Intensità, carne, sensazione. La mostra fotografica di Scabar

di Mariangela Vella

Ho visitato la mostra e mi ha coinvolto molto. Suscitando ad un tempo la serenità inconsapevole della stasi, e l’inquietudine vivace del tormento. E nel tormento, le foto alchemiche, come Scabar stesso amava definirle, mi hanno incantata.

Un’esperienza di migrazione in cui attraversando un ponte, fra la realtà materiale e quella astratta delle sensazioni, ci sono due strade. Ognuno dei percorsi, uno carico di luce, l’altro irto di ombre, che lo si segua in fase ascendente o discendente, porta verso uno curioso abisso. Lungo il tragitto, emerge qualcosa di se stessi, molto lontana dall’apparenza che prevale ogni giorno, assai distante dalla struttura in cui si cristallizzano i movimenti. Risale dal fondo il profumo di una solitaria essenza. Quella che si cela dietro ogni cosa, ogni suono, ogni silenzio.

Il pensiero tace di fronte ad oggetti immobili, scanditi da un fioco bagliore, ogni parola appare inadeguata e si perde fra labbra appena appena aperte per cogliere quel soffio di vita che stanco, ma tenace, risale dalla terra e dal mare, dai boschi e dai libri accuratamente adagiati in magiche teche, avvolte nei ritagli delle foto. Nell’esperienza non contano né le ferite né le carezze del tempo, l’intensità è lì immediatamente coglibile, nell’assenza delle voci, in un atto creativo che muta la carne in sensazione e affonda la sensazione nella carne graffiandola e fissandola nella scomposizione continua, inafferrabile.

La maggior parte delle foto, singolarmente, non suscita il pathos, non sono delle perfette inquadrature come quelle di Weston, Mapplethorpe e altri nomi grandi della fotografia, ma Scabar utilizza la macchina per riprodurre immagini che gli servono per costruire poi un’opera più complessa. Non si ferma alla fotografia, ma costruisce il supporto, la cornice, l’accostamento degli oggetti, i materiali. Una foto che non è solo fine, ma anche mezzo e un uso della macchina fotografica per scandire il tempo.

Le fotografie di Scabar sono il perfetto rifugio per chi è capace di andare giù, fino in fondo, dove tutto è immobile e completamente avvolto dalle tenebre. È l’eremo ideale per chi vola verso i luoghi in cui tutto è avvolto dal sole. Estrema oscurità e bagliore assoluto si fondono.
Ricordo le parole di Schiller “se l’anima parla, allora ahimè! Già l’anima non parla più”. E Scabar lo esprime bene, i volti, gli oggetti, la materia che fissa nelle sue foto sono avvolte nell’unico suono che il sentire conosce: il silenzio.

 

Curata da Guido Cecere e Alessandro Quinzi, la mostra Oscura camera (1969-2018) sarà visitabile a Palazzo Attems Petzenstein (a Gorizia) fino al 13 ottobre.

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