Il terrore dell'(ig)noto

di Lilli Goriup

urlo-munch

Secondo il vocabolario Treccani, il terrore è un “sentimento e stato psichico di forte paura o di vivo sgomento, in genere più intenso e di maggiore durata che lo spavento”. Nel linguaggio comune, si è invasi, paralizzati, resi folli dal terrore: terrore come panico, termine derivato dall’aggettivo panicum, ovvero proprio di Pan, divinità più antica di quelle olimpie, silvestre e feconda, dalla forte connotazione sessuale, accostabile alla figura di Dioniso, che gli antichi credevano capace di provocare una paura incontrollabile negli uomini, appunto, il timor panico.

Non a caso è la psicanalisi ad aprire una prospettiva su un modo particolare di ciò che è terrorifico. Si tratta del perturbante, che senza dubbio “appartiene alla sfera dello spaventoso, di ciò che ingenera angoscia e orrore, ed è altrettanto certo che questo termine non viene sempre usato in un senso nettamente definibile”. Proprio per questo Freud, nell’omonimo saggio (Das Unheimliche, 1919), s’interroga su quale sia il nucleo di senso che contraddistingue ciò che è perturbante all’interno della gamma dello spaventoso in generale, passando in rassegna due strade: quella induttiva, che colleziona casi singoli, e quella del raffronto con l’uso linguistico del termine. Nell’originale tedesco infatti “unheimlich [perturbante] è evidentemente l’antitesi di heimlich [da Heim, casa], heimisch [patrio, nativo], e quindi familiare, abituale, ed è ovvio dedurre che se qualcosa suscita spavento, è proprio perché non è noto e familiare.” Per superare l’equazione, piuttosto ovvia, tra inconsueto e perturbante, Freud offre quindi una panoramica su una serie di traduzioni del termine nelle principali lingue europee: perturbante è ciò che è straniero, estraneo, orrendo, demoniaco, inquietante, sinistro, lugubre, e così via. Riguardo l’italiano, afferma che si accontenta “di parole che definiremo piuttosto come circonlocuzioni”: “il perturbante” viene infatti introdotto dai traduttori di Freud, dopo Freud. In seguito passa a enumerare esempi dei diversi usi del tedesco heimlich, ciò che è noto, per individuare almeno un senso della parola che arriva a coincidere con il suo contrario: dall’ambito del familiare, del domestico, del proprio deriva infatti una seconda accezione di significato che indica qualcosa di segreto, in quanto tenuto nascosto, al riparo da occhi estranei. “Nell’uso corrente unheimlich è il contrario del primo significato ma non del secondo”. Continua poi citando Schelling, “Unheimlich è tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e invece è affiorato”, servendosene per introdurre la nozione di ripetizione, che svilupperà poi in un oscuro saggio dell’anno successivo (Al di là del principio di piacere, 1920). Portando esempi presi a prestito dalla letteratura (uno su tutti: L’uomo della sabbia e altri racconti di Hoffmann) e dall’esperienza, il padre della psicanalisi mette in relazione il fenomeno della ripetizione di un contenuto che era stato in precedenza rimosso – la quale può darsi in diverse forme, come il motivo del sosia o del doppio nella finzione narrativa, la ripetizione di avvenimenti simili tra loro nel vissuto – con il sentimento del perturbante: “se la teoria psicanalitica ha ragione di affermare che ogni affetto connesso con una commozione […] viene trasformato in angoscia qualora abbia luogo una rimozione, ne segue che tra le cose angosciose dev’esserci tutto un gruppo in cui è possibile scorgere che l’elemento angoscioso è qualcosa di rimosso che ritorna. Una cosa angosciosa di questo tipo costituirebbe appunto il perturbante, e dev’essere oltretutto indifferente se essa stessa sia stata portatrice d’angoscia fin dall’origine o non invece portatrice di altro affetto”.

C’è dunque un particolare tipo di sgomento che solo in apparenza è provocato dall’impatto con l’ignoto, ma in realtà a generare spavento è un contenuto ignoto che è tale in quanto è rimosso, ovvero reso non accessibile alla coscienza, e non per questo eliminato, andando così a rovesciarsi in qualcosa che al contrario è familiare, solo, a un livello più stratificato. È lo stesso Freud a collocare la sua ricerca sul perturbante in un ambito che eccede quello della psicanalisi clinica, per occuparsi di estetica, intesa non come indagine intorno al bello, bensì come “la teoria delle qualità del nostro sentire”, che da Kant in poi occupa uno spazio che le è proprio nella storia della filosofia. A rivestire un interesse nell’adozione di strumenti forniti dalla psicanalisi, è la possibilità di attualizzarli, applicandoli non solo allo studio della psiche individuale – i cui limiti sono stati messi bene in luce, tra gli altri, da Gilles Deleuze e Felix Guattari – ma anche all’analisi di fenomeni collettivi, inerenti la comprensione dell’attualità, della società, della storia. La categoria del terrore è oggi di un’attualità estrema: terrore come minaccia del terrore esterno, che funge da collante sociale, mentre la società si regge a sua volta, specularmente, sul terrore di cambiare, paventato dalle conseguenze, catastrofiche o supposte tali, che ciò comporterebbe. Un’indicazione di strada da percorrere per un’eventuale ricerca è quella di chiedersi quando esso si costituisca nel modo del perturbante, cioè di qualcosa che si manifesta come oscuro, sconosciuto, affondando però le sue radici in una sfera che concerne da vicino ciò che è proprio della coscienza europea, ma momentaneamente ad essa non disponibile.

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