Il dio presente-assente di “The Young Pope”

di Francesca Plesnizer

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Paolo Sorrentino approda alle serie tv con The Young Pope e sceglie un protagonista inattuale: il papa. Il pontefice fittizio è Pio XIII, lo statunitense di 47 anni Lenny Belardo, con le sembianze di un Jude Law che indossa le vesti papali come se non avesse fatto nient’altro nella sua vita. Ci si aspetta da lui modernità e progressismo, invece è retrogrado, sembra un papa tardo-antico o medievale. Il suo piano è rendere se stesso e la Chiesa di nuovo desiderabili, dunque si cela, non fa vedere il suo volto, né si fa fotografare. Si presenta al primo discorso ai cardinali della Santa Sede indossando il Triregno papale, tiara formata da tre corone che simboleggiano il triplice potere del pontefice (padre dei re, rettore del mondo e Vicario di Cristo), vestito e ingioiellato come l’imperatore dei Cieli, innalzato su un trono regale, al di sopra di tutti. “Ci siamo soltanto per Dio – afferma – sono troppi anni che andiamo verso gli altri: è ora di stare fermi, di tornare a essere proibiti, inaccessibili, misteriosi”. La sua Chiesa vuole fanatici di Dio, non importa se saranno pochi: sarà il suo comportamento impopolare, nonché il timore che incute, a selezionare solo i fedeli degni.

Il modo in cui Sorrentino parla di Dio e del rapporto Dio-uomo fa pensare al Dio della teologia apofatica (dal greco apóphasis ossia ‘negazione’): una divinità assente, trascendente e distante di cui è impossibile parlare. È meglio tacere, rappresentando quello scarto incolmabile fra lui e noi con un silenzio che si fa astrazione. Mi è tornato alla mente un libro letto qualche anno fa, Pensare l’assente. Alle origini della teologia negativa di Giovanni Zuanazzi, un compendio di teologia negativa dall’età antica a quella moderna. Tra i vari esempi citati ci sono gli Oracoli caldaici (attribuibili a Giuliano il Teurgo, II sec. d.C.) in cui vi è l’idea che a Dio si possa giungere solo se il nostro intelletto viene mondato da sensibile e intelligibile. O Filone di Alessandria, vissuto a cavallo tra avanti e dopo Cristo, secondo cui noi uomini, comparati a Dio, non siamo che “un nulla”, “terra e polvere”. Il divario fra creatore e creature è così ampio da renderli eterogenei, e in ciò che Sorrentino fa dire al suo papa ritroviamo questi elementi: Pio XIII afferma che lui è vicino a Dio ma non sarà mai vicino agli uomini, perché è a Dio che va tutto il suo interesse. Belardo pare ultraterreno, addirittura in grado di compiere miracoli: rende fertile la sterile Esther, moglie di una guardia svizzera, e da ragazzo aveva salvato, solo grazie alla sua preghiera, la madre di un suo compagno prossima alla morte. Durante la sua prima omelia appare nell’ombra, è solo una sagoma, una voce imponente che urla arrabbiata tutta la distanza che sente fra lui, papa-divinità ed emissario diretto di Dio, ed i fedeli, deboli e irrimediabilmente umani.

Tenebra, misticismo e silenzio sono tematiche affrontate anche da uno dei tre Padri cappadoci, Gregorio di Nissa, teologo cristiano del IV secolo d.C. di cui parla Zuanazzi: per lui razionalità e linguaggio non ci permettono di conoscere Dio, ma parte di quel silenzio che facciamo su di lui è anche sapere che si acquisisce penetrando nella tenebra luminosa, l’ossimoro che lo rappresenta. È precisamente non vedendo Dio, che riusciamo a vederlo – paradossale, ma intrinsecamente cristiano. Troviamo Dio cercandolo senza sosta, desiderandolo costantemente; questa brama insaziabile permette all’anima umana di uscire dai suoi stessi limiti, ergendosi sopra di sé, tesa verso una divinità assente che riempie però il suo desiderio. Ciò ricorda Belardo che, sempre in occasione della sua prima omelia, grida alla folla di cristiani che si sono dimenticati di Dio, che devono occuparsi solamente di lui e di null’altro. Qualcuno gli urla: “Vogliamo vedere la tua faccia!”, ma lui, ancor più preda della sua iraconda arroganza, esorta tutti ad andare a vedere Dio, prima: “Non vi aiuterò né mostrerò la via, cercatela voi! Quando avrete trovato Dio, forse vedrete anche me”. Vuole spaventare i fedeli perché la paura è potere: dice che la Chiesa era davvero grande e forte quando faceva paura ai popoli, e che ha cominciato a indebolirsi quando è diventata tollerante e rassicurante; deve tornare a imperare, non importa a quale prezzo o se i fedeli saranno impauriti, soli, confusi, indignati.

L’esperienza di Dio pare una gnosi concessa a pochi, forse solo a Belardo, che si pone come un Cristo e pare rivelare una verità dagli echi eckhartiani. Il teologo tedesco Eckhart, altro esponente della teologia apofatica nato circa nel 1260, distingueva fra Dio e Divinità: il primo è l’ente positivo che si rapporta al creato, la risposta alle domande teologiche dell’essere umano; la Divinità è invece abisso, fondo misterioso, caligine, eterno silenzio inesprimibile a cui l’uomo può avere accesso solo grazie al distacco, cioè, come spiega Zuanazzi, “nel totale annientamento della creatura”. Possiamo riconoscere nel Dio assente di Pio XIII la Divinità eckhartiana che può terrorizzare i fedeli.

