Il suicidio “logico” di Kirillov

di Cristiano Carchidi


Kirillov si uccide. Con mano tremante ma, alla fine, si uccide. Prima di farlo scrive un biglietto in cui associa il suo nome ad un gruppo di nichilisti-anarchici che disprezza, dice di uccidersi per una causa verso cui non nutre alcun interesse, ma pretende di apporre alla fine del messaggio una smorfia, una boccaccia, una lingua di fuori.

Si uccide, prestando la sua causa ad altro, per dimostrare l’Idea che per tutta la vita lo ossessiona e che in una notte di estasi quasi lo assale. L’idea che uccidendosi dimostrerebbe l’inesistenza di Dio, che compiendo l’estremo atto libererebbe l’uomo. Sparandosi diventerebbe l’uomo-Dio. Kirillov prende la decisione di uccidersi perché pensa di poter così affermare il suo libero arbitrio e liberarsi da Dio del quale – se esistesse – non sarebbe che una marionetta.

Kirillov, geniale personaggio creato dalla penna di Dostoevskij e perfettamente inserito nell’atmosfera febbrile e tetra del romanzo I Demoni, è un ingegnere di scarsa importanza, un uomo sulle prime anonimo e poco interessante, ma afflitto da un’ossessione: che Dio contemporaneamente esista, e tutto segua la Sua volontà; e che non esista, per cui la volontà sia tutta dell’uomo. Egli concepisce il suicidio come l’unico atto a sua disposizione per rompere il circolo della dualità e, affermandosi come Dio, come Cristo prima di lui, trasformare l’uomo che verrà dopo di lui. Non Dio uomo, per carità, ma uomo-Dio. Il primo uomo che si è ucciso solo per dimostrare un’idea astratta.

Dostoevskij sviluppa fantasticamente in questo personaggio quel problema che lo assale e lo tormenta: il suicidio, che mette in scena nella sua variante “logica”, la cui unica motivazione è una dimostrazione razionale della verità di un’idea.

Il suicidio di Kirillov appare come un’ironica dimostrazione ad absurdum della possibilità stessa di muovere i propri atti per mezzo di una decisione cosciente, ponderata, razionale. È qui in discussione, nel solo sillogismo, la possibilità stessa di compiere un atto che sia dettato non da motivazioni o stimoli, ma da un input che derivi semplicemente da dimostrazioni astruse, da teoremi logici. Kirillov è sicuro di aver vissuto tutta la vita per far sì che le sue non rimangano solo parole, vuole incarnare l’idea, vuole esprimere il suo arbitrio all’ennesima potenza fino all’autodistruzione e alla contemporanea liberazione dell’umanità tutta.

Nella convinzione del giovane ingegnere di poter superare – uccidendosi – la credenza in Dio, egli non fa che confermarla da una differente angolazione: sia uccidendosi che non uccidendosi si troverebbe paradossalmente a sottostare alla volontà di Dio, stavolta Idea.

Il contraltare di Kirillov è invece il protagonista Nikolai Stavrogin che, come dice lo stesso Kirillov, ha vacillato anch’egli di fronte all’idea, ma si è poi scostato in quanto: “se crede, non crede di credere, se non crede non crede di non credere”. Con questo meraviglioso gioco di parole si esprime la forza dirompente di questo attore straordinario, l’anti-eroe che è il nichilista puro, guidato dalla sola indifferenza a compiere ciò che fa per pura spinta, dotato di grandi doti tutte mandate al vento, mosso da grandi passioni, tutte sprecate. Stavrogin è un nichilista radicale e totale che, non razionalmente, giunge alla fine ad impiccarsi in una soffitta.

Il suicidio è uno dei tabù di una società, come quella attuale, cui piace fingere di non averne. Il suicida è il colpevole del suo atto, è colui il quale non porta a compimento la sua “missione”, colui il quale non rispetta l’altro e, non facendolo, non rispetta se stesso. Egli è nemico della società cristiana come di quella liberale, è in ogni caso l’estremo limite della vita resa oggetto di giudizi etico-morali.

Delle due l’una: o il suicidio libero è una possibilità reale o, altrimenti, la libertà non è che una scatola vuota riempita di motivi sempre nuovi che la nostra logica mette in ordine e che trasforma in motivazioni. Se, insomma, supponiamo che non sia possibile muoversi per una pura scelta e che l’arbitrio tutto non sia che una forma di spiegazione post– per ogni azione compiuta pre-, ogni giudizio etico sul suicida non ha senso di esistere e non si può configurare come altro che espressione di sé di fronte a quell’atto, come ripulsa o come paura.

Ciò che ci resta del suicidio come pensiero si potrebbe esprimere con una geniale riflessione di Emil Cioran, che si dice fortunato di aver potuto sempre pensare alla possibilità del suicidio, perché proprio questo pensiero gli ha consentito di continuare a vivere.

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