Il fascismo non è causa di sé (Lettera a un progressista)

di Andrea Muni

È successo, può succedere ancora. Il fascismo è tornato. Il cancro ha infestato i linfonodi e si diffonde, attraverso il sangue mediatico, aggredendo tutti gli organi bersaglio del corpo sociale. Già… ma perché?

Mi è capitato questa primavera, grazie a una imprevista supplenza di storia e filosofia in un liceo, di compiere una full immersion obbligata nel periodo storico tra le due guerre. Ho dovuto spiegare ai ragazzi come e perché, tra gli anni Venti e Quaranta in tutta Europa – il franchismo in Spagna, Salazar in Portogallo, la nascita della Action Francaise in Francia, in Scandinavia, nei Balcani e persino nella “democraticissima” Inghilterra – sono nati dei movimenti fascisti. La dinamica macro-storica è nota: la miseria nera lasciata in tutta Europa dalla guerra, la crisi del ’29, la minaccia sovietica, le insostenibili spese di guerra (e le abnormi perdite territoriali) patite dalla Germania, la vittoria “mutilata” dell’Italia. Ma proviamo ad allargare un po’ le maglie di questo periodo storico.

Il fascismo nasce in Italia come inquietante e imprevista alternativa rispetto ai due orizzonti politici che precedevano la Grande guerra: il vecchio liberalismo autoritario-borghese e i nascenti movimenti socialisti. Le classi dirigenti che avevano portato il Paese alla guerra erano in crisi totale di credibilità, mentre dalla Russia soffiava il vento della rivoluzione. Il popolo, specialmente quello delle province, si trovava in una situazione complessa poiché, da un lato, non nutriva più alcuna fiducia nei confronti dei liberali borghesi che l’avevano mandato a morire in trincea per difendere interessi economici e coloniali, ma al contempo, dall’altro, temeva l’azzeramento culturale e identitario minacciato dalla rivoluzione bolscevica (tanto più che la Terza Internazionale si tenne a Mosca e sostanzialmente omologava il socialismo al leninismo). Se infatti, durante il “biennio rosso”, un giovane Gramsci riusciva a occupare le fabbriche nella città di Torino, contemporaneamente nelle province nasceva e si propagava, minacciosa, l’idea che fosse possibile una terza via.

In un celebre documentario Alberto Moravia racconta di aver assistito, ancora bambino, alla Marcia su Roma. Moravia descrive le decine di migliaia di fascisti che giungono nella capitale da ogni parte del Paese come principalmente composte di piccoli-medi proprietari terrieri delle campagne e delle province, armati del proprio fucile da caccia. Sappiamo tutti come dopo quell’evento il nostro ridicolo reuccio – rifiutandosi di riconoscere lo stato d’assedio richiesto dal Primo ministro Facta – concederà a Mussolini (che già faceva parte della maggioranza nazional-liberale di governo che il suo stesso “popolo” stava assediando) il primo incarico di governo. Le élites nazional-liberali dell’epoca, in accordo con il re, ritenevano che Mussolini e il fascismo potessero essere sfruttati per riportare l’ordine in un paese in piena guerra civile. Entrambi infatti avevano un nemico comune: il socialismo. Ma come sappiamo Mussolini si rivelerà ben presto qualcosa di molto diverso da un burattino nelle loro mani.

Con questo non abbiamo però ancora provato a spiegare come il fascismo abbia potuto ottenere un così grande, e innegabile, consenso popolare. Per rispondere a questa domanda dobbiamo forse tornare alla sua archeologia, vale a dire alle tre anime, apparentemente incompossibili, che è stato acrobaticamente capace di fondere sotto un unico nome: quella anarco-sindacalista e anticlericale, quella agricola e piccolo borghese (provinciale, tradizionalista e cattolica), e quella della grande borghesia industriale bisognosa di ordine e pace sociale per prosperare. Il fascismo nasce, giunge al potere e ottiene un ampio consenso popolare (che sarebbe miope negare essere inizialmente davvero esistito) non solo con la violenza, ma anche grazie alla creazione di un fronte capace di tenere insieme queste tre anime, coalizzandole contro le istanze socialiste/rivoluzionarie da un lato, e dall’altro contro i liberali giolittiani e i socialisti riformisti. Questi ultimi infatti – in cambio della loro alleanza coi primi – erano addirittura riusciti a esprimere per pochi mesi un primo ministro (Ivanoe Bonomi) che governò tra il ’21 e il ’22 lasciando l’incarico proprio a Luigi Facta.

Una cosa che si dimentica spesso, e che troppo spesso a scuola non si insegna, è infatti che a partire dal 1917, in tutta Europa, socialisti rivoluzionari (in Italia divisi a loro volta dal ’21, dopo il congresso di Livorno, tra i PCI di Gramsci e Bordiga e il PSI di Nenni) e socialisti riformisti si combattevano per le strade non meno di quanto non si combattessero con le squadracce fasciste.

