon rende possibile l’ingresso in queste soggettività apparentemente inaccessibili, e non si limita ad una semplice distaccata immedesimazione, ma partecipando ai loro stessi dubbi, delle stesse emozioni, del senso di vuoto, noia e nausea che li tormenta. Ci riesce perché di fatto, seppur estremizzate, o in contesti avulsi, le emozioni dei suoi personaggi sono le stesse che ognuno di noi ha già provato almeno una volta nella vita. Le stesse che rifuggiamo dalle nostre coscienze, per vederle poi riemergere non richieste da quel sub-conscio in cui le avevamo (volontariamente?) relegate. Può essere infatti che si trovi un suo personaggio distante, strano, addirittura malato, psicologicamente instabile. E invece, continuando a leggere vi renderete conto che la ragione per cui non riuscite a smettere è la più semplice: anche voi siete quel personaggio.

Aveva un’espressione minacciosa e lo sapeva, dato che si vedeva nello specchio. Sapeva anche che sarebbe diventato cattivo, perché stava male, perché era stato male tutta la sera. No, non era il cuore. Non era il petto. Eppure il suo era anche un dolore fisico, lo sentiva dappertutto, nel più profondo di se stesso.
Che avrebbero detto tutti quanti, tutte quelle larve che aspettavano chissà cosa, sorseggiando la loro consumazione con lo sguardo perso nel vuoto, che avrebbero detto se ora si fosse seduto per terra, lì, in mezzo alla segatura, o sul marciapiede, sotto la pioggia, e si fosse messo a gridare per lo sfinimento come da tanto tempo desiderava fare, o a ragliare come l’asino che era?
(Le persiane verdi, Adelphi, 2018)

É vero, quelle emozioni molto spesso sono infelici. Saremmo perciò tentati di credere che anche il Simenon “uomo” si crogiolasse in simili delusioni. La sua foto del 1963 però, in realtà, pare dirci il contrario. Ci suggerisce piuttosto che egli sia stato in grado di fare della sua vita un’opera d’arte densa di esperienze tutt’altro che negative: viaggiò moltissimo e si misurò con sfide di ogni tipo. Gli venne addirittura chiesto di scrivere un romanzo in soli tre giorni, chiuso in una struttura di vetro, simile a quelle che vengono oggi proposte per gli ombrelloni estivi, davanti al suo pubblico. Da questo aneddoto, e dai molti sparsi nella sua biografia, possiamo sfiorare tutta l’intrigante personalità di Simenon. La sua superlativa scrittura è frutto di una passionale esperienza che non si è limitata ad una passiva partecipazione, ma che osservando in silenzio ha parlato nei suoi libri.

Va detto: l’osservazione non basta. I libri di Simenon vivono di un’aura unica, di un talento naturale, di una predisposizione innata alla scrittura. Si racconta che scrivesse un romanzo anche in una sola notte, che si imponesse un numero minimo di pagine e che le scrivesse tutte d’un fiato, come se le parole gli uscissero dall’anima. Tuttavia nel fiume di parole si nascondeva, in un meccanismo divenuto sempre più fluido con il tempo, sempre il medesimo sistema: osservare le persone, recepire le loro reazioni, metterli in forma scritta. Le personalità degli uomini parlavano a Simenon: lui ne leggeva l’unicità e soprattutto le tendenze, le ricadute. La ridondanza è l’elemento chiave della sua narrativa. Il protagonista, come osservato, non muta o evolve ma ricade sempre nei suoi vizi, quasi fosse costretto in una sorta di elastico. Non sfugge mai definitivamente da ciò che gli è stato assegnato ed in-segnato, rispettivamente dal caso e dalla vita.
Spesso i protagonisti di Simenon volgono ad un’apparente ribellione, tale presa di coscienza però non è sufficiente e tralascia forse la parte più importante, ovvero l’impossibilità di un cambiamento assoluto. Ed è proprio questa “impossibilità” che mantiene intrappolati nella ridondanza.
Sono temi evidentemente filosofici ed esistenzialistici: ma se Simenon è lontanissimo dall’essere filosofo, i suoi personaggi possono invece anche essere considerati come interessanti spunti filosofici.

E lui stesso si era sentito fuori posto in quell’isola dove tutto gli era ostile, da un cielo dall’azzurro troppo intenso agli abitanti, ai pesci che non era capace di prendere. Eppure, in quel caos indicibile, che come il fondo marino gli causava una sorta di vertigine, aveva scelto di tornare una seconda volta.
(Il clan dei Mahé, Adelphi, 2006)

L’osservazione della natura umana e delle leggi che la governano non basta. L’ “osservazione” di Simenon include anche la sua personale reazione, un feedback. Egli ci fa oscillare tra il distacco e la lontananza di uno sguardo freddo e neutrale e l’immedesimazione profonda in quelle personalità quasi malate, e fatalmente votate al fallimento, che non riusciamo a smettere di sentire così intimamente vicine. Ma come è possibile? Perché le sentiamo tali? Perché era lo stesso Simenon, mentre le osservava in rigoroso silenzio, a sentirle tali. Una parte del suo animo empatizzava con colui o colei che aveva di fronte. L’autore belga infatti non si limitava a studiare gli altri: studiava gli altri in relazione al proprio io e, contemporaneamente, il suo io in relazione agli altri. Azione, reazione, stesura.

Leggendo i libri di Simenon possiamo leggervi un duplice percorso, una sorta di dualismo in cui l’esperienza diretta dello scrittore e quella del protagonista specifico si sovrappongono. Lo scrittore riesce a sospendere momentaneamente questo dualismo, scoprendo e imparando nell’atto della scrittura qualcosa in più di se stesso e degli altri, addentrandosi così, con semplicità ed empatia, nella tragicità dell’animo umano.

Ed è al mattino che il fatto accade, quando Frank si sveglia ancora una volta con la gola secca. Ha cercato il destino in tutti gli angoli, ma non era mai dove lui sospettava che fosse.
[…] Giunto in basso, sta per passare davanti alla guardiola del portinaio. E proprio in quel momento la porta della guardiola si apre.
Non ha mai pensato che potesse accadere a quel modo. Per la verità, non si rende nemmeno conto che sta accadendo qualcosa.
Il portinaio ha la stessa faccia, lo stesso berretto di tutti i giorni. Al suo fianco c’è un uomo piuttosto comune, che però ha un’aria forestiera e che indossa un cappotto troppo lungo.

(La neve era sporca, Adelphi, 1991)

La semplicità del contesto è un elemento chiave, che permette a Simenon di ricreare l’alta passionalità nelle situazioni apparentemente più banali. Essa fa da sfondo alle esistenze di tutti i suoi personaggi, alla paradossalità di esistenze normali, banali, a cui l’autore contrappone un’interiorità tormentata e dubbiosa.  Questa apparente “semplicità” dei contesti è un’esca, un il filo rosso che ci conduce attraverso i meandri emotivi dei suoi romanzi, fino all’incontro con un destino che accorre silenzioso – «non era mai dove lui sospettava che fosse» –  e che forse, proprio ora, si nasconde dietro «un uomo piuttosto comune», facendosi intuire soltanto da quel curioso «cappotto troppo lungo».

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