“Ho scelto di non scegliere”: la democrazia bipolare e i suoi vicoli ciechi

di Andrea Muni

trainspotting

L’incombere del referendum costituzionale in Italia, le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America e la resa dei conti sulla gestione dell’ondata migratoria in Unione Europea, ci obbligano a guardare in faccia una realtà in cui le cosiddette “scelte” si sono ormai ridotte a opzioni che la maggior parte della gente, se ci si parla per più di due secondi – senza slogan e non su facebook – non condivide. È un dato che trecento milioni di cittadini americani saranno chiamati a scegliere tra Trump e Hillary, quando il 90% di essi li ritiene dei farabutti. È un dato che la riforma costituzionale renziana sia un colabrodo, così come è allo stesso modo un dato che le maggioranze per fare questo tipo di riforme si hanno, se va bene, ogni trent’anni (e con la nuova legge elettorale sarà impossibile ricreare un fronte così ampio per articolarne una migliore in tempi brevi). E ancora, lo stesso futuro dell’Europa – ormai sempre più legato alle sorti della gestione politica dell’ondata migratoria, molto più che alle questioni economiche – sembra sospeso tra un establishment che nicchia sull’accoglienza e un populismo xenofobo che non vede l’ora di fargli le scarpe e mandare gli immigrati “a casa loro”.

Questi sono solo i tre più immediati macroesempi che mi vengono in mente per mostrare fino a che punto le scelte che la democrazia occidentale offre al proprio popolo siano sempre più inconsistenti, delle non scelte, delle scelte tra due mali. Non hanno fatto eccezione i recenti referendum sulla Brexit (pare che la decisione finale spetterà infatti al Parlamento, sbilanciato a favore del remain) e quello greco del 2015 sull’approvazione del piano proposto dai creditori internazionali (dove il “no” popolare non ha impedito al premier Tsipras di accettare durissime condizioni dai creditori).

Era il 1943 quando Karl Schumpeter preconizzava l’avvento in Occidente di una forma di democrazia concorrenziale e competitiva, che avrebbe ridotto ogni questione politica a una scelta bipolare, incarnata da fantocci supportati da differenti lobbies. Avevo visto lungo Schumpeter, che non a caso era un simpatizzante di Kelsen e del proporzionalismo (perfetto e non). A lungo abbiamo ascoltato i nostri padri e i nostri nonni prendersi gioco dei sistemi sovietici, in cui si potevano votare solo partiti comunisti. Ma quello che sta accadendo oggi in Occidente non è forse la stessa cosa? Non è forse la stessa cosa di quando guardiamo il Grande fratello o i telefilm per ragazzine di Iginio Sraffi e ci raccontiamo che, in fondo, queste manifestazioni culturali rispecchiano i modi sentire reali (la cosiddetta “pancia”) del paese, mentre in realtà la producono?

Se solo un 4% degli americani voterà qualcuno di diverso da Trump o Hillary, se sembra non esistere un’alternativa tra l’Europa neo-fascista e l’Europa dell’establishment, se sembra sempre che per cambiare qualcosa nel nostro paese dobbiamo turarci il naso (come nel caso del referendum), il motivo non sarà forse che le scelte che ci vengono proposte non hanno nessun rapporto con il cosiddetto paese reale?

Non ci stupiamo più di non essere mai interpellati quando si tratta di andare in guerra o di appartenere a questa Unione europea, né ci stupiamo che sia impossibile anche solo pensare a un referendum propositivo sull’opportunità di una bella tassa di lusso per i patrimoni sopra i 5.000.000 di euro. Abbiamo fatto un referendum sulle trivelle inutile, con tutto rispetto, invece di fare referendum su queste cose. Ora ci apprestiamo a farne un altro che, come se non bastasse, sta venendo politicizzato e personalizzato sia da Renzi che dalle opposizioni, le quali pure sanno bene che questa è l’unica chance – di qui ai prossimi trent’anni – per ritoccare una Costituzione francamente obosleta.

Deve essere per questo motivo che, dal macro al micro, i cittadini di Goro – che in molti hanno ritenuto opportuno criticare, forse eccessivamente, per la loro scelta – hanno preteso di avere il diritto di decidere se ospitare o meno, in un deserto ostello del loro paese, delle donne e dei bambini in fuga dalla fame e dalle guerra. Ed è forse ancora per questo motivo che il tema immigrazione sembra essere il più importante oggi: sembra, irrealmente, poter ancora dare una qualche libertà di scelta ai cittadini a proposito del loro futuro. È l’ultima battaglia – fintamente ideologica – che riusciamo a raccontarci (quando dovrebbe essere l’unica a non esserlo). L’immigrazione, è bene ricordarlo, non è un fenomeno di destra o di sinistra, ed è stata cavalcata molte volte anche da partiti di centro-destra, specialmente in periodi di alta congiuntura economica (Inghilterra, Olanda, Germania, Belgio e Francia su tutti).

