Il crepuscolo rosso-bruno delle ideologie

di Andrea Muni

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Scrivo questo pezzo il 25 aprile, festa della liberazione dal nazi-fascismo e day-after della schiacciante vittoria al primo turno della destra xenofoba austriaca (dell’ex partito di Jörg Heider). Sono già intervenuto, ormai quasi due anni fa, sui nuovi fascismi in un articolo che confrontava storicamente l’approccio a una simile questione osato da un vero intellettuale critico, com’era Pasolini, con quello di altri importanti intellettuali dell’epoca. In quel pezzo denunciavo senza molti giri di parole una certa fiacchezza, e una buona dose di approssimazione, nelle odierne riflessioni degli intellettuali (di sinistra e non) riguardo all’inarrestabile ascesa delle nuove destre. Il tema che abbiamo scelto per questo approfondimento di Charta Sporca mi sembra un’occasione fin troppo propizia per tornare a riflettere – a distanza di due anni – su una questione che, se possibile, è divenuta ancora più attuale.

La prima considerazione che vorrei proporre è di tenore statistico, è difficilmente smentibile ed è alquanto indigesta. La considerazione preliminare è che, nell’implosione dei pariti tradizionali seguita alla crisi del 2008, chi ne ha fatto maggiormente le spese sono stati proprio i partiti di sinistra, cioè quei partiti che – ancora qualche anno fa – ritenevano fosse possibile trasformare democraticamente il modello economico che governa (ormai nemmeno più troppo invisibilmente) il nostro mondo, le nostre società e le nostre stesse vite.

La seconda considerazione riguarda invece l’ondata migratoria (appena iniziata) scatenata dai conflitti medio-orientali e nord-africani che, come Occidente, abbiamo co-prodotto, quando non deliberatamente fomentato, detronizzando dittatori con cui per altro, in alcuni casi, avevamo stipulato accordi sulla prevenzione dell’immigrazione (vedi Gheddafi, ma non solo). L’arrivo di centinaia di migliaia di profughi nelle città europee ha generato un senso di insicurezza, a volte anche fondato, in particolare tra gli strati meno abbienti della popolazione, quegli strati che spesso convivono quotidianamente con questo nuovo “disagio”.

La terza considerazione riguarda invece il crescente divario tra ricchi e poveri, innescato anch’esso dalla crisi del 2008 e dall’inarrestabile e mostruosa finanziarizzazione dell’economia globale. Cerchiamo di annodare brevemente queste tre cause, per vedere quale sia il motivo – in fondo abbastanza semplice – di questo “cedimento a destra” della popolazione europea.

Sembra a volte incredibile che queste trasformazioni epocali si siano verificate concretamente a partire dal 2008, sembra davvero – a volte – che un eccesso di prossimità ci impedisca di vedere fino a che punto il mondo possa essere cambiato sotto i nostri occhi nel giro di meno di un decennio. Questi stravolgimenti sono stati talmente repentini che io stesso mi sono chiesto più volte se sia davvero lecito – da entrambe le parti – affrontare l’attualità con gli strumenti offerti da ideologie che avevamo date per morte con la caduta del muro (se non prima). La scomparsa dei cosiddetti “comunisti” non può essere ascritta a mio avviso ad altro che all’incapacità politica di una classe dirigente che aveva cessato da decenni di avere un reale rapporto con le persone (le cosiddette masse), cioè con quel “popolo” e quei “proletari” che avrebbe dovuto rappresentare, più che indottrinare. Non è un caso infatti che, in un momento molto propizio per una rinascita di istanze socialiste e comunitariste, come quello della crisi del 2008, nessun partito tradizionalmente di sinistra sia stato minimamente in grado di intercettare uno scontento nei confronti del sistema capitalista, che pure era – ed è a tutt’oggi – esplicitamente trans- e/o anti- ideologico.

