Identità in gioco al TS+F

the-open-4Ritrovare delle analogie tematiche tra le diverse proposte di una rassegna cinematografica non ‘a tema’ come il festival Trieste Science+Fiction, di cui si è da poco conclusa l’edizione 2016, può sembrare forse un’operazione arbitraria. Ma non si può nemmeno escludere a priori l’esistenza di un ‘sentire’ che accomuni sceneggiatori, registi, e i selezionatori dei film, portandoli a interessarsi a questioni simili.

In questo caso, la prossimità tematica è data dall’interesse verso le problematiche di definizione e riconoscimento dell’identità dell’essere umano in quanto tale. A ben vedere, certa fantascienza ci sguazza in questioni simili, sulla scia soprattutto dei romanzi di Philip K. Dick – basti pensare a Blade Runner, proiettato durante il TS+F in occasione della consegna del premio Urania alla carriera a Rutger Hauer. In questo filone si colloca per esempio il film apripista del festival, Morgan, il cui punto focale (prima di trasformarsi in action movie) è: possiamo definire umano un essere creato in laboratorio? O meglio, cosa lo renderebbe umano, come vorrebbero i suoi diretti creatori, differenziandolo dalla macchina da guerra senza pietà che vorrebbero invece i finanziatori del progetto? Ma, senza nulla togliere al filone di androidi, robot e cloni, tra le proposte del festival abbiamo visto l’argomento declinato in modi più interessanti.

Mon Ange, diretto dal belga Harry Cleven e realizzato dalla stessa squadra che c’era dietro a quel Dio esiste e vive a Bruxelles che ha furoreggiato lo scorso anno, è una sorta di fiaba che racconta l’amore tra una ragazza cieca e… un ragazzo invisibile: tutto va bene finché la ragazza non si sottopone a un’operazione che le restituisce la vista. L’idea è molto affascinante: il rapporto esclusivo tra una persona che non può vedere e una persona che non può essere vista. All’interno di questo paradosso, il ragazzo invisibile ‘esiste’ solo accanto alla ragazza che lo percepisce, lo tocca, lo ‘sente’. Solo col riconoscimento non visivo da parte della ragazza egli si sente vivo, si sente una persona, si riconosce un’identità; mentre se qualcuno lo ‘guarda’, egli scompare. Non ha nemmeno modo di riconoscersi autonomamente, poiché non può vedersi allo specchio (e quando chiede alla madre com’è vedere la propria immagine riflessa, lei gli risponde che “è come vedere qualcun altro”). Non fraintendete: il film è leggero e accessibile, ma tira comunque in ballo, direttamente o meno, questioni molto più complesse: chi vede, vede davvero? E cosa vede, o crede di vedere? Quello che vediamo sullo schermo è inquadratura in soggettiva, lo ‘sguardo’ del ragazzo invisibile, o egli è davanti a noi, al centro della scena? La prima parte del film è originale e ricca di spunti, e l’ambientazione fiabesca fa passare in secondo piano certe perplessità di ordine logico (tipo: ma il ragazzo invisibile, in pratica, è sempre nudo?). Peccato però che poi nella seconda parte il tutto si concentri esclusivamente sulla storia d’amore tra i due protagonisti, diventando un polpettone stucchevole e noioso, senza grandi trovate, riscattato a malapena dalla situazione fantastica in cui è calato. Resta quindi un po’ di amaro in bocca per un film che avrebbe potuto far scendere le bave al fantasma di Derrida e degli altri filosofi che si sono occupati del problema dello sguardo.

