Il Giordano Bruno di Volonté, martire filosofico che ci insegna il coraggio intellettuale

di Francesca Plesnizer

Nel 1973 il regista Giuliano Montaldo (Gli intoccabili, Sacco e Vanzetti) scelse coraggiosamente di ritrarre Giordano Bruno, filosofo degli “infiniti mondi” e precursore della Rivoluzione scientifica, arso vivo nel 1600 per ordine della Santa Inquisizione Romana a Campo de’ Fiori. Il risultato è un film biografico pieno di solennità, rigore verista e atmosfere claustrofobiche, reso indimenticabile dall’interpretazione di Gian Maria Volonté, talmente calato nei panni del filosofo nolano, da far credere che ci sia rimasto incastrato dentro.

La pellicola si snoda attraverso gli ultimi otto anni di vita di Bruno e si apre a Venezia dove egli è ospite di Giovanni Francesco Mocenigo, politico e ricco filantropo. Il pensatore, convinto di godere a Venezia di sicura libertà, viene però tradito: Mocenigo, preoccupato dalle sue idee libertine (“Vivere prigioniero della Santa Fede, disdegnando il piacere e spegnendo la fiamma dell’intelligenza, è vivere in stato asinino, da morti” gli dice sprezzante Bruno), si lascia spaventare dalle minacce del suo confessore, che gli ricorda che sta proteggendo un nemico della Chiesa e che i suoi affari potrebbero risentirne. E così egli denuncia Bruno all’Inquisizione di Venezia.

Ma il nolano non si piega: va in prigione a testa alta e con sicumera e spavalderia risponde, a chi gli chiede di cosa è colpevole: “Ho inciampato in un imbecille”. Le accuse contro di lui sono di apostasia, eresia, blasfemia, cospirazione contro Papa e Chiesa. C’è però qualcosa che Bruno vuole evitare con tutte le sue forze: l’abiura pubblica. I membri dell’Inquisizione veneziana gli permettono di ritrattare e fare ammenda in forma privata, e lui spiega d’averlo fatto “per poter ancora pensare, agire”, per proseguire la sua libera ricerca filosofico-scientifica slegata da ogni dogma.

Ma non è finita qui: Roma lo vuole e se lo prende, per giudicarlo e farlo fuori una volta per tutte. Egli è il più scomodo degli scomodi, reo d’aver consigliato i più grandi regnanti europei spingendoli verso la concordia religiosa e verso un governo laico. La Chiesa, immobile, cieca, sorda, maestosamente aprioristica, questo non può accettarlo: tortura Bruno volendo svilire la sua dignità, ma non ci riesce. Questa è la potenza di Bruno, personaggio reale che Montaldo racchiude tutto nel beffardo ghigno di Volonté. Il pensatore non cede e non teme la morte, perché l’universo è eterno (“la vita non si spegne, le anime trasmigrano di corpo in corpo”, dice), né teme la condanna papale, poiché Dio è in lui, in ogni particella, è la materia stessa. Volontè trasuda serenità mostrandoci un personaggio che è tutt’uno con le sue idee.

A questo punto il papato fa un passo indietro, lascia cadere alcune accuse e pretende dall’eretico “solo” la famigerata abiura pubblica, che per Bruno rappresenta il picco dell’orrore. Egli, chiuso in cella, dilaniato dalle torture, non mangia e non beve. In silenzio vive una personale apocalisse: contorcendosi in preda a un’indicibile sofferenza, rivede tutti i monarchi che aveva servito e un’abiura pubblica alla quale aveva assistito. Sono scene ad alto impatto visivo e sonoro.

Che ingenuo ad aver chiesto a chi ha il potere di riformare il potere! Che mortificazione aver creduto che la Chiesa potesse combattere superstizione e ignoranza! La Santa Sede usa il potere, non l’amore apostolico.

Mentre la sua sentenza viene letta lui sussurra ripetutamente ai suoi carnefici “Tenete più paura voi”, per poi lasciarsi andare a un’aggressiva pazzia: urlando irride preti, Chiesa, Giubileo, e quelle grida entrano dentro alle orecchie dello spettatore turbandolo profondamente. La bocca gli viene chiusa con un bavaglio di ferro munito di un uncino che gli intrappola la lingua, ed essa sanguina per le verità sostenute, che lui non abbandona. Sporco di quel sangue che gli cola sul mento e sul petto, accetta il suo destino, va al patibolo, attende il fuoco.

Bruno, martire del libero pensiero e di una pura coerenza che sembra quasi disumana, ha vissuto in un’Età Moderna che pareva invece un cupo Medioevo.

Non posso fare a meno di pensare a un post di Enrico Mentana apparso di recente su Facebook: “Quello che vedo qui sul web, giorno dopo giorno, tra negazionisti della Shoah, razzisti, antivaccinisti, negatori dello sbarco sulla Luna, e via cospirando, è il formarsi sempre meno indistinto di una corrente che posso nominare in un solo modo: Medio Evo 2.0”.

Il web, che è anche un pazzo e pericoloso amalgama, è diventato un’autorità che custodisce l’attendibilità di opinioni spesso affatto attendibili. La scienza è sempre più sottovalutata, bistrattata: ci si arrangia da soli – ma ci si arrangia bene? È per questo che Giordano Bruno è morto?

La chiamano libertà d’opinione, ma è libertà d’ignorare la scienza, la scomodità della filosofia e del pensiero critico, è la facilità di restare in quel kantiano stato di minorità pre-illuministico.

Classe 1987. Sono nata e vivo a Gorizia, ho conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Trieste nel 2015. Collaboro anche con le riviste “Friuli Sera” (dove analizzo opere di Street Poetry e Street Art nella rubrica “Poesia di strada”) e con “La Chiave di Sophia”. In passato ho scritto per due quotidiani locali, “Il Piccolo” e “Il Messaggero Veneto” di Gorizia. A maggio 2017 la casa editrice Historica ha pubblicato il mio racconto “Imago” nell’antologia “Racconti friulani-giuliani”. Le mie passioni sono la scrittura, la filosofia, il cinema, i libri e l’insegnamento.

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