Per una pratica di “giornalismo filosofico”

di Stefano Tieri

giornalismo

“non vi sono molte filosofie che non ruotino attorno alla domanda: «Chi siamo noi al momento attuale?» […] Ma penso che tale domanda sia anche a fondamento del mestiere del giornalista” (Michel Foucault,

Pour une morale de l’inconfort)

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Che cos’è il giornalismo filosofico? La domanda presuppone che si abbia una conoscenza precisa di cosa sia da una parte il giornalismo e, dall’altra, la filosofia. Un’indagine approfondita di ciò che significano (e hanno storicamente significato) queste due pratiche, rischia però di far perdere di vista il fondo comune, che ha a che vedere con la domanda posta da Foucault come fulcro attorno a cui ruotano giornalismo e filosofia: “Chi siamo noi al momento attuale?”. Chi siamo noi, ma anche cosa significa essere “noi”, qual è il legame che ci unisce o divide, a seconda se ci collochiamo sul livello sociale, storico, geografico, biologico,… La domanda, di per sé problematica, rimarrà il punto di riferimento di questo breve scritto, anche se posta sullo sfondo.

Se lascerò da parte una possibile definizione di questa pratica, proverò piuttosto a indicare un’attitudine, un approccio, una presa di posizione su quanto ci circonda che, in qualche modo, ha a che vedere con l’idea di giornalismo filosofico messa in atto da Foucault (e non solo, come vedremo più avanti). Il giornalismo ha bisogno di spazio e di tempo, ed è per questo che l’apporto della filosofia risulta fondamentale. Soltanto concedendosi tempo e spazio si possono creare i presupposti per la presenza del pensiero critico, contrastando così la tendenza ad “essere pensati” dal discorso (dall’“ordine del discorso”, usando la celebre espressione di Foucault). Ma se il giornalismo ha bisogno della filosofia, anche quest’ultima ha bisogno del primo: dei suoi spazi “politici” (inerenti alla polis), della possibilità di comunicazione con gli altri, infine delle aperture che l’“attualità” fornisce.

Foucault: la genealogia della verità-folgore
FoucaultLo strumento da cui è necessario partire, nel momento in cui si parli del giornalismo filosofico di Foucault, è quello della genealogia, intesa in senso nietzscheano come critica dei valori morali tramite un’indagine che tenga conto del loro divenire storico. Così facendo, come osserva Foucault in Nietzsche, la genealogia, la storia, si potrà “ritrovare la singolarità dei fatti, al di fuori di ogni lineare finalità”: in questo modo, non considerando simili fatti come elementi sottesi a un fine “superiore” onnicomprensivo (secondo una dimensione provvidenziale non necessariamente di natura teologica), si eviterà di dare corpo a una narrazione metafisica, smontando sul nascere ogni pretesa assolutistica.

Con la chiamata in causa di Nietzsche emerge un’altra caratteristica del giornalismo filosofico, strettamente legata alla genealogia: la sua “inattualità”. In quanto prova a mettere sotto scacco ciò che viene ritenuto “normalità” dal nostro oggi – o meglio: prova a mostrare cosa significhi “normalità”, quali forzature siano presenti a monte nella sua costruzione e, soprattutto, gli effetti di potere che una determinata “normalità” esercita sugli individui che vi aderiscono – il giornalismo filosofico non può che essere un’indagine “inattuale”, che si muove al di là del proprio tempo. Bisognerà, in un movimento d’oscillazione, tentare di stare al tempo stesso dentro e fuori il presente: dentro, a contatto con quel quotidiano di cui si vogliono individuare le faglie, le quali – opportunamente sollecitate – permetteranno lo smottamento della “normalità”; ma anche fuori, in quanto bisognerà far propria una prospettiva diacronica e interdisciplinare, ponendo tra sé e il proprio presente non solo gli strumenti forniti dall’indagine storica e dalla filosofia, ma anche quelli concessi dalla sociologia, dalla semiotica, dalla psicologia, senza trascurare la psicoanalisi e l’antropologia.

