Gli audiolibri e la dimenticata arte dell’ascolto

di Francesca Plesnizer

Ah, gli audiolibri! C’è chi li adora e li considera eterei e impalpabili compagni fedeli e chi, al contrario, li detesta e rifiuta di considerarli alla stregua di una vera e propria esperienza di lettura.
Di recente, mossa da curiosità, ho deciso di provare ad addentrarmi in questo sentiero narrativo dominato da voci in cui è necessario farsi “tutt’orecchi”.
Ne ho tratto tre buone ragioni a sostegno di questa pratica acustico-letteraria:

1) Gli audiolibri permettono di divorare un gran numero di romanzi. La lettura tradizionale richiede in effetti specifiche condizioni che sono insostituibili ma non sempre ricreabili. Un letto, un divano, una poltrona, una sedia, una sdraio, un’amaca… Insomma: un posto dove poter stare comodi e a proprio agio. Un libro cartaceo ha bisogno di un luogo in cui essere esperito, ma anche di immobilità (non possiamo certo leggere camminando, al limite possiamo farlo mangiando, ma anche su questo molti avrebbero da ridire). Un audiolibro invece può essere ascoltato mentre si fa una passeggiata, preparando la cena o facendo le pulizie di casa. E qua arriviamo direttamente al secondo punto.

2) Gli audiolibri possono alleggerire alcuni sgradevoli ma inevitabili compiti che fanno parte delle nostre vite quotidiane. Pensiamo alle citate faccende domestiche: noiose, faticose, fastidiose (a meno che voi non siate la guru delle pulizie – o clean influencer, che dir si voglia – Marie Kondo, celebre per il suo best seller e per la serie Netflix a lei dedicata; va però detto che la giapponese amerebbe di sicuro gli audiolibri in quanto non occupano spazio ma possono portare gioia). Chi ha voglia di pulire? Quasi nessuno, ma va fatto. E perché, allora, non assolvere tali doveri ascoltando un bel libro? Qualcosa di divertente che ci faccia sorridere, una storia fantastica o emotivamente pregnante che ci faccia evadere e dimenticare che in mano abbiamo il tubo dell’aspirapolvere. Ci sono anche altre situazioni affatto spassose che chi abita in grandi città conosce bene: restare bloccati nel traffico, ad esempio. Concentrarsi sull’ascolto di un audiolibro può essere un buon modo per evitare le imprecazioni e i nervosismi del caso, nonché per impiegare in modo piacevole e produttivo del tempo extra che gli ingorghi autostradali o cittadini ci regalano.

3) Gli audiolibri ci aiutano a impratichirci nell’ormai dimenticata e bistrattata arte dell’ascolto, in una società dove dominano le immagini e siamo costantemente circondati da occhi e sguardi. Ci vuole concentrazione, quando si ascolta un audiolibro. Molta concentrazione. Verba volant, scripta manent: la parola scritta, vista, letta e riconosciuta attraverso processi mentali complessi, resta maggiormente impressa. Ma quanto può essere sublime lasciarsi trasportare da parole leggere e volatili? Certo, trattenerle dentro di noi, farle sedimentare donando a esse un senso concreto non è cosa semplice. Sta a noi metterci un po’ d’impegno, esercitarci a compiere quei voli – pindarici, ludici, diversivi.
Ad ascoltare non siamo (quasi) più abituati. È un’attività (e attenzione: uso il termine “attività” per sottolineare che l’ascolto è qualcosa che ha poco di quella passività che invece ci si aspetterebbe) che richiede una sospensione, una diversione, una messa sullo sfondo, dell’attenzione incessante che rivolgiamo al nostro flusso di pensieri interiore. Nell’ascolto dell’audiolibro infatti, come dovrebbe essere forse in ogni esperienza di ascolto, l’io è chiamato, provocato, a rivolgere la propria attenzione verso il fuori; deve captare ciò che sta ascoltando, elaborarlo, dare un suo assenso, lasciandosi affettare e modificare da quello che sceglie di sentire. È un tornare bambini, ai tempi in cui (se siamo stati infanti molto, molto fortunati) qualcuno inventava o leggeva per noi delle storie, magari interpretandole, facendo “le voci”, suscitando in noi paura, aspettativa, divertimento, commozione.
Daniel Pennac nel suo Come un romanzo cita quella dolce intimità che si crea tra genitore e figlio: «eravamo il suo romanziere, il narratore unico grazie al quale ogni sera lui si infilava nel pigiama del sogno prima di scomparire sotto le lenzuola della notte. O meglio, eravamo il Libro». Le mamme, i papà o magari i nonni hanno in tal modo fatto di noi dei lettori quando ancora non sapevamo leggere, tanto che questo bimbo-ascoltatore «aveva fretta di imparare a leggere!» sostiene ancora Pennac. Oggi, che siamo cresciuti, ascoltiamo attori e professionisti lettori narrarci opere letterarie immedesimandosi in esse, interpretandole, dando vita a qualcosa che mi azzardo a chiamare “teatro della mente”: uno spettacolo uditivo che assume visibilità e corpo all’interno del nostro cervello.

Nulla potrà mai sostituire la gioia di tenere tra le mani un libro. Ma ascoltarne uno è un’esperienza che vale la pena provare e che può rivelarsi altrettanto intima e soddisfacente. Forse, tale esperimento potrebbe addirittura (!) aiutarci ad ascoltare per davvero i tanti altri che ci gravitano attorno raccontandoci i loro crucci, i loro segreti, le loro gioie. Non sono io a leggere un libro: è un altro che lo legge a me, che mette a disposizione la sua voce, me ne fa dono, mi narra una storia per mezzo della sua cadenza, della sua dizione, della sua interpretazione.
Ci si ritrova, in questo modo, ad ascoltare tanti e tanti altri: l’altro-lettore che si sovrappone a noi (di solito lettori ma ora ascoltatori); l’altro-scrittore che ha prodotto quell’opera letteraria; gli altri-personaggi, ossia le tante voci che popolano il romanzo che abbiamo scelto di ascoltare. Sono tanti, i piani d’ascolto, e ci ritroviamo a districarci in mezzo a essi come fossimo in una giungla, bendati, con le voci come unico punto di riferimento.
L’ascolto al quale diamo spazio (uno spazio impalpabile che in realtà è un non-luogo e proprio per questo permette l’evasione) lascia che si attivi l’immedesimazione e dà il via a un processo ipnotico. Si ascolta narrare e si cade in trance, il corpo resta libero di muoversi e agire oppure di giacere rilassato – è l’aprirsi di una prospettiva del tutto nuova che sa di conquista.
Secondo Virginia Woolf una donna ha bisogno di una stanza tutta per sé per poter scrivere. Si può affermare, parafrasando la scrittrice britannica, che anche i lettori ne abbiano bisogno per leggere. Ma questa stanza tutta per sé dove poter leggere può essere mobile: può spostarsi come un camper o una roulotte. Può vagare assecondando il nostro vagare, il nostro affaccendarci. Può essere una stanza dove si usano le orecchie al posto degli occhi. Può essere uno spazio sacro dove esercitare la pratica dell’ascolto.

Informazioni su Francesca Plesnizer 17 Articoli
Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, sono un'insegnante e una redattrice culturale. Ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro anche con la rivista "La Chiave di Sophia" e con il magazine online "Mangiatori di cervello". In passato ho scritto per due quotidiani locali, "Il Piccolo" e "Il Messaggero Veneto" di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto "Imago" nell’antologia "Racconti friulani-giuliani". Scrivo racconti, saggi, poesie. Amo la filosofia, il cinema, i libri.

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