La reazione agli sconvolgimenti dell’ultimo decennio ha in modo fulminante preso la forma – ad esempio in Italia e in Spagna, ma anche in Germania e Gran Bretagna – di movimenti popolari di protesta e anti-europeisti. Questi movimenti – anche se non è il caso di Podemos in Spagna, ma è certamente il caso dello Ukip britannico, dell’Alternative für Deutschland tedesca, e parzialmente del Movimento Cinque Stelle in Italia – hanno intercettato uno scontento e un’insofferenza che non hanno precedenti nel secondo dopoguerra, spartendosi l’elettorato “popolare” con i partiti esplicitamente xenofobi – come la Lega Nord in Italia, il Front National in Francia e l’austriaco Freiheitliche Partei Österreichs – che nel frattempo sono stati capaci di attirare nella trappola razzista una buona fetta del malcontento popolare.

In questa rottura degli schemi politici e partitici tradizionali si è infatti iniettata – specialmente negli ultimi anni – la questione migranti, ormai abbastanza diffusamente percepita (anche nell’ambiente delle estreme destre) come un palese e mostruoso contro-effetto dell’imperialismo, del neo-colonialismo e del turbo-capitalismo sponsorizzati esplicitamente da tutti i principali partiti politici occidentali. Sono stati infatti questi partiti, votati a maggioranza dai cittadini europei, ad avallare unanimemente le scellerate ingerenze occidentali nello scacchiere nordafricano e mediorientale che hanno prodotto l’immenso esodo a cui stiamo assistendo impotenti. Questa seconda “trasformazione”, forse imprevista, forse studiata a tavolino da sapienti strateghi politici, ha indotto l’elettorato popolare a individuare negli immigrati un facile capro espiatorio, congiungendosi per di più (perversamente) con le istanze anti-establishment. Non è un caso che, ad esempio in Italia, lo stesso Movimento Cinque Stelle abbia progressivamente mutato le sue posizioni sul tema immigrazione, proprio per non perdere la parte più “xenofoba” del proprio composito elettorato.

Entrando per un istante davvero in quel mondo che resta sempre al di qua delle grandi questioni della politica istituzionale, ascoltando le persone, specialmente quelle che – dall’alto di una certa “cultura” e di un certa “civiltà”– saremmo tentati di bollare semplicemente come ignoranti o razziste, ci si accorge presto che non è così infrequente ascoltare esponenti, o semplici elettori, di partiti xenofobi affermare, anche in buona fede, che non hanno nulla contro gli immigrati, ma che (semplicemente) non li vogliono. Tralasciando le persone di fede fascista o neo-fascista per tradizioni familiari o geo-politiche, la maggior parte dei nuovi elettori di estrema destra è composta effettivamente da persone che – surrealmente – invidiano gli immigrati; persone a cui rode ad esempio il fatto – effettivamente documentabile – che i primi trenta posti alle case popolari siano di norma appannaggio di stranieri, o a cui rode – comprensibilmente – che il “millino” che si facevano in vendemmia per arrotondare non se lo fanno più, perché la manodopera in nero e il caporalato che sfrutta gli immigrati sono una triste realtà; per non parlare della terribile concorrenza che si è venuta a produrre nel “settore” della criminalità: basti ricordare a questo proposito la terribile strage di Castel Volturno del 2008, in cui la camorra regolò i conti con la criminalità comune degli immigrati africani.

Una delle differenze fondamentali che, a mio avviso, distinguono il vecchio fascismo dal nuovo è che il “vecchio” proclamava una superiorità della razza, un dovere quasi morale di conquista e “civilizzazione”, che oggi sono fuori discussione, se non come ridicola (e comunque estremamente minoritaria) parodia di se stessi messa in atto da sparuti gruppi nostalgici. Il nuovo razzismo, in maniera simile all’invidia provata dagli europei per gli ebrei prima dell’olocausto (ma molto differente rispetto al senso di superiorità colonialista di fine Ottocento), mi sembra essere oggi il frutto assurdo – ma tristemente reale – di un’invidia generata da condizioni di vita che, nei ceti più bassi della popolazione europea, sono già da anni ben al di sotto della soglia della povertà.

