Gillo Dorfels e il Kitsch. Le oscillazioni del cattivo gusto

di Anna Sardo

Ho dovuto rileggere tre volte l’articolo prima di credere alla notizia della morte di Gillo Dorfles, critico d’arte, pittore e intellettuale poliedrico, figlio di Trieste, “del mare, della montagna e del Carso”, scomparso il 2 marzo all’età di centosette anni. Anche io facevo parte di quella schiera che lo riteneva immortale. Quando, non più tardi di un anno fa, mi rilasciò un’intervista nel suo appartamento milanese, aveva solo un leggero problema d’udito, ma nulla che gli impedisse di esporre i nuovi dipinti della mostra VITRIOL alla Triennale di Milano.

Mi stavo interessando al concetto di Kitsch, per cui non avrei potuto non imbattermi ne Il Kitsch: antologia del cattivo gusto edito da Mazzotta nel 1968, in cima alla bibliografia riguardante il tema, in cui Dorfles definiva il Kitsch come “un’operazione apparentemente artistica che surroga una mancante forza creativa attraverso sollecitazioni della fantasia per particolari contenuti (erotici, politici, religiosi, sentimentali)”. Mi sono chiesta, quindi, quali sarebbero potute essere le oscillazioni del cattivo gusto dal 1968 ad oggi, e se il Kitsch fosse una categoria squisitamente estetica o al contrario potesse essere estesa ad altre manifestazioni umane. Interpellare Dorfles, che poteva vantare la prima analisi sistematica del fenomeno e che contemporaneamente si era occupato di Divenire delle arti, Modi & Mode, Oscillazioni del gusto e Conformisti – oltre che a innumerevoli altri temi – mi pareva una strada nobile e sicura per trovare una risposta.

Nelle ore di treno che mi separavano da Milano provavo a immaginarmi l’uomo che avrei avuto davanti. Se H. Broch ha definito Kitsch-Mensch come la tipologia umana che si lascia abbindolare dalle false promesse del Kitsch, convinta che godendo degli effetti sentimentali proposti dal cattivo gusto si stia “perfezionando un’esperienza estetica privilegiata”, come direbbe U. Eco; se il Kitsch è tale perché non riesce a smascherare la sua propria menzogna, perché pretende che ogni elemento sia tenuto in considerazione con estrema serietà, bandendo ogni forma di ironia e autoironia, allora a Milano mi aspettavo di trovare l’anti-Kitsch-Mensch, una figura che riassumesse in sé e nel suo atteggiamento esistenziale, ancora prima che teoretico, le caratteristiche del Kitsch e le rovesciasse diametralmente.

Capisco che le mie previsioni non erano sbagliate quando vedo e riconosco l’esorcismo del Kitsch: proprio sotto un Fontana, Dorfles ha collezionato, raccogliendoli in quello che lui chiama altarino, diversi soprammobili di evidente cattivo gusto. Può apparire paradossale: perché colui che per primo denunciò il dilagare della decadenza del senso estetico ruba spazio all’arte con ticchettanti orologi di Dalì? La risposta è che quest’operazione è lecita proprio perché viene compiuta dallo smascheratore della menzogna. L’ironia e il distacco sono armi di difesa che disintegrano il Kitsch, rendendo immune da qualsiasi accusa chi consapevolmente lo ha frequentato.

Non è strano quindi che Dorfles abbia fatto dell’ironia e dell’autoironia una delle peculiarità del suo carattere. Quando gli chiedo se abbia attraversato fasi figurative prima di accostarsi all’astrattismo infatti risponde: “Nello studio di Leonardo Borghese ho dipinto, ho dipinto dei nudi persino. Erano orrendi, per fortuna li ho distrutti tutti. Poi sono andato in Brianza con un cavalletto per fare dei paesaggi; quelli erano meno orribili dei nudi”. Credo che Dorfles non fosse soddisfatto dei suoi nudi perché non si era divertito abbastanza a dipingerli. Poco dopo afferma infatti che “ci deve essere sempre del gioco, in qualsiasi tipo di creazione. In molta dell’arte moderna io non vedo alcun divertimento. Se l’arte di oggi non si dimenticasse troppo spesso di questo elemento giocoso, non vedremmo tante opere noiose e pedantesche”. Indipendentemente dal periodo storico infatti – “anche a Pompei c’era il Kitsch, così come in molta dell’arte greca e romana”, testimonia Dorfles – dove manca il gioco è facile che si annidi il cattivo gusto. Il suo utilizzo ironico e consapevole è emerso più volte nel corso storico, dal Satyricon di Petronio alla pop art, manifestandosi in particolare in periodi di crisi valoriale ed estetica. Ma a causa dell’esigenza del Kitsch di corrodere le innovazioni avanguardistiche, ben presto accanto al merchandising della Gioconda è comparso anche quello di Marylin Monroe ritratta da Warhol. Se erosione e svuotamento sono necessità del Kitsch, non si devono però trascurare le urgenze degli artisti contemporanei, eredi della sperimentazione novecentesca e desiderosi di porsi fuori dallo stilema consunto, che si sono impegnati disperatamente in missioni esplorative sempre nuove e diverse, ampliando così il codice espressivo consueto. Si è innescato in questo modo un movimento dialettico per cui ad ogni nuova conquista del Kitsch si accompagna la speranzosa necessità di offendere il codice. Tuttavia esso non oppone più una convinta resistenza, anzi, cede presto e piuttosto volentieri: la deregulation postmoderna ha sdoganato lo sdoganamento, legalizzata la legalizzazione per cui oggi ogni possibilità di ulteriore offesa del codice è già stata prevista, ammortizzata e convalidata dal codice stesso. A questo proposito Gillo afferma con amarezza: “La mancanza di un comune denominatore nell’arte di oggi permette una tale libertà d’azione che la trasgressione non è quasi più possibile. Mentre la cultura pop è stata senza dubbio un momento positivo, in cui la mescolanza tra industrializzazione e posizioni beat ha dato risultati apprezzabili, il postmoderno ha dato risultati negativi, sia in architettura che nelle sue altre forme. Oggi siamo a livello di trovate”.

Dal momento che non riesco a digerire subito la risposta apocalittica, cambio repentinamente argomento e chiedo di Rothko, che lui ha conosciuto, “e anche molto bene!”. Penso che ora c’è solo un grado di separazione tra me e uno dei miei pittori preferiti. Ma mentre mi immagino il loro primo incontro, descritto da Gillo in Taccuini intermittenti, in un atelier ingombro di tele dai colori inebrianti, Nina, la segretaria, ricorda a gran voce a Dorfles che il parrucchiere Salvatore lo sta aspettando.

Dopo un’ultima chiacchiera in ascensore e un autografo rubato al volo, saluto Gillo Dorfles e penso, senza paura di scadere nel Kitsch, di aver appena vissuto un’esperienza privilegiata.

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