imMIGRA(N)TI

migrantiRuben Salerno: Come ciclicamente accade, in quest’ultimo mese abbiamo assistito alle tragedie degli immigrati morti nelle acque antistanti Lampedusa e, come altrettanto spesso accade, si è scatenato tutto il circo mediatico e d’opinione: politici che gridano “Vergogna!” (a chi poi?), talk show con servizi strappalacrime sui sopravvissuti e sulle loro odissee, sfilate di benpensanti che propongono questa o quella soluzione… Come se non bastasse ci si sono messi i social network, divisi in qualunquisti commiseranti e in pseudo-leghisti che si oppongono ai funerali di stato per le vittime: “Non c’è stato nessun funerale per gli imprenditori italiani suicidi, per la feccia d’oltremare invece sì”.
Dato che non si sa cosa fare o dire, partono i j’accuse, ecco allora spuntare i dotti conoscitori di politica internazionale (leggi Alfano, sì quello del caso kazako) che incolpano l’Europa di aver lasciato sola l’Italia di fronte a un’emergenza insormontabile.

È mai possibile che riusciamo a mandare robot su Marte e non vediamo quante barche partono al di là del Mediterraneo, talmente vasto e sconosciuto che già 2200 anni fa lo chiamavano “Mare Nostrum”?
Il malanno cronico del nostro paese è che non abbiamo il coraggio di prendere decisioni. “Vediamo i barconi partire, arrivare e stiamo lì a sperare che non affondino” (voci non ufficiali dalla marina militare nel ’98!)
I confini o bene li chiudiamo e fuori tutti, o bene li apriamo; in quel caso la smettiamo di parlare di Occidente et similia, perché siamo pochi e vecchi (età media in Italia 44 anni, in Turchia 28).
Si faccia una scelta e si persegua, fino ad allora continueremo a guardare inermi le vittime del mare.

Davide Pittioni: È interessante partire dall’ultimo dato che riporti: lo squilibrio demografico, che è poi anagrafico, e ancora economico, sociale, produttivo. Ricchezza e capitali da una parte, lavoro ridotto alla sua nuda forza dall’altra. È chiaro che semplifico di molto la situazione. Quello che è accaduto negli ultimi cento anni è stato un movimento di globalizzazione che ha comportato trasferimento non solo di risorse, ma anche di persone. In questo modo possiamo anche smontare la più ottusa e velenosa narrazione attorno ai migranti: “Vengono qui da noi”. Ma chi è questo noi? Un territorio con le sue leggi e la sua cultura? come se potessimo prendere un luogo circoscritto, cristallizzarne il suo ordine per poi vederlo scalfito da qualche agente esterno! Becero razzismo, mitologia su carta-culo. C’è poi chi su questa realtà già in qualche modo contaminata e ibrida, ci costruisce dei miti originari, l’origine prima della catastrofe. E allora bloccare i migranti alla frontiera è solo un modo, svilente, di arrestare un processo ormai già maturo: fantasticherie per polli reazionari.

Il resto lo conosciamo, la canzonetta degli “e ci rubano il lavoro”, “e vivono sulle nostre spalle”, “e alimentano la criminalità”, con il solito accompagnamento di frasi ipocrite di chi dice “ma io non sono razzista, ecc”. Il lato buono del razzismo è questo: “lo diciamo per loro, lo facciamo per loro”, paternalismo che neanche i peggiori democristiani.
Potremmo insomma stare qui a elencare dati (uno interessante è che il grosso dell’immigrazione viaggia su aerei e treni: l’invasione dei barconi è la solita messa in scena mediatica), statistiche, la nostra e la loro storia (ci ricordiamo ancora del colonialismo, vero?) , ma servirebbe a ben poco di fronte a un sentimento irrazionale che poggia su fondamenti del tutto artificiali: palafitte marce! Ecco allora il razzismo della paura e dell’identità. “Ma non hai trovato nessuna soluzione? Sono solo speculazioni!”, proprio quello che cercavo di dire su queste narrazioni imbevute di razzismi.

Ruben: Come puoi dire che non esista un “noi”? Un territorio con le sue leggi e la sua cultura? Sin dalla scissione delle lingue indoeuropee (XV sec a.C.) esiste questa realtà, che è stata poi parte per 1000 anni di un impero con una legge e una lingua, che per altri 1000 anni è cresciuta sotto l’egida di un credo, religioso e polititico, fino all’altroieri. Non sto dicendo che sia giusto né tantomeno che sia stato il migliore dei mondi possibili, constato semplicemente quello che è evidente e vuoi negare.

Fin dalle origini del mondo le popolazioni si sono spostate, migrando e assimilando o venendo assorbite. Queste mutazioni culturali hanno richiesto secoli, lotte e vittime. In caso di assimilazione totale dovremmo sopportare cambiamenti enormi di cultura, religione (per chi ci tiene ancora), visione della società (la parità della donna te la raccomando), lingua, igiene, legge. Tutto ciò senza contare che in Italia un modello sostenibile di società prevede massimo 30 milioni di abitanti e siamo già il doppio. Non è un caso che il Regno caricasse pletore di disgraziati veneti e meridionali sulle navi e le mandasse in America e in Africa.
Siamo davvero sicuri di poter sostenere questo fardello? Il punto è proprio questo: per qualche motivo siamo ancora in condizione di scegliere il nostro destino, facciamolo però!
Le vie di operare, a mio avviso, sono due:

1) una ri-colonizzazione, non mirata a razziare ma a gestire in loco realtà differentemente ingestibili;
2) un’apertura controllata dei confini. Che arrivino tutti, ma su navi/treni/autobus di linea, muniti di apposite scartoffie, vaccini e quant’altro permetta la loro integrazione, almeno legale.

