Gli uomini, “cani di paglia” esposti al vento

di Cristiano Carchidi

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Cani di paglia, scritto dal filosofo inglese John Gray, è un libro polemico.
L’autore, in questo testo, attacca alcuni capisaldi della cultura contemporanea: il culto dell’Uomo e il mito del Progresso. Ho deciso di recensire questo libro (pubblicato in Gran Bretagna nel 2002, in Italia l’anno successivo) perché penso che l’autore, in maniera sobria ma incisiva, illustri uno dei problemi principali della modernità: credere ancora, credere sempre. Gray cerca, in quest’opera, di aprire un solco nelle solide credenze della tradizione umanistica, liberale e progressista che, anche se nata dal rifiuto delle religioni rivelate fonda in esse – nascostamente – le sue origini.

Il libro è scorrevole, diretto e molto intenso. Il filosofo, senza troppi ricami, denuncia l’autoproclamazione dell’uomo a “essere superiore”; ne attacca la razionalità e la tanto acclamata coscienza; con l’aiuto di Darwin cerca di riposizionarlo nel suo luogo di appartenenza: non sopra, ma accanto agli altri animali. L’uomo, sostiene Gray portando alle loro estreme conseguenze le scoperte biologiche del XX secolo, non è un animale superiore agli altri: la sua differenza sta nel convincersi di esserlo. Il pensatore inglese è un disilluso-non pessimista che riscrive la storia del pensiero occidentale come storia della razionalità incombente, “unica” fondatrice del mito della modernità post(?)-cristiana. Nel far ciò l’autore propone, velatamente, una sorta di sintesi tra il pensiero orientale di matrice taoista, la biologia evolutiva (ripulita da aggiunte inopportune) e quelle formulazioni di pensiero – non casualmente – rifiutate dall’establishment e di cui la filosofia di Emil Cioran è un simbolo.

Se c’è qualcosa chiamato progresso, sostiene Gray, esso non si rivela che nella scienza ed in un senso puramente quantitativo. Non c’è progresso nel senso di miglioramento (definitivo), che sia esso etico o politico. Per il pensatore inglese i cultori del progresso hanno utilizzato una versione deviata del pensiero darwiniano e, sfoggiandone la conoscenza e ripiegandola su misura, lo hanno indirizzato a sostenere i propri ideali. Questo movimento calza a pennello sulle qualità dell’animale uomo che, in “buona fede”, preferisce credere in qualcosa piuttosto che in nulla. Perciò, prosegue l’autore, tutti i tentativi moderni di secolarizzazione non fanno che girare intorno e ristabilire ogni volta le antiche credenze cristiane. Anche movimenti apparentemente distanti come il comunismo e il liberalismo (nonché i vari fascismi dell’epoca precedente) condividono quello che è il fulcro di ogni credenza cattolica: l’idea di una, seppur lontana, sempre raggiungibile salvezza futura. La nozione di “progresso” deriva direttamente da quella di “Provvidenza” e, come essa, si nutre della speranza di un futuro migliore. Che l’uomo sia migliorabile e il futuro progressivo (che tenda, cioè, verso il meglio) è un’idea che ha le sue origini nel pensiero cristiano. Perciò è paradossale, secondo Gray, che proprio il pensiero occidentale – che si dipinge come illuminista e razionale – nell’atto medesimo di negare e scacciare da sé i dogmi cristiani, non faccia che riaffermarli, riattivando i valori del credo.
Il filosofo inglese è convinto che tutto il pensiero occidentale sia attanagliato da questo filo sommesso: la credenza, travestita di razionalità, che vede il futuro migliore e considera l’uomo come un essere che riesce a superare se stesso.

Citando vari esempi dal mondo animale, l’autore ci fa capire quanto alcune caratteristiche che crediamo così umane abbiano origine, seppure con differenza di grado, nella stessa natura con la quale l’uomo lotta incessantemente perché vuole distaccarsene. L’uomo ha certamente delle qualità peculiari, ma ciò non fa di lui un essere che abbia pieno controllo di sé e del suo ambiente. Essendo poco più che un cane di paglia esposto al vento, non può far altro che rimanere attaccato alla propria vita, alla propria coscienza e al proprio futuro.