È di questo che, forse, ci si dimentica troppo spesso, specialmente quando si denuncia fieramente l’ignoranza o la “malvagità” degli elettori di estrema destra. Il problema vero, il problema politico, non sono quelli che vanno in giro con le svastiche o si accalcano ai raduni della X-mas: il problema è che una grossa parte degli “scontenti” vede nell’immigrazione una “concorrenza sleale”, generata dalle scelte di un establishment che già odiavano precedentemente – e che oggi gli tesse in faccia, praticamente a una voce, l’elogio dell’accoglienza (vedi Merkel, Renzi, Obama, il papa). La reazione “popolare” è stata finora, oggettivamente, nella sua maggioranza, quella di rifiutare l’accoglienza e l’immigrazione. In questo rifiuto gli “xenofobi” hanno intravisto una soluzione pragmatica (anche se, diciamocelo, un po’ miope) all’esodo prodotto dalle logiche di potere e commerciali dei nostri poteri forti, di quei poteri che – mentre scatenavano quest’ondata migratoria con le loro guerre – hanno perseverato, internamente, nel loro scientifico impoverimento dei ceti medio-bassi della popolazione europea.

I “nuovi” fascisti sanno molto bene che la maggior parte degli immigrati è innocua, anche loro leggono le statistiche, così come sanno bene che – a causa di questa surreale invidia tra poveri – un crimine commesso per fame o per disperazione da un immigrato, che noi abbiamo accolto, pur essendo già noi stessi in condizioni di emergenza, pesa “di più” di un crimine commesso da un italiano che qui – e con le pezze al culo – c’era già. L’immigrato non è considerato un essere inferiore, il suo crimine non è “più mostruoso” perché è un “incivile”, ma pesa di più – nella logica che forse troppo spesso ci affrettiamo a bollare come “xenofoba” – perché l’italiano con le pezze al culo (che come l’immigrato non voleva la guerra che li costringe oggi a convivere, e a disputarsi l’elemosina dei soldi pubblici e di lavori miserabili) avverte assurdamente, ma realmente, la presenza dell’immigrato – e la sua stessa esistenza – come concorrenziali. Ecco la famosa guerra tra poveri di cui tanto si parla, senza mai avere il coraggio di guardarci dentro davvero.

Molti di noi sono invidiosi dei famosi trentacinque euro al giorno spesi per ogni richiedente asilo, alcuni soltanto per becera propaganda, altri invece perché ne avrebbero davvero bisogno. È vero che quando vivi con tua moglie e i tuoi figli a casa dei tuoi genitori, perché hai perso il lavoro, e magari con quell’arpia di tua sorella che ti stressa, ti girano effettivamente le palle di non avere diritto alle case popolari perché – non potendo accedere a un mutuo – fai nucleo con i tuoi genitori, che ti mandano fuori fascia l’ISEE perché hanno una casa di proprietà e un garage, e così finisce che sembri tanto più ricco di quelli che – avendo già preso la casa popolare – non hanno patrimoni immobiliari da dichiarare, pur godendone. Queste cose bisogna pur dirle, anche se sono noiose e sgradevoli: non affrontarle infatti significa, a mio avviso, essere ideologici; significa chiudere gli occhi di fronte al fatto che quasi sempre gli ampi fenomeni popolari – quand’anche ci risultino sgraditi – hanno delle cause “reali”.

