Io resto qui, per i sentieri dove cresce l’erba

di Lorenzo Naturalbalke hamsun

“È il 1945.
Il 26 maggio il capo della polizia di Arendal venne a Nørholm e dispose l’arresto domiciliare di trenta giorni per mia moglie e per me”.

All’età di 86 anni, il nobel norvegese Knut Hamsun viene internato in una clinica psichiatrica in attesa che inizi il suo processo. L’accusa? Collaborazionismo con il governo Quisling, alto tradimento, apologia della Germania nazista, incapacità mentale.

Hamsun, che aveva deciso di chiudere il cerchio della propria creazione letteraria già nel 1936, fu costretto a riprendere la penna in mano per dimostrare ai suoi compatrioti che no, non era pazzo, né malato, ma era “solo sordo”. Ne è uscito På giengroddle stier, riedito lo scorso anno dalla Fazi Editore con il titolo fedele all’originale Per i sentieri dove cresce l’erba (da cui tutte le citazioni). Un “diario dell’effimero e della vanità”, come l’ha descritto Claudio Magris, ma che se di effimero c’è nella misura stessa della caducità della vita, di vanitoso ha ben poco. Fiero, desolato, gelido è il diario degli ultimi anni di un uomo vecchio, solo, raccolto in sé, che ha poca forza oramai per combattere contro l’accusa infamante di infermità mentale e per difendere sé stesso.

È il 1945.
Hamsun viene internato in una clinica dove il tempo scorre immobile: scrive, legge qualche rivista, fa i solitari. I giornali no, quelli non li può leggere: il regime carcerario imposto dal governo non glielo permette. “Non c’è via d’uscita”. Il gigante fa paura anche da vinto.
Non c’è rancore, né odio che serpeggia tra i sentieri dove cresce l’erba. Il tempo passa, “tutto segue il suo corso”. Un languore che non ha nulla del vitalismo di Bergson, dell’abbandono pirandelliano di Vitangelo Moscarda, dell’estranea indifferenza del Meursault di Camus. “Io voglio quel che vuole la polizia. Da parte mia non ho più alcun desiderio”: all’antieroe norvegese non resta nulla. Paradossalmente, è questo fatalismo a spaventare chi detiene il potere.

Un unico sussulto, tra le pagine del diario, anima il vecchio: il suo composto j’accuse alla giustizia che si abbatte inesorabile su di lui. “Giustizia, diritto, tutto un grande apparato”. Continua: “è stato un lungo, lungo sradicamento. Dovuto a che? A niente di speciale, era il sistema. Una dittatura sopra la vita, regolamenti stabiliti senza intelligenza e senza cuore, una psicologia fatta di tabelle e rubriche, in barba a una scienza intera”.

Le notizie mancano, la posta fa i capricci, gli operatori lo trattano con la spicciola umanità che si riserva a un “animale domestico” a briglia lunga nei suoi spostamenti, “tanto è legato”: la penna più adamantina della letteratura norvegese ridotta a uno scialbo vecchio pazzo da compatire, inascoltato. “Sono sordo, nessuno ha la pazienza di parlare con me, e alla fine ho dimenticato perfino come si fa, a parlare”; ma allo stesso tempo apprezza quell’alone di indifferenza calato su di lui: “non sono né odiato né disprezzato dalla gente. E questa è una cosa buona”.

Nello scorrere placido dei mesi, a prevalere è il vissuto senso di sconfitta, che nella fierezza della monotona quotidianità è capace di richiedere umanità, ma senza pietismo né brontolii. “Che la nostra vita e il nostro tempo seguano pure il loro corso: non mi riguarda. […] Io resto qui”.

E poi la memoria istruttoria, la difesa di ciò che è stato, delle proprie idee, dei propri scritti e, seppure si allontani dalle accuse di appoggio concreto a Quisling, non abiura. Un processo alle idee, non a fatti compiuti: “quel che mi dovrebbero condannare sono dunque i miei articoli. Nient’altro può essermi imputato”. E ancora: “nella mia vita […] ho sempre ed eternamente venerato e custodito nel cuore la mia patria. Ed è nel mio cuore che intendo conservarla anche adesso, mentre attendo il verdetto finale”. Sarebbe potuto scappare, Hamsun, “potevo tentare di filarmela in Svezia, come hanno fatto in tanti. […] Non ho fatto niente del genere, io, non mi è mai passato per la mente di muovermi. Pensavo che avrei servito la mia patria nel modo migliore rimanendo dov’ero, a coltivare la mia terra meglio che potevo, in quei tempi duri […], e inoltre usando la mia penna per la Norvegia, che avrebbe occupato una posizione di primo piano tra le nazioni germaniche d’Europa”.
Un’idea che la storia ha condannato senza appello. Ma il processo alle idee (“io non ho denunziato nessuno, non ho partecipato a riunioni, non sono stato neppure mai coinvolto in affari di borsa nera”) non può scalfire il cuore di un uomo all’oscuro delle “nefandezze compiute dai tedeschi”, convinto che “in quel momento era giusto” credere in quel progetto.

Il sussulto titanico dura poco, lascia nuovamente spazio all’amarezza della propria condizione, inadatta a combattere e a sopportare un mondo che muore, sgretola, dilaga e ad arginarlo come Sisifo sul monte. È troppo solo e vecchio. Il processo è continuamente rinviato e gli anni che passano sono una condanna a rate. “Dopo il 1947 viene il ’48, il ’49, il ’50… il ’60”.

La sua sconfitta è la fine dell’Europa per come l’avevano pensata in molti, sbagliata probabilmente, ma è la fine di un’epoca che apre all’“età del cemento”. Muoiono le saghe del nord, muore la terra, avanza “l’empireo dell’erudizione che non può essere mai confutata, del silenzio di fronte alle obiezioni, dell’arroganza della specie più comune”.

Il progresso avanza, impone responsabilità e vendette per i vinti, condannati dal presente, dimenticati dal futuro, taciuti nell’eterno. Formiche solitarie d’un formicaio distrutto.
Né uno schianto né una lagna: sic transit gloria Norvegiae.
L’erba ricrescerà sui sentieri e coprirà di nuovo tutto, anche quell’“istituto a Oslo dove si trattava di stabilire se [Hamsun] er[a] matto, o forse […] di decidere che er[a] matto”.
Democraticamente, seppellirà vinti e vincitori.

“S. Giovanni 1948
Oggi la Corte di Cassazione ha emesso la sua sentenza, e io non scriverò più”.

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