Qualcosa di molto simile accade anche in Germania (oltre che in Ungheria), dove il governo che reprime nella “settimana di sangue” la rivolta spartachista della leninista Rosa Luxembourg è guidato proprio da un socialista riformista. Sarà solo a partire dalla metà degli anni Trenta, vale a dire in un momento storico in cui il fascismo era, in certi stati, divenuto un fenomeno irreversibile che le due opposte correnti socialiste cercheranno tardivamente di fare fronte comune.

Ma venendo all’oggi, cosa ci insegna questa storia? Cosa è cambiato a distanza di un secolo rispetto alla dinamica che ha visto nascere quel fascismo? Non abbiamo avuto una guerra, almeno non in casa, ma in compenso la crisi economica c’è stata eccome. Il fatto che le élites professionali e intellettuali borghesi l’abbiano avvertita meno di altri strati della società non è una scusa. La grande differenza sta invece nel fatto che, in questa nuova dinamica fascista, non esiste alcuna minaccia sovietico-rivoluzionaria. La minaccia avvertita e propagandata dai nuovi “fascisti” è piuttosto quella della globalizzazione, un fenomeno omologante e disidentificante – che, non di meno, proprio come il bolscevismo, si presenta con un carattere “internazionale” – il cui più visibile effetto è un’ondata migratoria di proporzioni inedite nella storia recente.
La scomparsa dal continente delle istanze socialiste-rivoluzionarie ha infatti generato la possibilità logica, e storica, di un fascismo ancora più aggressivo e pericoloso di quello di cent’anni fa. Se infatti un tempo una parte del popolo (specialmente di quello “operaio” e delle grandi città) aveva a disposizione la scelta socialista (e poi comunista), ad oggi non esiste alcuna alternativa popolare al dilagante fascismo. Tutto questo perché, a sinistra, ormai da mezzo secolo, la partita è stata vinta da quel “riformismo” che, mutatis mutandis (la storia politica recente lo ha dimostrato), si è rivelato non essere altro che la “faccia pulita” di un altro “fascismo”: quello neoliberale, pseudo-progressista, guerrafondaio, finanziario e globalizzato.

Nel nuovo dilagante fascismo possiamo ritrovare in effetti senza sforzo, anche se con i dovuti distinguo storici, tutte e tre le anime del primo: quella “provinciale”, tradizionalista e identitaria, che teme l’immigrazione e vota Lega, quella anarco-sindacalista dei disoccupati e dei 5 milioni in povertà assoluta (per tacere della povertà “relativa”), che specialmente al sud vota compattamente 5 Stelle, e quella delle piccole e medie imprese nostrane (al posto di quella delle grandi industrie) oppresse da tasse oggettivamente esose, surclassate dalla concorrenza sleale delle multinazionali e alla mercé degli umori dalla grande finanza.

Tutto questo per dire che il fascismo non è causa di se stesso. Il fascismo non è solo “colpa” del fascismo, ma anche di chi negli ultimi decenni ne ha ricreato – con la propria miopia a la propria incapacità di ascoltare la gente – le condizioni di possibilità storiche e politiche. Se oggi la borghesia professionale e intellettuale (e la sua discendenza) si indigna giustamente – inondando facebook di post di solidarietà nei confronti dei migranti e di disprezzo per tutti coloro che hanno votato Lega e 5 Stelle – per la mostruosità e la disumanità dei provvedimenti presi dal nuovo governo, ebbene, al contempo, questa borghesia – che si dice di “sinistra” e che annovera nelle sue file molti amici e persone che stimo profondamente – non può stupirsi se il “popolo”, cioè in sostanza tutti gli altri (operai, disoccupati, piccoli e medi imprenditori), le fa notare rabbiosamente la strana sproporzione tra la passione e l’insistenza con cui solidarizza giustamente con il dramma dei migranti e la relativa indifferenza che prova per le condizioni disastrose di vita in cui, pure, già vivono molti italiani.
Il marxismo, il socialismo, sono nati perché delle persone sfruttate, che vivevano e lavoravano insieme, si sono compattate e organizzate per rivendicare diritti e giustizia sociale. Ma se oggi la maggior parte di coloro che ancora osano dirsi di sinistra preferisce dispiacersi per la tragica sorte dei migranti piuttosto che per quella del vicino di casa disoccupato o del fornaio indebitato (che diciamocelo, gli sta pure un po’ sul cazzo perché è ignorante e pure un po’ evasore perché spesso non ti fa lo scontrino), come possiamo stupirci se la gente torna a essere fascista? Se sotto una certa soglia di reddito, di istruzione o sotto un certo status sociale-lavorativo, nessuno si dichiara più “di sinistra”, questo dovrà pur voler dire qualcosa…