Una volta chiarito il proprio pensiero, particolarmente duro, su quello che chiama “Culto dell’uomo”, Gray passa a discutere le due più grandi novità della modernità, scienza e tecnologia, in una chiave talmente originale che potrebbe spaventare i più. Se da una parte, infatti, la scienza dimostra attraverso le sue scoperte un progresso tangibile, d’altro canto sono dovuti proprio ad essa i maggiori disastri recenti. La tesi dell’autore è che l’uomo sia solo convinto di poter controllare le macchine ma che, inevitabilmente, finirà per esserne controllato. La tecnologia e la scienza compiono dunque un movimento bipolare: da una parte allungano e migliorano (apparentemente o meno) la vita dell’uomo, dall’altra ne aumentano a vista d’occhio il potere distruttivo. Gray cita svariati esempi in cui ciò che emerge è l’evidente sproporzione tra danni e benefici. Ne basta uno, il più incisivo: l’Unione Sovietica, massimo esempio di utopia tecno-scientifica, che ha causato il disastro di Chernobyl.

Il filosofo si dice convinto che non possa esistere programma politico capace, in qualche modo, di cambiare la mente umana, e pensa che l’uomo non possa salvare il mondo: che anzi, ancor più semplicemente, il mondo non abbia alcun bisogno di essere salvato.
In generale, Gray vuole farci riflettere sull’infondatezza dell’assioma moderno = progredito, e porta l’esempio di Al Qaeda (su cui ha anche scritto un breve saggio, Al Qaeda e il significato della modernità): un’entità peculiarmente moderna e quanto mai terribile. L’attacco dell’ 11 Settembre ha mostrato la non-indistruttibilità degli stati contemporanei, mettendo in evidenza gli effetti collaterali della globo-dilatazione della conoscenza tecnologica, che di per sé è incontrollabile.

L’autore conclude il suo attacco alla modernità criticandone i fondamenti e cercando di dimostrare come tutta la storia umana si situi all’opposto di un arco progressivo. Gray ricostruisce la breve storia tragica dell’animale umano che, con rousseauiano accento, nasce (più) libero e finisce in catene. Dagli antichi cacciatori-raccoglitori, passando per la coltivazione sedentaria, l’industrializzazione e il capitalismo finanziario, ciò che si concretizza non è che un aumento insensato del lavoro. La storia dell’uomo non è che lotta per conservare la moltiplicazione numerica della propria specie. L’aumento della popolazione umana, in proporzione sempre crescente, espone la specie ad una continua ricerca di nuovi mezzi di sostentamento. Maggiore è il numero di persone, maggiore la quantità di lavoro necessaria per mantenerlo.

Gray si espone quindi anche contro un altro mito moderno: la laboriosità dell’uomo di oggi, che dal proprio lavoro non riesce più ad uscire. Mentre i sistemi economici precedenti erano produttivi e il loro obiettivo non era altro che la produzione stessa, oggi il sistema dominante ha un altro obiettivo: la distrazione di massa. L’industria, la guerra, l’arte e ogni attività che si trova investita dalla modernità, non è che un tentativo di superare il “male radicale” che attanaglia l’uomo: la noia. Non c’è niente di meno accettabile per gli uomini che sapere di non avere un senso nella vita: non sarebbe forse il caso – si chiede il filosofo – di porre rimedio a questo, invece di pensare ancora una volta che la risposta stia in azioni che finora non hanno portato altro che disgrazie?

Gray non conclude questo libro – ancora troppo poco conosciuto in Italia – con una “soluzione” di qualsiasi tipo, che andrebbe contro lo spirito della sua opera. L’autore contrappone però alla modernità di stampo occidentale, che quando investe l’Oriente non fa altro che spingerlo ad emulare le proprie forme (come nei casi di Cina e Russia), un modus vivendi che è invece peculiarmente orientale. Da un lato le teorie taoiste, che mettono l’uomo di fronte alla sua impossibilità di cambiare il mondo e al suo doversi limitare a cambiare la propria vita, riportandola entro quel mondo naturale che lo ha generato. Dall’altro, forse per uscire dal clima cupo dipinto precedentemente, Gray cita come esempio virtuoso, da opporre all’occidentalizzazione dell’Oriente, quel Giappone dei samurai che, rinunciando spontaneamente ad un “privilegio” guerresco della modernità, le pistole, è ritornato all’antico, utilizzando la spada per risolvere le proprie “questioni interne”. Con quest’ultimo esempio – quasi romantico – John Gray, nel suo bellissimo libro, ci mostra come talvolta ci possa essere un progresso anche… tornando indietro.

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