“I miserabili” di Hugo per la regia di Franco Però: luci e ombre di un romanzo storico a teatro

di Eleonora Zeper

Dobbiamo all’anima di Cristo le cose e i generi più diversi: I Miserabili di Hugo, I Fiori del male di Baudelaire, la nota pietosa dei romanzi russi, Verlaine e i suoi poemi; le vetrate, le tappezzerie e i lavori quattrocenteschi di Burne-Jones e di William Morris le appartengono non meno che il campanile di Giotto, Lancillotto e Ginevra, Tannhauser e i marmi violenti di Michelangiolo, l’architettura gotica, l’ amore per i fanciulli e l’amore per i fiori.

 

Oscar Wilde, De profundis

Lo amarono tanto Wilde quanto Rimbaud: I Miserabili è uno dei grandi romanzi dell’Ottocento romantico francese, romanzo storico, romanzo sociale, romanzo sul popolo e per il popolo. Ebbe infatti fin da subito un successo straordinario anche fra le fasce più povere della popolazione. Per quanto alcune digressioni risultino un po’ datate per il lettore contemporaneo, si tratta senz’altro di un’opera di raffinata grandezza: come dimenticare lo strazio in punto di morte di Fantine che piange la lontana Cosette, figlioletta per la quale ha venduto denti, capelli e dignità? O l’antagonista Javert, implacabile ispettore che finisce per essere vittima della propria cieca visione del mondo? O la delicata figura di Eponine, giovane “fiore reciso e caduto nel fango” che sacrifica la propria vita per un amore non corrisposto? Come infine dimenticare la figura cristologica di Jean Valjean, ex forzato e padre amorevole che, salvato da un amore disinteressato, diverrà a sua volta salvatore tramite quello stesso amore? Victor Hugo riconosce la grandezza della sofferenza, ma non quella della miseria: la prima è universale, la seconda contingente, quella va accettata come parte integrante della vita, questa invece rimane una tragedia accidentale che il nostro autore ritiene possibile e doveroso combattere ed estirpare.

Di riduzioni, adattamenti, trasposizioni de I Miserabili ce ne sono state moltissime fra film, spettacoli teatrali e musical. Certo, all’apparenza sembrerebbe uno dei testi meno adatti in assoluto ad una trasposizione teatrale: la vicenda si svolge nell’arco di circa quindici anni, è un testo pieno di digressioni storiche, riflessioni, analessi… tutte cose affatto estranee al dramma e di difficile riproposizione scenica. Eppure la spiegazione di tale successo è semplice e consiste nell’aura tragica che caratterizza l’intera opera; c’è infatti, fra excursus e lungaggini di ogni sorta, qualcosa di irrimediabilmente tragico nei personaggi di Hugo, qualcosa che, proprio per questa ragione, sembra quindi assai adatto al teatro; la via al palcoscenico, una volta riconosciuti tali elementi nel magma del romanzo, è dunque a buon diritto aperta.

E così si sono cimentati nell’impresa anche Luca Doninelli (autore dell’adattamento) e Franco Però (regista). Lo spettacolo, dal 16 al 21 ottobre 2018 al Politeama Rossetti di Trieste, è una produzione dello stesso Teatro Stabile. L’adattamento di Luca Doninelli è ben fatto per quanto riguarda la prima parte dello spettacolo, meno per la seconda; in ogni caso la selezione del materiale narrativo da mettere sulla scena non si discosta molto da quella fatta in passato per le altre trasposizioni di cui abbiamo notizia. La sommossa parigina del 1832, uno dei culmini emotivi del romanzo, è stata un po’ trascurata, ma, in fin dei conti, data la difficoltà di rendere episodi di questo genere sulla scena, potrebbe essere stato meglio così.

La regia di Franco Però ha dato anch’essa un’impressione di disomogeneità, appassionante nella prima parte, grottesca nella seconda. È difficile comprendere se l’errore sia stato di scrittura o registico; propenderei per la seconda ipotesi. Lo spettacolo non ha mai annoiato il pubblico, ma diventa un problema grosso se nella prima parte ci si trova davanti ad un dramma dal ritmo vivace e incalzante e nella seconda ad una vera e propria tragicommedia, dove le morti dei vari rivoltosi, e soprattutto il suicidio di Javert, si succedono senza che lo spettatore abbia il tempo di capire bene cosa stia succedendo sulla scena, in una corsa a perdifiato per stare entro le tre ore di spettacolo.
Disomogenea anche l’interpretazione degli attori. Da una parte abbiamo la commovente interpretazione di Ester Galazzi nel ruolo di Fantine, i bravissimi coniugi Thernadier (Riccardo Maranzana e Maria Grazia Plos) e la cruda fisicità di Eponine (Valentina Violo), dall’altra un imbarazzante Marius (Filippo Borghi) e una chiocciante Cosette (Romina Colbasso). E anche qui è doveroso ricordare che gli attori meno capaci compaiono nella seconda parte dello spettacolo.

Bravo Francesco Migliaccio ma…fuori personaggio. Javert è parente del Frollo di Notre Dame de Paris e dell’Harvey Keitel de I duellanti, un uomo che crede che il mondo sia diviso in buoni e cattivi, in giusto e sbagliato, un servitore implacabile e cieco delle sue convinzioni. Javert, secondo il quale “è facile essere buoni, più difficile essere giusti”, è un uomo che, come il Grande Inquisitore di Dostoevskij, non può accettare l’esistenza del dubbio e della libertà decisionale che il dubbio stesso comporta, un uomo che muore suicida per l’incapacità di sopportare la gratuità di un gesto d’amore. Un uomo così non si muove e non parla come Francesco Migliaccio sulla scena, dovrebbe essere rigido e con occhi di fuoco, composto e sicuro di sé, timido di una timidezza marziale che pone necessariamente al di fuori della propria interiorità il fondamento delle proprie granitiche certezze.

E infine Jean Valjean: Franco Branciaroli ha deluso il pubbluco, Jean Valjean non era in scena e ci si chiede quale possa esserne stata la ragione. Le parole non si capivano e a tratti sembrava che improvvisasse, mettendo così in palese imbarazzo gli altri membri della compagnia. Sembrava di vedere uno di quei tanti attori che pensano solo a mostrare la propria bravura e si dimenticano del tutto del personaggio; chi conosceva già Jean Valjean, ne ha constatato la mancanza, chi non lo conosceva ancora, invece, non deve aver capito un granché della grandezza del testo di Hugo.

Nel complesso uno spettacolo non noioso, a tratti perfino entusiasmante, ma disomogeneo e privo di protagonista e, purtroppo, andarsene con l’amaro in bocca a teatro significa rovinarsi tutto il pasto.

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