Seguendo ancora Foucault possiamo aggiungere che la pratica del giornalismo filosofico ha a che vedere, oltre che con la genealogia, con la parresia, di cui il filosofo francese si è occupato negli ultimi corsi tenuti al Collège de France. In cosa consiste, in questo contesto, il “parlar chiaro”, il dire la verità? Cominciando col dire che di modi di affermare la verità ce ne sono più d’uno. Foucault, ne Il potere psichiatrico, individua due serie storicamente sviluppate, corrispondenti a diversi modi di intendere il vero. Da una parte la “verità dimostrativa”, chiamata anche verità-cielo, che “al di là delle nuvole è […] universalmente presente”; dall’altra la “verità che si produce come un evento”, che Foucault definisce verità-folgore, in grado di squarciare quel cielo che si riteneva eternamente uguale. Tra la verità-folgore e chi le si avvicina, il rapporto non è – come invece per l’altro tipo di verità – primariamente legato alla conoscenza che lega il soggetto conoscente all’oggetto conosciuto: si tratta di un rapporto contrassegnato dallo scontro, “in cui c’è dominazione e vittoria, […] dunque un rapporto non di conoscenza, ma di potere”. Sono le vicissitudini di quest’altra verità, messa progressivamente in ombra nel corso della storia della filosofia, quelle che Foucault tenta di percorrere nel suo lavoro genealogico. Una verità che si costruisce nei rapporti di potere, e da cui – in fondo – deriva anche la “verità dimostrativa”: si tratta di mostrare – afferma Foucault – “che la scoperta della verità consiste, in realtà, in una certa modalità di produzione della verità”.

È nel conflitto fra diversi poteri (in cui noi stessi, a partire dai nostri discorsi, prendiamo parte) che si dà la verità, ed è inizialmente l’idea di verità istituita e già data che, nell’esercizio del giornalismo filosofico, bisognerà mettere in crisi: per accogliere un tipo di verità che, analogamente alla verità-folgore, si manifesta negli istanti di rottura, aprendo delle brecce nell’ordine del discorso istituito. Del rapporto tra conflitto tra poteri e costruzione della verità è intessuto il reportage scritto da Foucault per il Corriere della Sera a testimonianza della rivoluzione iraniana del 1978: gli avvenimenti di quei mesi, con la loro “rottura di evidenza”, permettono al pensatore francese – come osserverà Renzo Guolo – “di verificare per la prima volta sul campo quella che egli chiama, più che teoria, la sua «analitica» del potere”. Giornalismo e filosofia si incontrano, in un proficuo corpo a corpo in cui le rispettive pratiche vengono di volta in volta verificate e affinate.

In questo conflittuale rapporto tra differenti poteri, che contribuisce alla creazione di una verità sempre in divenire, un ruolo fondamentale è giocato dalla produzione (e dalle procedure di controllo) dei discorsi. Nella lezione inaugurale al Collège de France, Foucault dirà che “in ogni società la produzione del discorso è insieme controllata, selezionata, organizzata e distribuita tramite un certo numero di procedure che hanno la funzione di scongiurare i poteri e i pericoli, di padroneggiare l’evento aleatorio, di schivarne la pesante, temibile materialità”. Il giornalismo filosofico dovrà mettere in luce queste procedure, dare spazio all’interdetto, familiarizzare coi tabù per coglierne le motivazioni di fondo e le possibili vie di fuga.

