Il Primo Maggio è la tua festa. In cerca dell’unità perduta dei lavoratori

#storiadellaschiavitù

di Andrea Muni

Quando i lavoratori si riuniscono […] si appropriano insieme di un nuovo bisogno, del bisogno della socialità, e ciò che sembra un mezzo, è diventato un fine. Questo movimento pratico può essere osservato nei suoi risultati più luminosi. Quando i lavoratori si uniscono […] il fumare, il bere e il mangiare insieme, non sono più “mezzi” per stare uniti, “mezzi” di unione politica. A loro basta la socialità, l’unione, la conversazione che questa stessa socialità ha a sua volta per scopo; la fratellanza degli uomini non è presso di loro una frase, ma una verità, e la nobiltà dell’uomo s’irradia verso di noi da quei volti induriti dal lavoro
(K. Marx, Manoscritti economico-filsofici)

Il 27 aprile scorso gli operai di una fonderia controllata dalla Renault hanno sequestrato per alcune ore, come si usava fare un tempo, alcuni dei loro manager per protestare contro i tagli previsti al personale e contro la decisione di smantellare la fonderia. La notizia in Italia è stata diffusa online nientemeno che da www.quattroruote.it (perché interessa il mondo dei motori, e non certo per solidarietà con i lavoratori), a ennesima testimonianza del disinteresse, per non dire della censura, che cultura e media mainstream esercitano nei confronti della reale condizione dei lavoratori e delle loro lotte nel Paese e in Europa. Eppure i rapporti dei media pseudo-progressisti italiani con la Francia, a giudicare dalla enorme visibilità data all’arresto dei sette ex-brigatisti italiani, sembrano più che ottimi. 

Il punto, lo sappiamo, è che questa informazione e questa cultura, che per brevità chiamiamo mainstream, da decenni non considerano i lavoratori salariati privati parte del proprio target, e li hanno perciò letteralmente espunti dai propri orizzonti e dai loro interessi. È tempo che tutti, anche i più comprensibilmente spaventati, si tolgano le fette di prosciutto dagli occhi e accettino di guardare in faccia la realtà: la cultura, l’informazione, l’intrattenimento mainstream (di centro-destra e centro-sinistra che siano) non sono altro che uno strumento ideologico potentissimo in mano al neoliberalismo.

Il neoliberalismo non è un’idea, né un concetto: è quello che stanno facendo alle nostre vite persone che hanno un nome e un cognome (da Macron a Draghi, da Berlusconi a Prodi), persone che a loro volta non sono che marionette, burattini, ventriloqui di interessi molto più vasti. La strategia bifronte di questa nuova forma di controllo e sfruttamento degli esseri umani è da un lato l’individualizzazione e l’atomizzazione estreme del lavoro e dell’esperienza di sé che le persone ricavano dal lavoro (smart-working, auto-imprenditorialità, CO-CO-PRO, lavori a provigione, scarico di responsabilità sul lavoratore, franchising, ecc), dall’altro l’evaporazione e la sempre più sottile “spiritualizzazione” della figura del “padrone” e di quella del “guardiano”. Questi due processi ideologici combinati producono una forma di schiavitù “interiorizzata” che è la forma tipica dello sfruttamento della nostra epoca. Il fatto di essere il “capo” di se stessi, la terribile auto-colpevolizzazione che in molti provano per il solo fatto di essere poveri, o non abbastanza ricchi da investire in formazione e prospettive esistenziali (da pagare sempre rigorosamente un tanto al chilo).

Lacan nel ’68, nel suo seminario di quell’anno, precorrendo di molto i tempi e restando – come sempre – totalmente incompreso, aveva già intravisto questa dinamica e l’aveva scandita a chiare lettere (almeno rispetto al suo proverbiale ermetismo). Lo sfruttamento odierno si svolge principalmente al livello dell’etica, del rapporto con sé stessi. Ci immaginiamo di essere due, un pensiero e un corpo, e ci comportiamo nei confronti del corpo (che siamo), come se questo fosse lo schiavo di quel padrone che è il pensiero (non un pensiero a caso, ma un pensiero colpevolizzante e interamente rivolto a massimizzare la produttività del corpo).