Di tenore più drammatico è invece Embers, opera prima dell’americana Claire Carré, che ha fatto incetta di premi in vari festival e anche a Trieste è stato riconosciuto come miglior film dalla giuria del premio Asteroide. Embers racconta di un futuro in cui, dopo una non meglio specificata epidemia, gli uomini si ritrovano vittime di amnesia retrograda e anterograda – ovvero non hanno alcuna memoria del passato, e non sono nemmeno in grado di acquisire nuovi ricordi. Il film segue il vagabondare senza meta di vari personaggi, sullo sfondo di città semidistrutte e abbandonate. Ci sono due fidanzati che di giorno in giorno cercano di ricostruire la propria identità, assegnandosi ogni volta un nome diverso; c’è un giovane regredito a una specie di stato animalesco, mosso solo da bisogni primari e da una rabbia cieca di cui non ricorda la causa; c’è un anziano ex professore di neuroscienze, che riempie la casa di appunti e corde ed espedienti per rammentare ogni volta come fare le cose. Tutto ci mostra, con l’angoscia amplificata delle situazioni estreme, l’importanza della memoria per riconoscerci e riconoscere l’altro. Carré non prende la rischiosa strada dell’allegoria, e lascia conseguentemente da parte ogni tipo di giudizio. Piuttosto, e questo è uno dei maggiori pregi del film, si cala totalmente in questo ipotetico mondo futuro, seguendo i personaggi con sguardo partecipe (per le vicende umane: emblematica la scena, che riesce a non essere imbarazzante, dei due fidanzati che fanno l’amore in una chiesa diroccata e riempita delle luci del tramonto) ma al tempo stesso distaccato: in un mondo in cui nessuno è più in grado di prendere decisioni coerenti, gli eventi e le persone sono soggetti inevitabilmente al caso e al caos. Il finale non spiega né risolve, ma lancia più di un amo alla speranza: i due fidanzati che si ritrovano perché indossano lo stesso bracciale, l’anziano professore che insegna a un bambino ad andare in bicicletta, la giovane scampata all’epidemia che sceglie di abbandonare il bunker sotterraneo in cui ha passato gran parte della sua vita, per tornare al mondo.

Un futuro forse meno ipotetico ma ugualmente catastrofico è quello che fa da sfondo alla produzione franco-belga The Open, primo lungometraggio del regista Marc Lahore. Nei desolati paesaggi delle isole Ebridi vagano tre persone: Stéphanie, campionessa di tennis (“n. 4 del ranking mondiale”), il suo allenatore André, e Ralph, anch’egli tennista. Il resto del mondo è sconvolto da una guerra globale di cui non si sa nulla (se non che il tutto è partito, guarda un po’, dai Balcani). Ralph, appartenente a un gruppo di guerriglieri, è stato rapito da André perché si alleni con Stéphanie e si prepari a gareggiare contro di lei nella finale del Roland Garros: ma i loro campi sono improvvisati su spiagge o prati sconnessi, le loro racchette non hanno le corde, non possiedono nemmeno una pallina (!). E ovviamente non esiste nessun Roland Garros, se non nella testa di André e Stéphanie, che portano avanti le ‘eliminatorie’ come una sorta di gioco di ruolo. Inizialmente sconcertato, Ralph si lascia man mano coinvolgere in quella che sembra una condotta da folli, e che invece è l’unico modo che hanno per “restare umani” e sopravvivere nella catastrofe.
Al di là dell’evidente (e dichiarato) omaggio al finale di Blow-up di Antonioni, Lahore ci racconta una storia di speranza. Cos’è più assurdo, allenarsi per un torneo di tennis immaginario o sottomettersi a una guerra che non ha volti, schieramenti, motivi, e che pure ha lasciato segni su ognuno di loro, e continua a minacciarli? Stéphanie, Ralph e André sono come bambini che giocano – ‘fanno finta di’ – e come i bambini prendono il gioco molto seriamente. Che il Roland Garros sia finto o reale, il desiderio di vincere è lo stesso. Solo così possono riconoscersi come persone, come le persone che erano prima della guerra; possono ricostruire un mondo, anche se soltanto con la propria immaginazione, e sperare ancora che qualcosa cambi. Particolarmente significativa e toccante è la scena in cui Ralph, per consolare una disperata Stéphanie, inizia a cantare Amazing Grace. Il suo canto stonato, urlato, goffo, è come giocare a tennis senza racchette o palline: in un mondo diretto verso la morte e la desolazione, il canto e il gioco ci riportano la gioia di essere vivi.

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