Entrambe le soluzioni però prevedono che ad operare sia uno stato forte e organizzato, che può offrire lavoro e speranza a chi c’è e a chi arriva. Ti sei guardato bene intorno?

Davide: Un noi come l’italianità? O l’Europa cristiana (cit. Papa Ratzinger)? La domanda retorica sul territorio e le sue leggi si riferiva a questo: storicamente troviamo tutto il contrario di un’identità che si conserva e si ripete. I cristiani d’Europa: ma quali? Quelli fedeli al vescovo di Roma? O i riformatori? O gli ortodossi orientali (lo scisma risale all’XI secolo!). E gli ebrei d’Europa cos’erano e dov’erano? E gli arabi in Spagna? E gli ottomani che arrivavano fino in Ungheria? L’impero romano aveva una lingua ufficiale, certo, ma poi quante lingue ai confini…Insomma per trovare la purezza dell’identità di quella che dovrebbe essere la cultura europea (linguistica? Ma le lingue indoeuropee si disperdono oltre quelli che consideriamo i confini sicuri!) potremmo risalire all’infinito il corso storico senza trovare nessuna luce.

Poi ci sono dei diritti, legati alla materialità degli apparati giuridici, statali, extrastatali (ma non sembrano il “noi” di cui si parla). Di fronte a questi come ci poniamo? Come viene distribuito questo diritto? Se pensiamo ad una “assimilazione totale” certo non andiamo lontani, perché non si è mai trattato di questo (l’assimilazione totale è il corrispettivo della piena identità). “Dovremmo sopportare cambiamenti enormi di cultura, religione, visione della società, lingua, igiene, legge”: ma è ciò che definiamo cultura questo movimento. Non è statica una cultura! Una poi, sono molteplici, differenziate, incontrollabili. Altrimenti arriviamo a immaginarci un “destino” di un popolo, che si innalza al credo religioso della sua missione. Beato questo popolo, che sicuro della sua integrità e perfezione si lancerà nelle felici imprese coloniali, magari con la benedizione del Papa e di qualche capitalista lungimirante. Senza razzie, sia chiaro! Una gestione soft di ciò che non comprendiamo. E allora sì che lo “Stato forte e organizzato” sarà all’altezza della sua nazione, del suo popolo e delle sue origini. Direi intanto di accontentarci della Cecoslovacchia. O della Polonia se vogliamo farla grossa!

Torniamo a quegli uomini che sbarcano a Lampedusa. Per mesi, anni, abbiamo creato un clima di allarme e paura, utilizzando una serie di termini, un intero frame discorsivo, che richiamava l’inumanità, la bestialità dei migranti: “vaccini”, “odori”, “invasione”, “terroristi”, tutte allusioni gratuite, ma efficaci. Efficaci perché ci facevano apparire quegli sbarchi come delle minacce. Abbiamo reso drammatica una situazione che poteva non esserlo (questi sbarchi rappresentano annualmente il 5% degli arrivi in Italia). Abbiamo preferito considerarli come tali, minacce, abbandonarli in mare e lasciarli morire, perché erano in troppi. Non era così: non erano troppi e non erano barbari. Quelli semmai eravamo noi.

Ruben: Tutto ciò che hai detto è, su per giù, vero ma si poggia su basi eteree. Il movimento di culture, incontrollabile e così fruttuoso, costituisce nel breve termine un rischio enorme per lo status quo, del quale facciamo parte sia tu che io. La guerra fra bande di sedicenti nativi da un lato e ghetti di questa o quella etnia dall’altro avrà di certo generato cultura (vedi “Romeo e Giulietta”, “Arancia meccanica” o “West-side story”) ma a quale prezzo? Chi pagherà per i caduti durante il processo di mutazione? Chi spiegherà al popolo bue, abituato a seguire questa o quella bandiera, che tutti gli idoli erano falsi ed ora sono caduti? Il diritto al lavoro, alla casa, alla salute, vogliamo rimettere tutto in discussione? La nostra società stessa, quel noi che dici non esistere, è il prodotto di secoli di oppressione e colonizzazioni, che piaccia o no, non è sostenibile diversamente.

Non c’è Storia senza conflitto, vero, è una legge fondamentale. Terremoti e tempeste hanno determinato per millenni il destino degli esseri viventi, spesso spazzando via tutto per far rinascere nuove terre, vite e razze, più rigogliose e ricche di prima. Noi tuttavia, per reagire alle inondazioni, abbiamo costruito ponti, argini e canali, non certo sfidato i flutti a nuoto, sperando in un mondo migliore. Uno tsunami sta arrivando dal cielo, per terra e per mare e il naufragar, temo, non sarà dolce in questo mar.

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