“Kobane Calling on Stage” e le (nostre) macerie

di Stefano Tieri

È possibile raccontare un tema complesso e cupo quanto la guerra strappando persino qualche sorriso, oltre a far riflettere? Ci è riuscito nel 2016 Zerocalcare con la graphic novel Kobane Calling (edita da Bao Publishing), che soltanto in Italia ha venduto oltre 120mila meritatissime copie. Ha ripetuto l’impresa, a tre anni di distanza, la Compagnia Teatri d’Imbarco sotto la regia di Nicola Zavagli, che ha preso il successo editoriale e lo ha magistralmente portato sul palcoscenico del Teatro Rossetti di Trieste lo scorso 3 dicembre, in una performance molto apprezzata dal pubblico.

Dicevo: la difficoltà di raccontare la guerra. Se parliamo, poi, del conflitto tra le forze curde del Rojava e l’Isis, in un paese (la Siria) divenuta nel corso degli ultimi anni il privilegiato scacchiere su cui hanno mosso le proprie pedine anche, oltre alle due forze già menzionate, Stati Uniti, Russia e Turchia, insieme a quelle locali dell’esercito siriano di Assad e dei così detti “ribelli”; se parliamo insomma di questo conflitto, scoppiato nel 2011 e ancora lungi dall’essere risolto, possiamo ben immaginare le difficoltà di raccontarlo in modo accessibile e – al tempo stesso – divertente, senza perdere nulla in profondità.

Quel che viene messo in scena in Kobane Calling on Stage sono i due viaggi come volontario compiuti da Zerocalcare sul confine turco-siriano, il primo a Mehser – a “tre fermate di metro” dall’Isis – il secondo a Kobane, città-simbolo della resistenza curda. Viaggi che hanno voluto restituire tutta l’umanità di coloro che hanno scelto “la via delle montagne”, poetica perifrasi che identifica chi ha imbracciato le armi per combattere i fondamentalisti dello Stato Islamico e, al tempo stesso, liberare il Rojava. Regione dov’è in corso – caso più unico che raro – un’esperienza di democrazia dal basso che vede nell’emancipazione femminile, nell’ecologia e nella convivenza pacifica tra etnie e religioni diverse il proprio significato profondo.

Messo da parte quello che Zerocalcare definirebbe “pippone”, bisogna sottolineare subito – per chi non conoscesse il fumettista romano – una caratteristica fondamentale della sua narrazione: la leggerezza. Nel suo racconto, condito da una lingua da borgata già di per sé esilarante, si ritrovano riferimenti alla cultura pop propri di chi è nato o cresciuto negli anni ’80, da Dragonball ai Cavalieri dello Zodiaco, i cui personaggi entrano di petto nella narrazione mischiando le proprie battute alle riflessioni del protagonista. Impossibile trattenere le risa. L’adattamento teatrale regge bene e non perde nulla in freschezza, riuscendo nel difficile compito di dare voce (e corpo) ai personaggi immaginari di Zerocalcare come l’Armadillo – che funge da sua coscienza – e George Pig, “fratello petulante” della più nota Peppa.

Se l’inizio dello spettacolo – come del fumetto, seguito fedelmente nella messa in scena – è più divertente, col procedere della vicenda il tono si fa via via più cupo. Degno di rilievo è il racconto dell’arrivo a Kobane, città liberata dall’Isis dopo durissimi combattimenti. Gli attori della compagnia scendono dal palcoscenico – su cui svettano, proiettate, le illustrazioni di Zerocalcare delle macerie – per muoversi tra il pubblico, percorrendo prima la platea, poi salendo sul loggione. Si muovono tra noi spettatori: siamo noi le macerie. Noi, meri spettatori – appunto – di un conflitto che ci tocca invece da vicino, non solo per gli interessi geopolitici in campo, ma per il suo effetto più immediato e diretto: i profughi. Noi, che una volta spenti i riflettori accesi dall’Isis pensiamo che il conflitto sia risolto, proprio mentre la Turchia di Erdogan ha anch’essa deciso di attaccare il Rojava. Noi, che continuiamo a permettere che tutto ciò accada ancora e ancora, ritenendo (a torto) di non poter far nulla.

Lo spettacolo si chiude con una foto di “Cappuccio rosso” (Ayse Deniz Karacagil), la ragazza turca combattente tra le milizie curde dello Ypg, caduta sul fronte di Raqqa nel 2017; una delle protagoniste dello spettacolo appena andato in scena. Ma non è finita: la compagnia è costretta a interrompere gli applausi – lunghi e intensi – per fare una dedica finale a Orso (Lorenzo Orsetti), combattente fiorentino caduto nel marzo di quest’anno a Baghuz contro l’Isis. Dal pubblico si alzano dei cori a sostegno della causa curda. Fuori dal teatro, il Coordinamento Kurdistan Trieste distribuisce dei volantini per denunciare la recente aggressione di Erdogan al popolo curdo, e chiedendo di boicottare l’economia della Turchia e il mercato della guerra, attivandosi per sostenere chi si trova in Rojava.

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