Un invito, allora, potrebbe essere rivolto a tutti i progressisti che davvero hanno a cuore le sorti del Paese: lasciate (o, meglio ancora, date) spazio alle molte altre iniziative esistenti che in questo momento oscurate con la vostra ingombrante presenza mediatica. Lasciate spazio alle organizzazioni sindacali di base (che stanno provando a ricostruire dal basso una coscienza di classe); a chi fa cultura in perdita (senza dover rendere conto a nessuno); a chi vive e lavora quotidianamente fianco a fianco non solo con i migranti, ma anche con quegli ignoranti “fascisti” e “provinciali” che disprezzate. Date voce a chi prova, nel suo piccolo, nonostante il vostro “prezioso” fuoco di fila mediatico, ad ascoltarli – questi ignoranti, “stupidi” e “malvagi”; a chi prova a ragionarci insieme, senza considerarli razzisticamente degli inferiori, essendogli davvero amico, parente, compagno di lavoro. Cari amici progressisti, col cuore in mano, ve lo chiedo umilmente, prendetevi – e dateci – una pausa. Il nuovo fascismo è appena cominciato, e quello che credete sia stato finora un modo di resistergli, in realtà, è parte integrante della dinamica storico-politica che lo ha rigenerato.

Perché, vero o falso che sia, è da voi che la gente si sente tradita. L’odio insensato, paranoico, mostruoso per i migranti – in qualche perversa maniera – non è che la maschera dell’odio che la gente prova nei vostri confronti. Perché la gente crede, vede, che non la amate, non la aiutate, che – nel silenzio della vostra coscienza – le preferite di gran lunga i migranti. Lo so, è un discorso assurdo, che personalmente non condivido affatto, ma è esattamente questo che “la gente” prova. Lo so che è durissimo da accettare, ma prima ci farete i conti e prima, forse, riuscirete a mettere in campo una nuova strategia comunicativa (ancor prima che politica).

Il fascismo nasce, e rinasce, quando la gente è incazzata, abbandonata, povera e sente minacciata la propria identità. Bisogna stare attenti a non farla incazzare, la “gente”, perché – in un modo o nell’altro, democrazia o no – superato un certo livello di incazzatura e di frustrazione la “gente” reagisce. E se non ha a disposizione una tradizione, forze politiche e modelli culturali davvero di sinistra e popolari per incanalare questa frustrazione, lo fa senza problemi guardando a destra. Lo fa perché non gliene frega niente dell’universalità e dell’umanità astratte che tanto stanno a cuore alla borghesia progressista; a quelli – non facciamo finta che non ce ne siano – che preferiscono solidarizzare pubblicamente con i drammi di un’umanità sofferente e lontana (i migranti), piuttosto che con quelli vicini, vicinissimi, del loro conoscente povero ignorante ed elettore della Lega o dei 5 stelle. Con quell’“altro” che ha già speso tutta la propria riserva di umanità e solidarietà “concreta” per aiutare il proprio figlio che non riesce ad essere indipendente a causa della crisi e della criminale neoliberalizzazione del mercato del lavoro; quell’“altro” che, viceversa, è costretto a mantenere con il proprio lavoro precario la madre (o il padre) che sopravvivono con la pensione minima.

Non è facile essere umani, o accoglienti, quando non si ha per sé; è difficile essere ospitali quando ci si percepisce costretti ad esserlo. È questo, cari amici progressisti (e vi dico amici senza la minima arroganza o ironia) che non riuscite a capire. Non lo capite semplicemente perché, essendo rimasti gli unici ad avere ancora abbastanza, vi immaginate che, come voi, tutti gli altri dovrebbero nutrire questi nobili (anche se troppo spesso solo “teorici”) sentimenti di accoglienza e “umanità”. Ma purtroppo le cose non stanno così, e far sentire in colpa chi già è incazzato, abbandonato e impoverito non è certamente il modo migliore per fargli cambiare idea. Se essere di sinistra significa senz’altro stare dalla parte degli ultimi, al contempo non può voler dire dimenticarsi dei penultimi – o peggio ancora dipingerli mediaticamente come dei malvagi ignoranti a cui contrapporre gli ultimi come gli unici veri “buoni”. Troppo spesso infatti, cari amici progressisti, dagli abissi del vostro amore per gli ultimi riluce oscuramente l’antipatia profonda, il rancore, che istintivamente provate per quei penultimi che non sanno cosa farsene delle vostre verità e della vostra umanità. E questo non aiuta né gli uni né gli altri,… né voi.

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