La paura è stata più presente dell’amore per il papa giovane: da bambino è stato abbandonato dai suoi genitori, due hippies, davanti ad un orfanotrofio. Privato dell’amore genitoriale, per lui l’assenza è presenza. I suoi assenti genitori sono sempre con lui: nei suoi sogni in cui li vede a Venezia (sa solo, di loro, che dopo averlo abbandonato andarono lì), nella pipa ultimo regalo di suo padre, nella sua solitudine, nella sua incapacità di amare gli uomini. Nella letteratura ermetica (costituita da trattati del II e III sec. d.C.) il corpo di Dio è il suo stesso creare, una sostanza inestesa, invisibile. Dio crea per manifestarsi – proprio come i genitori di Belardo: lo hanno generato ma poi si sono eclissati, e a Pio, come loro testimonianza, rimane solo se stesso. Visti a questo modo, Dio e i genitori di Lenny sono creatori trascendenti, ma immanenti nelle loro opere.

Sua madre e suo padre, emancipandosi da lui, gli hanno causato un dolore così immenso che ha scelto di farsi prete: “Amo Dio perché è troppo doloroso amare gli uomini, amo un Dio che non mi lascia mai o che mi lascia sempre; Dio o l’assenza di Dio, ma sempre rassicurante e definitiva. Sono un prete, ho rinunciato a uomini e donne perché non voglio soffrire, sono incapace di sopportare lo struggimento dell’amore perché sono infelice come tutti i preti. Non sono un uomo, sono un vigliacco, come tutti i preti”. E da codardo si comporta, mettendo in atto un piano che prevede nascondimento, irreperibilità, allontanamento, rimettendo in scena il copione dei suoi genitori, in modo da suscitare nei fedeli una curiosità morbosa che, in quanto orfano, conosce bene. Dice anche che un prete non crescerà mai perché non sarà padre, solo eternamente figlio – figlio di Dio, perciò dell’assenza.

Nelle ultime puntate della serie si assiste però a un mutamento: il papa gradualmente si addolcisce, perché perde – ancora una volta – delle persone che erano state per lui affetti e punti di riferimento. Muore il cardinale Spencer, che gli aveva fatto da mentore, e anche il suo migliore amico, il cardinale Dussolier, che era per lui un fratello. Belardo allora si muove e si smuove: va in Africa a vedere la miseria, la violenza, la cattiveria umana, e questo lo spinge a invocare la pace. Afferma pubblicamente che Dio è la pace, la pace sconcertante che dice di aver visto a otto anni in riva a un fiume in Colorado, con i suoi genitori. Questo progressivo cambiamento ci porta al gran finale dell’ultima puntata: Pio sceglie di apparire in pubblico proprio a Venezia, città legata ai suoi genitori. Si toglie la maschera dell’arrogante personaggio che celava Lenny l’orfano, e parla di una beata, Juana, che in Guatemala anni prima aveva guarito e salvato tanti bambini, morendo a soli 18 anni. La beata Juana aveva detto che Dio sorride: Pio XIII, finalmente a volto scoperto, con espressione ingentilita e serena, esorta tutti a sorridere. Lenny si è avvicinato agli uomini e ha capito che Dio è amore – lo aveva detto anche in precedenza, citando sant’Agostino: “Se vuoi vedere Dio hai a disposizione l’idea giusta: Dio è amore”.

“Sorridete” dice, e nel frattempo guarda con un cannocchiale tutti i presenti in piazza San Marco, uno ad uno, fino a che non vede due anziani signori, due hippies invecchiati – i suoi genitori. I due lo scrutano seri, si voltano – prima sua madre, poi suo padre – e se ne vanno via. Pio viene colto da un malore, il male causato dall’emancipazione: ancora una volta viene abbandonato, resta solo. Se Dio è amore, è anche quell’amore che lui ha sempre disperatamente desiderato dai suoi genitori, che di nuovo lo lasciano. È dunque Dio che lo abbandona?
Belardo si accascia a terra e vede in cielo una figura che somiglia a Gesù – non sappiamo se sia morto, non sappiamo se abbia davvero visto i suoi genitori né se sia davvero un papa santo. L’inquadratura si allarga verso l’alto fino a concludersi con l’immagine del pianeta Terra, solo anch’esso in mezzo all’universo, alle tenebre, abbandonato.

Sorrentino cerca di mostrarci la contraddizione palesata da Zuanazzi, quella di cui parlava anche Niccolò Cusano, il teologo e filosofo tedesco vissuto nel 1400: Dio è paradosso perché di lui non sappiamo cosa né come dire, non abbiamo gli strumenti per parlarne né i nostri occhi possono scorgerlo, eppure non possiamo cessare di pensarlo, evocarlo, tentare di dire qualcosa su di lui. Sorrentino ricorda a tutti noi, indipendentemente dalla nostra fede, dal nostro ateismo o agnosticismo, che abbiamo costantemente a che fare con la solitudine e che ci sentiamo per questo spinti l’uno verso l’altro e verso un qualcosa – chiamiamolo amore, pace, sorriso, chiamiamolo come ci pare – del quale non sappiamo come parlare, sempre assente ma terribilmente presente, un qualcosa che ci causa sconcerto, imbarazzo, disagio, tant’è paradossale e ignoto.

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro anche con le riviste “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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