Se per millenni il segreto degli schiavi e dei servi, la loro peculiare forma di lotta, è sempre stata quella di lavorare male, di essere cattivi lavoratori, il capolavoro ideologico del neoliberlaismo è stato esattamente – come già aveva visto Freud e disperatamente denunciato Pasolini – l’interiorizzazione di questo padrone, che parla da dentro di noi, che si fa prendere per me stesso e ci intima di sacrificare il meglio delle nostre energie psico-fisiche e sociali nel lavoro produttivo.

Questo “padrone”, mai come oggi, è “interiore”, ed è da questa posizione privilegiata (all’apparenza inattaccabile) che schiavizza la vita di relazione e il corpo pulsionale mettendoli senza sosta “al lavoro”. Ovviamente questo non significa che “fuori” non siano in atto sempre nuove e sempre più gravi forme di violenza e privazione di diritti nei confronti dei lavoratori perpetrati da padroni in carne e ossa, con nomi e cognomi. Ma il problema è proprio qui, nel fatto che spesso non ci accorgiamo del rapporto tra queste due forme di “schiavitù”, non ci accorgiamo fino a che punto non sia possibile combattere l’una (lo sfruttamento “interiore”, narcisistico/colpevolizzante) senza combattere l’altro (quello esteriore, della rivendicazione di diritti sempre più negati), e viceversa. Queste due lotte devono andare di pari passo: non si combatte l'(auto)sfruttamento interiore senza combattere quello esteriore, e viceversa, semplicemente perché l’uno retroagisce senza sosta sull’altro. Perché, certo, i nostri schiemi “interiori” sono il riflesso delle nostre relazioni sociali, ma al contempo anche le nostre relazioni sociali sono plasmate dal modo in cui – più o meno coraggiosamente – osiamo abitarle.

Per combattere il nuovo sfruttamento, e il suo doppio gioco, dobbiamo quindi alterare le regole di quel rapporto con noi stessi che ci induce inconsciamente all'(auto)sfruttamento, e non possiamo farlo che a partire dalla ricostruzione – nei momenti di festa e rivendicazione collettiva, momenti “in pura perdita” e “fuori dalla logica dell’utile” – di rapporti sociali e umani non alienati.

Il mainstream psudo-progressista è una pura e semplice articolazione, un braccio meccanico, di questa doppia strategia dello sfruttamento neoliberale. Questa presunta “cultura” non fa che produrre nell’opinione pubblica tutta una serie di allucinazioni mediatico-politiche, incessantemente volte a screditare le lotte reali che stanno già accadendo nel Paese (e non solo). La maggiore tra queste “allucinazioni”, la maxi-fetta di prosciutto sugli occhi prodotta senza sosta da questo lavorio ideologico, è la strana e diffusa impressione che discorsi di denuncia come quello che sto svolgendo qui siano “di destra”, al punto tale che – per una buona fetta del pubblico nazional-popolare (e non) – il primo personaggio “famoso” che viene in mente come uno che denuncia questi processi ideologici in modo esplicito e comprensibile è quel fascio-sessuofobo di Diego Fusaro (!!!). Questo è il momento storico-culturale in cui ci troviamo. Lo so, è terribile, ma è proprio per questo che non possiamo più continuare a nascondere la testa sotto la sabbia.

Smateriliazzare il lavoro per smaterializzare le sacche di resistenza. Come opporci?

Gli anni Settanta hanno insegnato al nascente neoliberismo che la contromossa decisiva per storpiare la resistenza dei lavoratori era intaccare fisicamente i luoghi del lavoro, quei luoghi reali in cui persone reali potevano ancora fare un’esperienza comune e diretta del loro essere sfruttati insieme. Quei luoghi reali del lavoro in cui le persone, stando fianco a fianco, si conoscevano, imparavano a sopportarsi, diventavano amiche negli anni, e a volte erano in grado di trasformare i luoghi del loro sfruttamento in una fucina di iniziative collettive, di feste e di rivendicazioni.

La smaterializzazione del lavoro spacciata come “progresso” tecnologico, non sono il primo a dirlo, ha sempre avuto come obiettivo fondamentale l’atomizzazione e l’individualizzazione dell’esistenza in generale, la demolizione massiva di tutte le forme di “noi” alternative a quella offerta dalla omologazione neoliberale.

