Gli uomini del ghiaccio

di Ruben Salerno

gli uomini del ghiaccio

È Maggio, un mese difficile per chi subisce le reazioni nevrotiche dell’allergia ai maledetti pollini. Così mi sono rifugiato quassù, dove non ho di queste preoccupazioni: la temperatura segna -6°C e leggere raffiche di vento spazzano quel po’ di nuvole che passavano di qua ignare. Dall’alto osservo quel che resta del ghiacciaio del Similaun, lingua di ghiaccio, sassi e neve che corre tra noi e l’Austria, incurante di qualsiasi revoca del trattato di Shengen. Era già qua prima dell’uomo, anzi, ne incontrò uno dei primi e non finì bene. Ora sciatori provenienti da tutto il mondo sfrecciano sulle piste ricavate sul suo dorso, incidendovi scie sinuose quanto effimere. Gli echi di guerre, crisi e scandali politici sono lontani laggiù in pianura, invischiati tra pollini e smog.

Il senso di beatitudine mi ha distratto, tanto da dimenticare il tempo che scorre e, con esso, l’ultima funivia delle quattro per la Val Senales. Dovrò aspettare di scendere con quella di servizio, non appena gli operai degli impianti avranno finito il turno, si spera presto. Nel mentre li osservo. Da giorni un manipolo scelto si ammazza di fatica per mescolare, con pale e macchine, la neve artificiale e quella naturale, in modo da creare uno strato il più compatto possibile. Una volta completato il primo livello, stenderanno sopra di esso delle enormi coperte termiche progettate in chissà quale università europea e realizzate in qualche fabbrica americana con materie prime ricavate in Africa e lavorate in Asia. Queste isoleranno gli strati inferiori, cercando di preservare il ghiacciaio dal sole rovente e dai suoi raggi, tra Giugno e Settembre, rallentandone lo scioglimento.

Sono valligiani, non scienziati, parlano un dialetto sudtirolese incomprensibile e privo di musicalità che fa storcere il naso agli italiani così come agli austriaci. Uomini duri, dalle mani grandi e rugose, il viso consumato dal freddo e gli occhi resi piccoli e deboli dal riflesso del sole sulla neve a 3200 metri di quota. Indifferenti alle cose del mondo, sbrigano giorno per giorno il loro compito, senza rendersi conto della propria importanza, non tanto per noi sciatori, quanto per l’umanità tutta. In questo periodo lavorano dall’alba a dopo il tramonto, senza soste né giorni liberi, finché il lavoro non sarà terminato. Ma quassù il tramonto non finisce mai! I sassi, la neve e il ghiaccio continuano a riflettere la luce bianca anche dopo che il sole è calato, tanto da rimandare la discesa delle tenebre di diverse ore: il crepuscolo sul ghiacciaio. La loro lotta impari contro la natura però non fa che evidenziare uno dei problemi principali del nostro tempo: il crepuscolo dei ghiacciai, ovvero lo scioglimento delle nevi perenni, ennesime vittime della “civiltà dei consumi”. Una mistificazione che si è pensato bene di esportare incondizionatamente a tutte le latitudini e popolazioni, travestita da libertà e che oramai sfugge a ogni controllo. Ciononostante si preferisce non intervenire sulla malattia e piuttosto curarne i sintomi. Non resta che rimetterci al progresso tecnologico, sperando nell’azione benefica delle coperte termiche e degli ignari braccianti montanari che le stendono, tra una grappa e una bestemmia. Ecco il primato dell’uomo sulla Natura, ecco la sua vendetta! Un piatto servito dopo 5300 anni, freddo come i ghiacciai alpini, destinati allo scioglimento e all’oblio eterno, quanto i loro crepuscoli.

Essendo la mia riflessione giunta all’ennesimo punto morto, lascio gli uomini del ghiaccio alla loro impresa donchisciottesca e mi faccio un giro al museo di Ötzi, la mummia del Similaun, un povero disgraziato che, circa nel 3300 a.C., rimase bloccato in un crepaccio di questo stesso ghiacciaio, senza funivia di servizio. Cosa deve aver pensato mentre, come me, osservava quel lungo purgatorio luminoso lasciare lentamente spazio alla notte e sentiva la temperatura scendere inesorabile? Non poteva certo immaginare che quella disavventura gli avrebbe consegnato fama eterna. Se solo avesse saputo che sarebbe diventato l’unico esemplare di Homo Sapiens Sapiens perfettamente conservato, la pietra angolare del nostro passato! Secondo le didascalie sulle pareti, era un uomo di mezza età, appartenente alla classe mercantile. Sembra che, ferito a una spalla, per sottrarsi ai dardi di altri Sapientibus in una faida per il potere in cui era coinvolto, decise di rifugiarsi quassù, attraversando a piedi un ghiacciaio d’inverno, armato di ascia, arco e frecce, non di picozza, corde e ramponi. Posto che è sorprendente come scienziati e antropologi, grazie a tecnologie avveniristiche, siano riusciti a ricostruirne il background sociale, non resta che constatare tristemente le nostre radici. This is our legacy: era capitalista anche il nostro protoantenato, per giunta violento, infatti è morto assiderato e solo.

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