Il potere si declina in modi differenti. Se quello che si esercita sul piano del linguaggio, il maggiormente pervasivo, riguarda giocoforza ognuno di noi nella misura in cui prendiamo parola (o ascoltiamo la parola altrui), altri si manifestano su diversi livelli. Bisognerà allora indagare anche queste altre forme di potere, a partire da quelle che assoggettano direttamente il giornalista, in maniera più o meno evidente. Chi scrive su un quotidiano ha continuamente a che fare con diversi poteri: l’auto-disciplinamento che inizia con il conformarsi alle richieste redazionali (non solo in termini di battute o di linea editoriale), il rapporto con l’editore che commissiona il lavoro (il quale, per mezzo delle forme contrattuali e della paga, instaura una prima forma di influenza), fino al meno visibile – ma non per questo meno rilevante – ascendente esercitato dalla comunità dei lettori, la quale tramite le comunicazioni alla redazione o – nell’era digitale – per mezzo dei click o dei “mi piace”, fa sentire la propria voce. Al gradino leggermente superiore non si possono poi trascurare le influenze degli inserzionisti pubblicitari, sempre più spesso indispensabili per la sopravvivenza economica di una testata. Si pensi, a tal proposito, all’analisi di Noam Chomsky ed Edward Herman sui “filtri” a cui l’informazione è soggetta, che a detta degli autori americani costituiscono le modalità attraverso cui “denaro e potere possono filtrare le notizie da diffondere, marginalizzare il dissenso e consentire al governo e agli interessi privati dominanti di far pervenire al pubblico i propri messaggi”.

Pasolini: una soggettività inattuale
Pasolini“Chi siamo noi al momento attuale?”: una simile domanda ha percorso gli scritti (non solo giornalistici) di un altro intellettuale, contemporaneo di Foucault: Pier Paolo Pasolini. E lo ha fatto in modo decisamente “inattuale”, sia per la radicalità con cui la domanda è stata posta che per le conseguenze tratte. Sostenendo delle posizioni decisamente contrarie al proprio tempo (da cui la sua “inattualità”), le analisi di Pasolini si sono spesso rivelate profetiche: il centralismo della civiltà dei consumi in grado di annientare ogni realtà periferica (quando il movimento noglobal era ancora di là da venire), l’attacco all’ideologia edonistica delle masse (ben prima dell’arrivo di Serge Latouche e del movimento della decrescita), il rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali dovuti alle nuove tecnologie (specie della televisione, secondo delle considerazioni che ritroveremo ad esempio, molti anni più tardi, in Homo videns di Giovanni Sartori). In una formula: la “mutazione antropologica”, l’omologazione culturale che ha riguardato ogni classe sociale – dall’alta borghesia fino al sottoproletariato – compiuta dalla società dei consumi, di cui ancora oggi possiamo vedere le conseguenze.

Nei suoi articoli lo sguardo del giornalista, rivolto ai contemporanei (e alla “rivoluzione” consumista di cui lamentava le conseguenze già in atto), si mescola a quello dell’antropologo, del sociologo, del linguista e studioso di semiotica. A tal proposito, si pensi a come Pasolini sia riuscito a dare la parola a un modo di portare i capelli, allo slogan di una marca di jeans, o al fenomeno della scomparsa delle lucciole (per citare alcuni celebri esempi), ricordando per certi aspetti il Roland Barthes dei Miti d’oggi. Uno strumento fondamentale al giornalismo filosofico sarà quindi la lettura e interpretazione dei “discorsi di cose”, specie all’interno di una cultura (come la nostra) in cui le “cose” hanno assunto all’interno dei discorsi un ruolo tanto prevalente.

Sulle colonne del Corriere della Sera Pasolini fa iniziare spesso le sue considerazioni dalla propria esperienza personale: racconta in prima persona ciò che vede, ciò che sente, ciò che percepisce – e nel porsi in una simile prospettiva, che potremmo definire “esistenziale”, palesa la soggettività e parzialità della sua verità, e al tempo stesso la violenza delle ricostruzioni “oggettive” che raccontano in maniera collegiale una verità diametralmente opposta alla sua. A ben vedere, infatti, ogni presunta “oggettività”, in ambito giornalistico, è una costruzione: basti pensare alla famosa regola delle “5 W” – who?, what?, when?, where?, why? –, le cui domande costituiscono parametri con i quali si pretende di racchiudere “oggettivamente” la realtà. 

