Il tabù del tricolore: quell’anti italianismo tutto… italiano

di Lorenzo Natural1430412339-1430412283-91

L’italiano medio ha quell’insopportabile malcostume di vergognarsi a priori del proprio Paese, e di non saper scinder tra Stato e Nazione. Al punto che alla legittima polemica anti-statale, si mescola, però, un autoinflitto anti-italianismo che inquadra nella progressiva rimozione del tricolore la vergogna nel sentirsi parte della nazione Italia. Al di là di ridicole quanto ancor più svianti retoriche patriottarde, tento di offrire una breve genealogia dell’anti-italianismo… prodotto dagli italiani stessi!

Borboni 2.0 e complottismi
17 marzo 1861: viene proclamata la nascita del Regno d’Italia, mentre il Regno delle Due Sicilie termina la sua storia con la fuga di Francesco II a Gaeta. Inizia così la tumultuosa vicenda del Meridione italiano. Ora, che le truppe savoiarde nella calata verso sud abbiano compiuto atti iniqui è fuori d’ogni dubbio, così come grande rispetto merita la tradizione meridionalista, pietra angolare della riflessione storiografica italiana.

Tuttavia oggi assistiamo a un superficiale revival neoborbonico in chiave pateticamente anti-italiana che ha fatto breccia tra vasti strati della popolazione del Sud, rinvenendo la causa dei propri mali nel Nord usurpatore e nel tricolore giacobino, rimpiangendo i bei tempi andati dei Borboni. Talmente belli che, all’arrivo dei Mille, fu vasto l’iniziale appoggio della popolazione locale: come mai? Forse perché un sistema in cui il 90% delle ricchezze era concentrato nel 2% della popolazione non andava così bene ai sudditi? Forse perché l’analfabetismo all’86% e l’aspettativa di vita inferiore di vent’anni a quella del resto d’Italia non rendevano il regno borbonico un Eden in terra[1]?
È stato il processo di normalizzazione, e non il Risorgimento stesso, a funestare il Sud Italia, processo in cui le élites endemiche stesse – i “galantuomini” di derobertiana memoria – hanno contribuito al malaffare.

Più facile abbracciare tesi complottistiche – per cui Mazzini e Garibaldi erano dei luridi massoni al soldo degli inglesi[2] – e subire la suggestiva fascinazione per i briganti, eroici resistenti del piccolo mondo antico, tralasciando le ambiguità di un fenomeno nato ben prima del XIX secolo e inquadrato da più storici come jacquerie o lotta di classe piuttosto che anti-unitaria[3].

Neofascismi
Anche nell’estrema destra il tricolore è stato a lungo un simbolo inviso per la sua indelebile macchia massonica, al quale si è sostituita la nordica croce celtica che ben poco c’azzecca con la storia d’Italia, manifestando una certa vergogna per gli untermensch latini (cioè per se stessi), a confronto con l’europeismo ariano-settentrionale. Evola ha fatto disastri.

“Abbiamo un sogno nel cuore: bruciare il tricolore!”: leghismi e indipendentismi
Allo zenit del meridionalismo si situano nel nord Italia movimenti che intravedono nel Sud sfaticato e parassitario le cause della stagnazione del fiorente Nord: cambia il vettore (“Roma ladrona!”), ma non la sostanza del malcontento. Il caso più eclatante è rappresentato dalla Lega Nord. A Trieste, di recente, le istanze per il ripristino del Territorio Libero strizzano l’occhio all’Austria, o meglio alle vestigia austriache della città, in un calderone di richieste abbastanza confuso: purché stare sotto l’odiato tricolore meio la galina con do teste, che tanto di buono ha fatto per la città, rimuovendo dalla narrazione le innumerevoli nefandezze compiute, anche a Trieste, tra fine Ottocento e primo Novecento dall’impero asburgico con manovalanza d’oltre confine in chiave trialista e anti-italiana[4].

Sinistre
Se è a sinistra che nasce il patriottismo, è sempre da questa parte a morire. Il secolo breve ci ha restituito un’Italia dilaniata in due. Il tricolore è diventato così simbolo di prevaricazione, nazionalismo esasperato, fascismo. Accogliendo il modello comunista trans-nazionale, la sinistra ha rimosso dal proprio immaginario collettivo quel senso di patria che ne aveva caratterizzato i suoi primi vagiti. Atteggiamento che cozza, però, con lo sventolio di bandiere greche per manifestare solidarietà a Tsipras, palestinesi per sostenere la resistenza anti-israeliana, di tricolori irlandesi per rivendicare la sovranità sull’intera isola verde. Inni alle resistenze nazionali e di popolo (altrui), imbandierate dai vessilli nazionali, mentre il proprio al massimo lo si sventola con una stella rossa, per rimarcare quella crasi di netta separazione tra buoni e cattivi.

Abiurato, schernito, vilipeso, il tricolore diviene l’emblema del disprezzo verso se stessi e verso una storia nazionale che nelle sue palesi e preziose contraddizioni ha radici ben più lontane di quel 1861. Un disprezzo che esalta il gioco di chi vorrebbe eliminare ogni sacca di resistenza nazionale e che gode nel vedere la disintegrazione interna degli Stati.
Del vituperato tricolore non ci restano che le strade imbandierate durante i mondiali di calcio – ma solo se si vince! – e i popopopopo ad accompagnare le italiche imprese sportive.

Una bandiera di unità, simbolo di un popolo, di una comunità, tanto odiata da divenire tabù. Peggio ancora, feticcio da divertissement, buono per lasciare le briciole a una Nazione spogliata di ogni sovranità e virtù, ma a cui pietosamente si concedono circenses. Il panem lo portino l’Austria, gli USA, Amazon, Google, la Franza o la Spagna. Purché se magna.

 

NOTE

[1] Emanuele Felice, I divari regionali in Italia sulla base degli indicatori sociali (1871-2001), “Rivista di politica economica”, Roma, 2007, fasc. IV.

[2] Su Mazzini “pesa” il fantomatico carteggio col massone A. Pike, la cui veridicità è pari a quella dei Protocolli dei Savi di Sion. Su Garibaldi la sua conclamata aderenza alla massoneria, nonostante avesse dato un duro colpo all’attività dei Rotschild nella gestione del Banco di Napoli.

[3] Sulle origini del brigantaggio, sulla sua natura ambigua e composita, sulle infiltrazione mercenarie e altro si vedaFranco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Milano, Feltrinelli,1964.

[4] Le fonti vanno da quelle primarie (i verbali del Consiglio dei Ministri asburgico del 12 novembre 1866, i decreti Hohenlohe, etc.) alla bibliografia secondaria, tra cui: Luigi Barzini, Gli italiani della Venezia Giulia, Milano, 1915; M. C. Macartney, L’Impero degli Asburgo, 1790-1918, Milano, Garzanti, 1976.

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