Il Papa rosso?

di Nicola Bocola

envangeli gaudiumDi cosa si parla quando si allude ad un papa marxista? Non di molto, evidentemente. Ma è proprio questo il punto. Nonostante in Italia la questione sia passata piuttosto in sordina, al di là dell’Atlantico la pubblicazione dell’ultima esortazione apostolica di Francesco, l’Evangelii gaudium, ha creato più di qualche mal di pancia negli ambienti del turbocapitalismo finanziario e fra gli amici americani del laissez-faire. Tanto da provocare la reazione indignata, tra gli altri, di Rush Limbaugh, celeberrimo e strapagato conduttore radiofonico statunitense, che ha definito il testo “marxismo puro” – oltre ad innumerevoli articoli come quello di Harry Binswanger su Forbes, intitolato Top Ten Reasons Why Rush Limbaugh Is Right: The Pope’s Statement is Marxist”. Ma vediamo dunque di che cosa si tratta. L’Evangelii gaudium nasce tecnicamente in seguito alla XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, tenutasi nell’ottobre 2012, sul tema La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. La verità è che il tema dell’evangelizzazione appare quasi il pretesto per parlare di qualcos’altro. L’attività di evangelizzazione non può prescindere da un contesto sociale, ed ecco che allora la questione della giustizia sociale, di un’economia dell’inclusione, della dignità del lavoro, seguono, più o meno sottotraccia, tutto il testo. Dal primo capitolo (nn. 20-49), seppur con un accento prevalentemente missiologico, emerge già un interesse che va oltre la pura e semplice pratica pastorale: “occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri”, gli ultimi, gli oppressi e sfruttati dal sistema. Gli stessi, a cui il buon Marx si rivolge, per intenderci. A questo tema, è dedicato fondamentalmente l’intero capitolo seguente (nn. 52-109).

53. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no” a un’economia dell’esclusione e della inequità”. […] Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori1.

Ma individuare il problema non basta, la questione è anche – se non soprattutto – metodologica. A tal proposito, viene esplicitamente escluso un modello di sviluppo tanto caro ai neoliberali, come quello fondato sulla Trickle-down economics, in quanto

[…] le teorie della “ricaduta favorevole”, […] presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesca a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare 2.

L’aspetto, se vogliamo, metodologico viene ripreso nel quarto capitolo, dove si prospetta un impegno che

[…] non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza […] ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro «considerandolo come un’unica cosa con se stesso»3. […] Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate, alla creazione di opportunità di lavoro, a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo4. […] I piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie. Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della iniquità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’iniquità è la radice dei mali sociali5.

L’alternativa è l’oblio, la fine definitiva della pace sociale. Non la rivoluzione, figlia di romantici tempi andati, ma la violenza distruttiva, fine a se stessa, senza senso. Quella dei cortei incappucciati, delle vetrine dei piccoli negozianti rotte, delle utilitarie date alle fiamme, delle bombe carta, dei lacrimogeni e delle cariche.

Ma fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’iniquità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno sempre un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Fintanto che la società – locale, nazionale o mondiale – seguiterà ad abbandonare nella periferia una parte di se stessa, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’iniquità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice. […] La disparità sociale genera prima o poi una violenza che la corsa agli armamenti non risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti6.

Tornando alla questione iniziale, è fuor di dubbio che l’Evangelii gaudium abbia ben poco da spartire con il marxismo classico. D’altra parte però potrebbe essere vero che, come ha scritto Konrad Farner, «se il Cristianesimo si decidesse in modo inequivocabile in favore dell’azione, di un’azione globale, […] allora un elemento importante della critica marxista alla religione verrebbe a cadere»7. Le due posizioni rimangono comunque difficilmente compatibili. Anche perché le prese di posizione di natura economica sopra sintetizzate rappresentano solo una parte, e nemmeno la principale, dell’esortazione apostolica, e sono tradizionalmente parte integrante della dottrina sociale della Chiesa Cattolica. Niente di nuovo sul fronte occidentale quindi, almeno dai tempi della Rerum Novarum, annata 1891. Possiamo solo concludere con una riflessione dolceamara: siamo giunti ad un tale livello di pensiero unico capitalista, che esprimere una qualsiasi riserva sull’attuale sistema economico-finanziario rappresenta automaticamente una presa di posizione che rende affiliati al più radicale marxismo-leninismo. Credo che tutto questo la dica lunga sulla qualità, la capacità e la “buona fede”, di molte analisi economico-scientifiche neo-liberali. Prendendo in prestito le parole di Pietro Nenni si potrebbe concludere dicendo che, se il “socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”, allora forse Rush Limbaugh e compagnia potrebbero al massimo tacciare il signor Bergoglio di peronismo, ma certamente non di marxismo. Dovranno accontentarsi.

Note.

1. Francesco (Jorge Mario Bergoglio), Evangelii gaudium. Esortazione apostolica. San Paolo Edizioni, p. 80

2. Ivi, p. 81

3. Ivi, p. 213

4. Ivi, pp. 217-218

5. Ivi, p. 216

6. Ivi, pp. 85-86

7. AA.VV. Cristianesimo e Marxismo. Arnoldo Mondadori Editore, p. 188

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