La verità è di parte, ma anche la verità (ogni verità) è una parte: non si può mai conoscere la totalità, e questo dovrebbe essere sempre tenuto a mente nell’esercizio del giornalismo filosofico. Considerazione da cui non si dovrebbe però dedurre l’uguaglianza di ogni posizione: la consapevolezza dei limiti della propria indagine incontra un’etica di fondo che potremmo chiamare, con Pier Aldo Rovatti, “minima”: un’etica consapevole dei propri limiti (perciò “debole”), ma al tempo stesso in grado di affermare quella differenza su cui si gioca la possibilità stessa del pensiero critico (e, quindi, del giornalismo filosofico).

Derrida: la decostruzione dell’artefattualità
DerridaSpostiamo leggermente la prospettiva: cos’è quel “al momento attuale” a cui, su indicazione di Foucault, ci siamo rivolti? E qual è lo scarto tra quest’ultimo e la così detta “attualità”? Jacques Derrida, altro autore in cui filosofia e giornalismo si incontrano in diverse opere, a tal proposito ci parla di artefattualità. Con questo concetto, che unisce le parole “artefatto” e “attualità”, ci insegna a dubitare della presunta neutralità con cui si mostra, nelle narrazioni giornalistiche, l’attualità, palesando la costruzione cui è soggetta: come osserva in Ecografie della televisione, “l’attualità, per l’appunto, è fatta: per sapere di cosa sia fatta, bisogna per lo meno sapere che è fatta. Essa non è data ma attivamente prodotta, vagliata, investita, performativamente interpretata da numerosi dispositivi fattizi o artificiali, gerarchizzanti e selettivi, sempre al servizio di forze e di interessi che i «soggetti» e gli agenti […] non avvertono mai abbastanza”. Seguendo il suo gesto di svelamento, che si dirama nel corso del discorso di Derrida su più livelli in una vera e propria decostruzione dell’artefattualità, possiamo aggiungere un ulteriore tassello al mosaico che si sta componendo. Un tassello che corrisponde a una cautela: come osserva Derrida, “una decostruzione coerente è un pensiero della singolarità, quindi dell’evento”. Non esistono metodi generali, e se delle particolari attitudini o strumenti sono individuabili nel fare giornalismo filosofico, ciò non comporta la possibilità di un’universalizzazione della sua pratica. Questo perché – appunto – di pratica si tratta (di una pratica legata all’unicità dell’evento di volta in volta affrontato) e non di una teoria astratta dai risvolti molteplici.

Che cos’è, allora, il giornalismo filosofico? Ha ancora senso porre una simile domanda? Così come non si può dire della decostruzione cosa sia, ma solo affermarsi – di volta in volta – nella singolarità della sua messa in atto, al tempo stesso non si può dire cosa sia il giornalismo filosofico, ma solo concretizzare nelle sue singole pratiche. Consapevoli però del bisogno che oggi abbiamo di una simile attività, che ci aiuti tanto a comprendere la nostra artefattualità quanto a distanziarcisi, in un esercizio critico che tenti di svelare le finalità di una narrazione sempre più univoca e totalizzante.

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1 Commento on "Per una pratica di “giornalismo filosofico”"

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pier damiano ori
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riflessione complessa, poco tentata nell’ambiente giornalistico (piuttosto allergico a interrogarsi ontologicamente prefrendo interrogazioni, giustissime necessarie, ma esclusivamente deotonogiche trascurando da dove ogni deontologia nasce, necessariamente) e invece, ragionata, criticata, introiettata, o allonatanta, dovrebbe essere uno dei punti di riflessione, prima di tutto all’interno della professione (o del mestiere, come molti giornalistci preferiscono definire la loro attività, un po’ romanticamente, anche perchè se la intendi romanticamente l’attività giornalistica lascia spazio a tante libertà, diciamo, surrogate).

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