Il tema immigrazione, insieme a quello che temo sarà il suo triste epilogo – governi di estrema destra in tutta Europa entro vent’anni – sta iniziando a risultare l’unica questione a proposito della quale i cittadini occidentali si illudono ancora di potersi esprimere, scegliendo tra due opzioni reali. Ovviamente non ritengo che ciò sia vero, ma allo stesso tempo trovo in qualche modo comprensibile che – in un mondo in cui il miliardario repubblicano Donald Trump è il candidato anti-establishment, in un’Italia in cui bisogna scegliere tra una riforma pessima e un impianto legislativo-esecutivo ottocentesco, e in un’Europa al bivio tra neo-fascisti e plutocrazia – sempre più persone si aggrappino alla questione immigrazione come a uno scontro tra civiltà in cui si immaginano almeno di star ancora scegliendo veramente qualcosa.

Non è un caso che, tornando a Goro, sia stato proprio un piccolo paese come ce ne sono tanti ad aver attirato su di sé l’attenzione dei media per il rifiuto di ospitare i migranti. Le istanze xenofobe stanno infatti prendendo piede sempre più nelle province, nei paesi, nei luoghi che finora sono stati meno toccati dalla reale presenza di immigrati sul loro suolo. Se infatti nelle metropoli, nelle città medio-grandi o comunque in qualche modo “operaie”, la presenza di stranieri è divenuta normale, lo stesso non si può dire per le province della nostra bella Europa, per le quali – e questo non va dimenticato, se vogliamo comprendere il fenomeno xenofobo – la recente ondata migratoria ha veramente presentificato solo di recente una minaccia “culturale”. Se il caso di Goro non fosse sufficiente, si potrebbe ricordare la levata di scudi leghista nella città di Gorizia di due anni fa, scatenata per qualche di decina di rifugiati accampatisi lungo le sponde del fiume Isonzo perché privi di qualunque forma di assitenza.

Negli anni Novanta, quando il nostro mondo sembrava ancora – non molto più di vent’anni fa – poter offrire una grande quantità di scelte reali riguardo alla vita privata e al futuro della nostra sudata democrazia, un ampio movimento sottoculturale, prodottosi proprio a partire dal basso, da quei paesi e da quelle province che oggi rifiutano gli immigrati, aveva presentito la finzionalità delle scelte che dovrebbero fare di noi dei cittadini liberi democratici e responsabili. Mi riferisco al movimento grunge, che è stato ben altra cosa dal punk, e in generale a tutte le sottoculture della dorga e dell’autodistruzione degli anni Novanta. Un movimento apparentemente immotivato, spontaneo, che all’apice del trionfo capitalista contro il mostro sovietico portava inspiegabilmente molti giovani dei ceti più poveri a forme di accanita ed entusiasta autodistruzione che andavano ben al di là, specialmente nei loro scopi, di quelle promosse dal punk a partire dalla fine degli anni Settanta, e che sopratutto – ancora una volta diversamente dal punk – si pretendevano completamente avulse da qualsiasi istanza politica.

Nel best-seller di Irvine Welsh, Trainspotting, poi diventato un celebre film interpretato da Ewan Mc Gregor, il protagonista della storia, Marc Renton, un giovane tossico scozzese, conclude il prologo del film con la frase “ho scelto di non scegliere”. Forse dovremmo riscoprire e socializzare il gusto di assumere davvero in maniera radicale questa posizione, che non a caso è da sempre la più criticata e la più disprezzata da ogni establishment (vedi i discorsi paternalistici sul fatto che il “no” al referendum sarebbe tipico di una gioventù viziata e choosy). Forse dovremmo e potremmo riscoprire che non-scegliere – quando le scelte si rivelano non essere altro che l’obbligo di scegliere tra due mali – non è affatto un atteggiamento ignavo e ignorante, ma l’unica scelta etica possibile. Una scelta da sostenere e convalidare nella vita, in quelle microscelte quotidiane che sempre più evitiamo (o non ci accorgiamo) di compiere con la scusa che, almeno, siamo dei bravi cittadini che ogni qualche anno giocano alla roulette del sì o no, del Trump o Hillary, del Renzi o Grillo, della xenofobia o establishment, per mettersi la coscienza apposto.

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