Come opporsi a questa deriva? Marx nei Manoscritti ci ricorda che il lavoro in comune non è un’esperienza accessoria, ma fondamentale, per la creazione di una cultura collettiva e di una coscienza/consapevolezza di classe. Ci ricorda, detto più bar, che per fare delle lotte insieme dobbiamo stare realmente insieme, che sia forzatamente (cioè lavorando) o meno (cioè quando siamo “in festa”); dobbiamo conoscerci, riconoscerci, giocare e vivere esperienze “reali” insieme. E se quella del lavoro, per la sua atomizzazione, è ormai preclusa ai più – e lo sarà sempre di più, allora sono la festa, la cultura indipendente e la piazza gli ultimi luoghi “reali”, gli ultimi baluardi, a partire da cui possiamo opporci insieme a questo baratro di solitudine incessantemente fomentato al solo scopo di impedirci di rivendicare collettivamente i nostri diritti salariali e sociali di lavoratori. Il problema è che, ancora una volta, i padroni sembrano sapere queste cose meglio di noi, sembrano sapere meglio di noi che le forme di socialità non alienata sono “pericolose” per loro, ed è per questo che hanno dedicato tanto zelo a demolirle in punta di piedi negli ultimi decenni. E ci sono riusciti. Forse è giunto il tempo per tutti di noi di imparare dai nostri nemici, e avviare un processo esattamente rovesciato.

Nella festa e nella cultura indipendente, mentre il lavoro è atomizzato, sonnecchia l’ultima chance di ricostruire un’appartenenza di classe in un tempo in cui questa “classe” (o come la volete chiamare) conta ormai il novantanove per cento degli esseri umani sul pianeta. Dobbiamo trarre dalla festa e dalla cultura, fatte e vissute insieme, nuove energie da reiniettare nel mondo lavoro per contrastare questa vomitevole tendenza alla competizione, queste scabrose e automutilanti forme di auto-colpevolizzazione e miglioramento forzato di sé. Reiniettare questa soggettività, questa festa, questa cultura, questa allegria non alienate nel lavoro, per offrire ai nostri compagni una sponda, un sorriso, una mano tesa, per mostrare loro – tra le sbarre della prigione narcisistica, colpevolizzante e atomizzante in cui siamo stati rinchiusi dal di dentro – i caldi raggi di un rapporto, di tanti rapporti non alienati, non viziati da interessi, competizione o invidie di sorta.

Sarà per questo motivo che il buon Irvine Welsh, autore non solo del cult Trainspotting ma anche di molti altri lavori, come ad esempio la crudissima raccolta di racconti Exstasy, ha creduto di non poter escludere l’esperienza della festa, dei rave e dell’eccesso dalla feroce denuncia politica che trasuda da tutti i suoi scritti. Il thactherismo ha inaugurato in UK, prima che sul continente, questa cultura atomizzante del lavoro e dell’esistenza, e non è un caso che proprio in UK si sia riscoperta, prima di altrove, la festa come nuova forma di resistenza (Fisher docet).

Se compariamo i lavori di Welsh con il pur bellissimo, e recente, film di Ken Loach “Sorry we’ve missed you”, vediamo infatti che nel giro di venticinque anni a scomparire completamente è stata proprio questa dimensione della festa come luogo spontaneo di resistenza, come ultimo anfratto ancora non alienato di incontro – cinico, disperato, tutt’altro che peace and love, ma almeno davvero libero – tra gli sfruttati. Certo, Loach nel suo film ci propone piuttosto la famiglia come uno di questi luoghi da recuperare, e ha ragione di farlo, perché anche la famiglia – come l’amicizia, l’erotismo e tutte le varie possibili forme di “noi” non allineate e particolari – è stata attaccata e demolita dal nazismo neoliberale. Ma Loach, in sintonia con la disillusione di questi ultimi anni, nel suo film non può fare a meno di restituirci un epilogo a dir poco pessimista: il lavoro alienato vince su tutto, deforma il rapporto con se stessi e con gli altri in modo tragico e insormontabile. Eppure è proprio a questa deriva, a questo senso di impotenza e di solitudine che non possiamo smettere di opporci, e per farlo sempre più dobbiamo osare mettere le nostre vite in gioco, in rapporto, al di là di ogni disillusione.

Quindi – che tu sia disoccupato, partita iva tartassata, piccolissimo imprenditore, lavoratore dipendente privato o persino “statale”, rider, stagionale – “Tanti Auguri!”, il Primo Maggio è la tua festa, la nostra festa. Una delle tante occasioni a partire da cui possiamo cominciare a ri-costruire quegli sciami di “noi” che soli possono ancora opporsi al pensiero unico dell’omologazione e della dittatura neoliberale.

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