Ci si può davvero sorprendere che i Signori Rossi, vicini di casa dei Touba, o dei Mohammed, alle case popolari, provino un certo “disagio” nel convivere coi loro vicini? Il vicino che mi sta sulle palle è, da sempre, a turno, un “frocio” se è effemminato, un “negro” se è un africano, un “frikkettone” se è di sinistra e un “fascista” se è di destra. Quel che è certo – e che penso ognuno abbia potuto constatare coi propri occhi nel micro della propria quotidianità – è che i signori Rossi non odiano i Signori Touba e i Signori Mohammad a priori. Il punto è piuttosto che la convivenza – quella reale, non quella promossa dalle colonne dei giornali o da un altare – tra culture, famiglie e persone differenti ci insegna che stare insieme non è facile, non è mai facile (il che ovviamente non significa che non ci si debba provare). Ma si impara a stare insieme, a volersi bene, e persino a collaborare, quando si deve, quando non si può fare altrimenti, e non quando c’è tanta bella voglia di stare tutti insieme. Queste sono solo favole della buona notte.

L’unica ridicola, imbarazzata e imbarazzante speranza è nelle persone. L’ultima speranza è che poi i Touba, i Mohammed e i Rossi, all’Ater, anche se non si sopportano – esattamente come non si sopporterebbero se fossero stati tutti della stessa etnia – a un certo punto si accorgano che sono sulla stessa barca. L’unica speranza, a mio avviso, è che quelli che stanno veramente con le pezze al culo, e non per finta, non per moda o per narcisismo, si rendano conto che il nostro oggi invoca, esige, pretende una sospensione, una non belligeranza, una tregua di tutte le posizioni ideologiche tranne una: quella economica.

Il crepuscolo delle ideologie, come avevano intravisto alcuni cosiddetti post-moderni, ci ha consegnato una “realtà” iper-ideologica (o per lo meno ideologica quanto e più delle precedenti, proprio perché mono-ideologica). Questo fatto, però, non è forse un buon motivo per rispolverare le buone vecchie ideologie del secolo breve, lucidandole magari con qualche chiacchiera più up to date. Per combattere il monolite ideologico in cui siamo immersi – e che spesso inavvertitamente contribuiamo a scolpire attraverso i nostri gesti più minuti e quotidiani –, per combattere un’idea così capillare e così piatta di che cosa “deve” essere il mondo oggi, l’unica strada è forse quella di costruire un fronte ampio, amplissimo, sull’unico tema che può davvero unire tutti quelli che sono realmente vittime di questo sistema, di questa “realtà” che – anche per molti “eroi” rossi, neri, gialli o verdi dell’anticapitalismo – continua segretamente ad avere, tra le sue molte spine, ancora troppe rose per essere coraggiosamente e allegramente rifiutata.

Questa “realtà”, infatti, non è altro che la super-ideologia sorta dal tramonto delle precedenti, essa ha oggi raggiunto il suo zenith, il suo apice: è riuscita a farsi prendere, nonostante tutto, per il migliore dei mondi possibili dalla stragrande maggioranza di noi. La lotta dentro e contro questo modello economico – che esiste materialmente e micro-fisicamente nei nostri stili di vita (spesso anche in quello dei più poveri) – è l’unico e forse l’ultimo luogo in cui potremmo incontrarci. Ma “noi” chi? L’unica risposta che mi sembra possibile, seppure di nuovo ridicola, imbarazzata ed imbarazzante è: “Noi che davvero siamo divenuti insensibili alle lusinghe di questa ‘realtà’, noi che – proprio per questo – ne stiamo già vivendo e creando un’altra nei più minuscoli gesti della nostra quotidianità e nei nostri più immediati rapporti umani. Noi – che domani ci scanneremo su tutto il resto – che ci daremo del ‘frocio’, del ‘negro’, del ‘fricchettone’ e del ‘fascista’; noi che, però, oggi sappiamo chi è il nostro vero nemico”.

Dove sta la mia fossa?
Nella mia coda, disse il sole
nella mia gola, disse la luna.
Tra i rami dell’alloro vidi
due colombe nude.
Una era l’altra,
e le due nessuna.

(Casida delle colombe scure, F.G. Lorca)

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